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Wednesday, August 8, 2012

Nessuno ti ha chiesto di tornarci!

Hanoi (Vietnam), 4 luglio 2012


Secondo il mio personalissimo metro di giudizio, forgiato su scala europea dalla cultura in cui sono nata e cresciuta, secondo il mio relativissimo concetto di pulizia, di efficienza, di estetica e piacevolezza, di “migliore” e “peggiore”… insomma, secondo il mio insignificante e parzialissimo parere, il Vietnam vince tutto.


Miglior cibo. Scegliendo assolutamente alla cieca da menu’ a me incomprensibili perche’ non tradotti in inglese, mi sono sempre trovata di fronte a piatti buoni nel peggiore dei casi, ma il piu’ delle volte eccezionali. Il peggio che mi e’ capitato e’ stato ricevere un succo di frutta (quale frutto non saprei) quando pensavo di aver ordinato del cibo… ecco perche’ costava cosi’ poco! Ho mangiato per strada zuppe -la famosa Pho- e noudles degni di chefs dai nomi altisonanti.
Miglior qualita’ delle sistemazioni. Anche se con un ventaglio qualitativo ridotto, nel senso che sistemazioni prorpio spartane non ne ho trovate. Forse avrei potuto cercare meglio. Ma a parita’ di prezzo, nel sud della Thailandia avevo una zanzariera per tener lontani pipistrelli e topi, mentre in Vietnam ho televisione con canali satellitari, frigobar, aria condizionata e acqua calda. Mi basterebbe un semplice letto pulito su cui dormire, pero’, insomma, non mi lamento…

Miglior organizzazione dei servizi pubblici e migliori infrastrutture. L’effetto “rullocell” delle strade del nord del Laos e’ un ricordo lontano… pero’ era divertente… a saltare sul sedile con il testone che sbatte contro il finestrino ogni volta che, nonostante la musica a tutto volume, ci si riusciva ad addormentare… Sono un ricordo lontano anche i trasporti pubblici cambogiani per le lunghe distanze, sui quali non posso esprimere un parere perche’ sono come la moglie dell’Ispettore Colombo: nessuno li ha mai visti. Solo una volta un pullman… ma e’ stato piu’ per caso che altro. Probabilmente avrei dovuto cercare meglio anche li’.
Miglior pulizia delle strade, delle stanze, dei bagni delle stazioni degli autobus…
Migliori paesaggi. Dalle spiagge deserte alle montagne verdi del nord, tra dune di sabbia, paesaggi collinari, tramonti sul fiume e risaie a perdita d’occhio…
Minor spesa totale. Ma, oltre ai prezzi effettivamente ridotti, forse questo dipende anche dal fatto che ho imparato ad orgnizzarmi e gestirmi meglio.
E, ultimo ma non ultimo, in assoluto miglior clacson bitonale. Soprattutto gli autobus. Incredibili.
Insomma, il Vietnam vince tutto. Sono sinceramente felice di aver avuto l’occasione di visitarlo e consiglierei a chiunque, ma proprio chiunque, di venirci perche’ credo ne valga la pena… ma io non ci tornerei mai. Nel nord, mai, nella maniera piu’ assoluta (e lo so benissimo che dicendolo ho firmato la mia condanna e tra poco, per scelta o per scherzo del destino, sono di nuovo qua).


Ho sentito di tutto prima di arrivare qui. Che la gente e’ aggressiva e insistente, che e’ impossibile instaurare relazioni cha vadano oltre l’interesse economico, che vengono imposti prezzi dieci volte superiori a quelli reali, che i furti nelle stanze d’albergo non si contano, che in Vietnam “people never smile.” Ho incontrato diverse persone che, pur avendo pianificato un soggiorno di un mese, sono scappate dopo due settimane, diecendosi che non aveva senso stare a sopportare una situazione quando il presupposto e’ quello di godersi il viaggio. Il che ha anche senso. A conti fatti, io credo che proprio dire che ci sia da scappare sia un’esagerazione, tuttavia capisco le loro motivazioni e sono quasi sicura che se avessero iniziato il viaggio dal sud, come ho fatto io, avrebbero proseguito. Ho percepito una differenza abissale tra nord e sud nel modo di relazionarsi. Questo non significa che a nord le persone siano peggiori: ho incontrato persone splendide, persone che mi hanno arricchita e che contribuiscono a dare un senso a questo viaggio… ma quell’energia che ci si sente attorno e che non so come si possa chiamare, quella sensazione generale, e’ stata troppo spesso troppo simile a quella dell’ufficio postale, di quelle volte in cui ti metti in coda e sai gia’ che ne uscirai con la giornata rovinata perche’ dietro al bancone qualcuno ha la luna storta. Pero’, pazienza, che sara’ mai? Lasciar correre. Mi avevano dipinto un quadro disastroso con cui in generale mi trovo in disaccordo. Certo in questi ultimi due giorni ad Hanoi sto contando le ore che mi separano dalla partenza. Certo non me ne vado con il dispiacere con cui ho lasciato altri Paesi. Certo non ho nessunissima intenzione di tornare qui e non vedo l’ora di togliere la corazza che mi sono messa addosso. Pero’ credo ci siano posti ben piu’ difficili nel mondo. Questo mi e’ sembrato poco confortevole, ma difficile e’ un’altra cosa. Poi questi sono solo pareri personali.
Sarebbe meraviglioso se fossimo tutti in grado di accogliere tutti e di farci accogliere da tutti… tuttavia, non credo che l’ospitalita’ mi sia dovuta. Quando c’e’, ringrazio. Ad ogni modo, se al prossimo giro gli organizzatori potessero farmi trovare un comitato di benvenuto, ecco non sarebbe male. Cosi’, per compensare…



Saturday, August 4, 2012

Hanoi in tre ore

Hanoi (Vietnam), 26 luglio 2012


Del centro del Vietnam ricordero’ principalmente il bip di “allarme febbre alta” del mio termometro elettrico. Bip-bip-bip-bip-bip-bip… “Ho capito, ho capito, basta!” “Quanto ho?” “Trentanove e quattro” “E quant’e’?” “E’ tanto” “Tanto quanto?” Calcolatrice, x 1,8 + 32 “Centodue e novantadue” “E’ tanto!”. Ricordero’ il bip del termometro e la conversione Celsius-Farenheit. Un pomeriggio Martin e’ voluto tornare in albergo a dormire. Mai successo prima, per cui mi sono insospettita come una mamma di fronte a un figlio piu’ calmo del solito, gli ho posato una mano sulla fronte e mi e’ uscito di bocca un “God!! You’re burning like hell!!” tanto per scomodare contemporaneamente le alte e le basse sfere. A ragione: son stati giorni lunghi, sono successi dei disguidi tipo un inutile e costosissimo ricovero ospedaliero da cui l’ho praticamente rapito portandolo via con la flebo ancora attaccata al braccio. Alla fine si e’ risolto tutto per il meglio. 



Chiusa la questione febbre, arriviamo in capitale per alcune faccende da sbrigare in un pomeriggio e poi via di corsa fuori dalla citta’. La mia faccenda: richiedere il visto per la prossima meta. Il piano: mentre Martin cerca di procurare i biglietti del pullman per domani, io vado in ambasciata. Ho l’indirizzo, mi sono scritta su un foglio come arrivarci. Sono le due, chiude alle cinque, tre ore sono piu’ che sufficienti. Esco in strada e parto.
14.00 Hanoi e’ un’altra cittadona caotica. Il quatiere in cui stiamo sembra un po’ un paesino con il traffico della grande citta’. Le strade sono strette e costeggiate da alberi bassi che procurano si’ una salvifica ombra, ma fanno apparire tutto ancor piu’ congestionato di quanto gia’ non sia. Donne vendono fiori o verdura trasportandola in canestri dietro la bici, frutta in ceste appese a un’asta poggiata sulle spalle, dolci fritti sul momento su bracieri posati sui marciapiedi.
Ovunque, tavolini e sgabelli di plastica, di quelli bassi, come all’asilo, su cui sedersi e bere un caffe’ o un te. Uomini seduti sui motorini fermi ad ogni angolo, ogni pochi minuti ti offrono un passaggio “Motorbike? Taxi motorbike?” “No, thank you” “Where you going?” “Not far” “Motorbike?” “No” … “Lady, motorbike? Taxi motorbike?” “No, thanks” “Where you going? You want taxi?” “No”… Gira a destra, gira a sinistra, trovo senza difficolta’ tutte le vie che mi sono segnata e mi avvicino a destinazione felice e soddisfatta.
14.30 Arrivo in un quartiere tranquillo con vioni larghi e marciapiedi piastrellati e sgombri. Meno motorini, piu’ macchine, rari passanti incamiciati. Imbocco la via che dovrebbe costituire la mia meta finale. Non ho un numero civico. Pazienza, penso, la via e’ questa, per quanto lunga prima o poi finira’. La percorro tutta su un lato. Poi sull’altro. Ci sono decine di ambasciate, ma, ovviamente, non trovo quella che serve a me.
15.00 Ogni ambasciata e’ un villone protetto da un muro altissimo. Di fronte ad ogni cancello c’e’ un giovane militare di guardia. Ripercorro la via su entrambi i lati interrogando ognuno… dico il nome, lo ripeto, lo scrivo… nulla. Nessuno sa darmi indicazioni.
15.30 Alla fine un’indicazione salta fuori: qui a destra, poi la seconda a sinistra. Vado. Macche’. Altri uffici, poi la via si trasforma e prosegue con negozi di abbigliamento, ferramenta, barbieri, meccanici, fiorai, ognuno dei quali riversa all’esterno dell’edificio la propria attivita’ trasformando i marciapiedi –dove percorribili- in percorsi ad ostacoli in cui ogni tanto, per non farsi mancare niente, compare anche qualche motorino che ti suona alle spalle per farsi strada. E’ stancante, il cervello e’ bombardato di informazioni, suoni, clacson, colori, uccelli in gabbie appese agli alberi, odori, acqua sporca versata per strada, facce, “Motorbike, lady?”, mobili caricati su cyclo, gente che ti taglia la strada, e soprattutto cose, cose dappertutto… e’ il tripudio dell’oggettistica, con scritte a me incomprensibili sparse qua e la’: e‘ l’Ikea! E proprio come dopo un’ora all’Ikea, l’attenzione e’ ormai esaurita, potrei sbattere il muso contro il cancello dell’ambasciata e non me ne renderei conto. E alla fine ne uscirei con delle candele profumate.


16.00 Cosa sto facendo? Sto girando a caso! Martin avra’ gia’ comprato i biglietti per domani, devo richiedere il mio visto assolutamente oggi pomeriggio! C’e’ solo una soluzione: google. Cammino cercando ora un internet point, ma nulla… addocchio un hotel e mi ci fiondo dentro. Ci sono due ragazze eleganti e profumate dietro al bancone della reception. Porte vetrate scorrevoli, aria condizionata e fiori finti, silenzio. “Per favore, posso usare la vostra connessione?” Sono sudata e stanca, faccio schifo. Mi accordano il permesso per pieta’ suppongo. Trovo almeno quattro indirizzi diversi per l’ambasciata. Ne scelgo uno a caso ed esco di nuovo in strada, affrettata e innervosita.
16.30 Mezzora. Non ci arrivero’ mai a piedi, mi serve una moto. Una moto, una moto… scruto tutti gli angoli, incrocio tutti gli sguardi, ma ora che ne ho bisogno nessuno mi offre uno straccio di passaggio. Cammino sentendomi un po’ un verme attaccato all’amo e dopo un’attesa che mi sembra interminabile, ecco che qualcuno abbocca: “Motorbike?” Si’! Gli mostro l’indirizzo, discuto il prezzo, infilo il casco e andiamo.
16.50 Suono il campanello dell’ambasciata. Mi apre un signore che sembra un po’ una rana e che non mi parla. Non dira’ una parola che sia una durante il tempo necessario per compilare tutti i moduli.
Quando esco mi sembra di volare. Torno all’hotel attraversando di nuovo questa citta’ sullo scooter e quasi dimentico di odiarla, quasi dimentico di essere qui talmente sono stanca. Arrivo in stanza e, felice di esser circondata da pareti bianche, felice di essere sola, felice di non sentire i rumori della strada, mi spengo. 


Tuesday, July 31, 2012

Viagi esistenziali




Paesino di pescatori (Vietnam), 17 luglio 2012

Non so dove sono. In un posto di cui non conosco il nome nel sud est del Vietnam. E’ un paesino di pescatori, le case sono basse e colorate. C’e’ il sole, mare azzurro, cielo azzurro, vento, silenzio e odore di pesce. Pesci lasciati a seccare al sole su banchi di fianco alle entrate delle abitazioni. Molte porte sono aperte e passandoci davanti si intravvede l’interno di casa. Alle volte c’e’ un corpo steso a terra o su un’amaca, a dormire nel fresco della penombra. E’ l’ora in cui chi e’ furbo, potendo, rinuncia ad ogni attivita’ e sta alla larga dal sole, le stradine sono deserte. Cosi’ come la spiaggia. Le barche galleggiano a pochi metri da riva.


Lasciata alle spalle la citta’ principale, gli hotel, i ristoranti, i semafori, abbiamo guidato a casaccio costeggiando piu’ o meno il mare, e siamo arrivati qui. Credo siano questi per me i posti migliori, quelli trovati per caso, quelli liberi da ogni aspettativa e da ogni tentativo di apparire, di vendersi agli occhi dei visitatori. La citta’ abbruttisce e incattivisce. Qualunque citta’. In un Paese come il Vietnam, dove e’ chiaro da subito che tendenzialmete la gente non ha lo stesso carattere morbido dei laotiani, mi fa ancora piu’ piacere rifugiarmi nella tranquillita’ e nell’umanita’ di posti come questo.
Ecco un punto su cui questo viaggio mi sta cambiando: mi chiedo se saro’ ancora in grado di vivere in citta’. Forse no. Forse non sono piu’ disposta a rinunciare alla bellezza e alla tranquillita’ in cambio della comodita’. Vedremo.
Oh, finalmente posso dire anch’io di star cambiando! No, perche’ pare che viaggiando tutti diventino dei transformers. C’e’ chi abbandona il pallone e prende sotto braccio la Bibbia, chi capisce che la marca dei jeans non e’ poi cosi’ importante, chi smette di programmare ossessivamente ogni istante della propria vita… io ho iniziato a bere un caffe’ al mattino quasi tutti i giorni. Quasi! Sono pessima! Un signore in Laos mi ha addirittura detto questo: “In India ho imparato a mangiare quando ho fame e dormire quando ho sonno: anni fa dormivo otto ore a notte, sprecavo il mio tempo! Ora ne dormo cinque. Ma soprattutto, in India ho imparato che se si sorride a una persona… quella persona ci sorride”. Mah. Io non ho detto niente, che ognuno ha diritto di vedere le cose come meglio crede, pero’, India o non India, per quel che ne so dormire cinque ore a settant’anni forse potrebbe anche essere normale. Non so… con quel che costano i biglietti aerei, c’e’ davvero bisogno di andare cosi’ lontano a cercare un equilibrio interno? Questi discorsi sui viaggi esistenziali mi lasciano sempre un po’ perplessa. Vada per i cambiamneti, ma i viaggi esistenziali mi puzzano di forzatura.

Thursday, July 19, 2012

Cinque chilometri

Mui Ne (Vietnam), 13 luglio 2012



Scendiamo dallo scooter. Non si puo’ piu’ andare oltre. Abbiamo provato a forzare le cose e per qualche chilometro ha funzionato, poi quel rumorino comparso dopo i primi cinque minuti e’ diventato cosi’ forte da dare l’impressione che il cambio voglia esplodere ogni volta che si scala la marcia. Se ci fossimo arresi prima, adesso non saremmo bloccati nel bel mezzo del nulla, invece no: a furia di provare, riprovare e provare ancora, ci siamo pian piano allontanati da tutto… e siamo bloccati qui. 
Punto interrogativo sul da farsi ed ecco che compare un gippone scassato, un uomo alla guida e un bambinetto sui sei anni appeso dietro. Si fermano e ci urlano qualcosa, ci stanno chiaramente offrendo un passaggio. “Offrendo” nello stesso senso in cui “il menu’ offre”, il che non significa che alla fine non si debba pagare il conto. Ci ha colti un po’ alla sprovvista, per cui il primo impulso e’ quello di rifiutare con la mano. Il gippone riparte. Guardo a destra: sabbia; guardo a sinistra: mare; penso alla strada che abbiamo da fare a piedi, penso alla poca acqua ormai calda rimasta nella bottiglia, penso che saranno piu’ o meno le dieci e la temperatura salira’ ancora.


Come a tirare le somme dei miei ragionamenti, dopo aver fatto pochi metri a passo d’uomo il gippone si ferma e ci ripropone l’offerta. Questa volta accettiamo. Iniziano le trattative per il prezzo, troviamo un accordo alla veloce calcolato su un’ipotetica distanza di cinque chilometri (non ho idea di quanti siano in realta’, l’importante e’ partire), carichiamo lo scooter e saliamo dietro anche noi: non c’e’ un portellone posteriore, per cui dovremo assicurare la moto tenendola a mano. Ci sono sabbia e teste di pesce qua e la’ sul fondo del gippone,ne sposto alcune con un piede e mi faccio spazio per sedermi. Mentre avanziamo, immagino l’uomo caricare sul gippone il pesce appena pescato, aiutato dal figlio che gli zompetta agilmente attorno, immagino la moglie seduta dietro a eviscerare i primi malcapitati per portarsi avanti con il lavoro mentre lui guida verso il mercato… 


Dopo non piu’ di due chilometri, l’uomo accosta davanti ad un meccanico e ci fa cenno di scendere. Ma gia’! Ci han dato uno scooter rotto, stiamo pagando noi il trasporto, ci manca solo che paghiamo pure il meccanico… non facciamo i furbetti, avevamo detto cinque chilometri! Gli facciamo capire che vogliamo tornare all’hotel con lo scooter cosi’ com’e’ e lui, evidentemente di malavolgia, riparte. Sabbia e arbusti secchi alla nostra destra, mare a sinistra. Case rade a destra, mare a sinistra. Mercato, case, negozi, motorini e passanti a destra e a sinistra: cinque chilometri, siamo in paese. Ora ci e’ evidente che la distanza stimata era del tutto errata: dobbiamo attraversare tutto il paese e continuare oltre per un bel pezzo prima di arrivare al nostro hotel. 


L’uomo, a ragione, ci chiede di scendere: “Erano cinque chilometri!” ci fa capire a gesti, e’ vero, ci dispiace, lo preghiamo di continuare, pagheremo quel che dovremo pagare. Lui capisce e avanza. Il figlio invece sembra piuttosto agitato da questo cambio di programma e inizia a fissare gli edifici appeso alla carrozzeria del gippone come un pirata di vedetta che scruta l’orizzonte; ad ogni hotel o similhotel che avvista ci chiede con una certa insistenza se sia quello giusto (in vietnamita, ma si fa capire benissimo) “Qui? Qui?”, sbracciandosi per indicare l’hotel e battendoci sulla schiena ogni volta per attirare l’attenzione… no, continua, te lo diciamo noi. Paf paf “Qui? Qui?” no continua; paf paf “Qui?? Qui??” no continua; paf paf “Qui??? Qui???” paf paf… ma lo sai che sei snervante dopo un po’??


Arriviamo finalmente all’hotel. Scendiamo, scarichiamo la moto e riprendiamo la trattativa. Stimo un dieci chilometri totali, Martin concorda. “No: venti” fa cenno il bambino. No caro, venti proprio no! Il padre ci da ragione: dieci chilometri, ma ci chiede il triplo della cifra concordata in partenza. No, si era detto un tot per cinque chilometri, per dieci fa il doppio. Giusto, siamo d’accordo. Gli diamo i soldi. “No! Il triplo!!” si intromette ancora il bambino “Il triplo!!”… ma, di’ un po’, farti gli affari tuoi, no?! Il padre non lo degna della minima attenzione, in un atteggiamento che lascia intuire “lascia ai grandi le cose da grandi”, ci ringrazia, lo ringrziamo e ci scusiamo ancora, strette di mano, saluti, controllo di non avere teste di pesce attaccate al sedere e ognuno torna alla propria vita.
Cambiato lo scooter, riprendiamo la strada, sotto il sole cocente della meta’ del giorno e torniamo la’, tra le dune e il mare. A livello paesaggistico il Vietnam pare non si faccia mancare proprio niente.



Sunday, July 15, 2012

Sua moglie, sua figlia e le sue sette sorelle

Ho Chi Minh (Vietnam), 11 luglio 2012

Vietnam, piu’ precisamente Ho Chi Minh, ovvero Saigon. Mi e’ sempre suonato come uno di quei posti dalla dubbia esistenza, come Timbuktu, Samarcanda, Atlantide, Java (trova l’intruso)… Be’, Saigon esiste davvero ed e’ una cittadona trafficata e rumorosa. Ma, a differenza di Phnom Pehn, e’ invasa da un traffico che segue una logica a me comprensibile. Cio’ non toglie che attraversare la stada dove non ci sono semafori sia tutta un’avventura, comunque ce la si puo’ fare, non devo piu’ macchiarmi di vergogna aspettando che attraversino altre persone da usare come scudo umano. Il trucco e’ questo: fronteggiare il fiume di motorini che ti vengono in contro come proiettili di un plotone d’esecuzione e fare il primo passo. Poi il secondo. Poi il terzo e via cosi’, sintonizzarsi su una volocita’ e mantenerla; a quel punto ci pensano i motorini a calcolare tempi e distanze, si crea una sorta di armonia di traiettorie grazie alla quale e’ possibile penetrare la materia e superare illesi la barriera del traffico. Mai fermarsi, mai correre, niente movimenti bruschi, ricorda: loro fiutano la tua paura.
Non avevo davvero alcun interesse nel visitare la citta’, ma dovendo sbrigare alcune commissioni, ho avuto modo di rimbalzare da un indirizzo a un altro, tra un’esigenza e l’altra… autobus, posta, esami del sangue, motorizzazione… adoro come l’intera citta’ si trasformi nel tabellone di un gioco di abilita’ quando non si capisce una sola parola nella lingua del posto. Mi piace vedere che alla fine si riesce a fare tutto ugualmente, solo con qualche tribolazione in piu’.

Cambiando Paese, ogni volta per i primi due giorni sento di avere delle enormi limitazioni mentali. Innanzitutto, come gia’ detto, per la lingua, perche’ si riparte da zero, dal non riconoscere neanche una parola. Poi per i soldi: e’ piuttosto facile, un euro sono venticinquemila dong, ma il mio cervello, che tra le altre cose non sa piu’ bene se ragionare in euro o in dollari americani, inizialmente si rifiuta di fare il passaggio diretto e tenta di seguire complicatissime strade secondarie… se un dollaro erano quattromila real e un euro e’ un dollaro e venticinque centesimi circa e io devo pagare cinquantamila dong allora in euro fanno… persa. Cinquanta diviso venticinque, Nicole: due, sono due euro, e’ facile! Ma no, niente, inizio a divagare perche’ un euro erano quaranta bath oppure diecimila kip, quindi cinquantamila diviso diecimila… nessuna speranza. Fortuna che dura poco.
Navigavo ancora in questo mare di incertezze e relativita’ matematica quando mi e’ capitato di essere derubata. Esatto: derubata! Ora, potrei scegliere di raccontare di aver avuto un coltello puntato alla gola, una pistola alla tempia, le spalle al muro in un vicolo cieco di un quartiere malfamato di notte… qualcosa cosi’, che mi facesse sembrare, non dico eroica, ma almeno una vittima indifesa. E invece no, a onor del vero, raccontero’ la realta’ e passero’ per la rincoglionita che sono. Le cose sono andate grossomodo cosi’: dopo un’interminabile caccia al tesoro, Martin ed io troviamo finalmente il pullman che dovrebbe portarci fuori da questa maledetta citta’, verso il delta del Mekong; arriviamo che il pullman sta per partire, facciamo appena in tempo a chiedere se sia quello giusto “Si’, si’, veloci che parte!” l’uomo ci aiuta a caricare gli zaini, quasi ci butta sul pullman che effettivamente stava gia’ chiudendo le porte, ci procura due sgabellini su cui sederci nel corridoio tra i sedili perche’ i posti sono gia’ tutti occupati, poi ci dice “Fanno xxx soldini” Martin apre il portafoglio e glieli da. Io ho come il vago sentore che sia una cifra esorbitante e allora, dato che sono furba, gli chiedo “Xxx soldini?? Caspita, e’ un po’ caruccio! Ma a testa o in totale?” “…mmm… a testa…” “Acciderbolina! Sono un sacco di soldi!” e a quel punto gli do anche la mia parte. Sempre perche’ sono furba. “Grazie signorina, ben gentile!” “O, prego buon uomo. Certo che e’ tantino pero’! Quanto sono xxx soldini? Vediamo, se un dollaro erano quattromila real e un euro e’ un dollaro e venticinque centesimi circa o diecimila kip, allora xxx soldini…” Si’, ciao! Persa di nuovo. Prima che mi renda conto che si tratta di venticinque dollari, cifra con cui potrei attraversare il Vietnam per lungo in pullman, il buon uomo e’ gia’ belle che sceso. E non perche’ abbia finito il turno, ma perche’ non era il bigliettaio! Ma almeno, il pullman era quello giusto? …NO!!!
Ah… mannaggia, quanto mi fa ridere adesso!! Un momento memorabile! Ma si’, per venticinque dollari… che se li goda! Che li usi per ubriacarsi, dato che questo mese sua moglie, sua figlia e le sue sette sorelle attraverseranno tutte contemporaneamente una fase di isteria premestruale potentissima… Che se li goda, brindando al karma!
Bene, anche questa e’ fatta. Prima o poi doveva capitarmi qualcosa del genere, ora non capitera’ piu’. Si impara dall’esperienza e sui mezzi di trasporto c’e’ da imparare un sacco.

Ad ogni modo, fermando il pullman sbagliato all’incrocio giusto e procacciando due mototaxi, siamo arrivati sul delta del Mekong. E questo solo perche’ l’avevo inserito nella lista dei desideri e propositi 2012, quindi dovevo andarci ad ogni costo. “Delta del Mekong” e’ un po’ vago: e’ in realta’ un’area molto ampia, non pensavo. E’ una zona in cui il fiume diventa decine di fiumi. Superato un ponte ce n’e’ un altro, poi un altro, poi un altro ancora. Colossi architettonici, ponti normali, ponticelli piu’ incerti e sull’acqua case, mercati, pescatori, ogni genere di trasporto… le attivita’ sul fiume si sprecano. Ho trovato la stessa accoglienza sincera e disinteressata della Cambogia, sara’ la vicinanza, lo stesso “May I help you?” sulla bocca di chi parla inglese e nei gesti di chi non lo parla. Tra gli altri, abbiamo conosciuto un signore che nonostante l’eta’ avanzata pedala avanti e indietro tutto il giorno con con la sua bicitaxi. Davanti ad un caffe’ in un bar di My Tho ci ha raccontato la citta’ cosi’ com’era durante la guerra e per una mattinata quelle che ora sono case sul fiume, sono tornate ad essere locali pieni di vita in cui giovani soldati americani si ritrovano a bere con gli uomini del posto e a scatenare risse tra di loro per questa o quella ragazza o per una partita persa… anche qui la storia e’ recente, eppure sembra lontana secoli.