Friday, June 29, 2012

Ed e' Africa



Kampot (Cambodia), 15 giugno 2012

La Cambogia ha qualcosa che mi ricorda l’Africa. Non riesco a giustificare questa sensazione, ma e’ qualcosa di profondamente intenso e indefinito, come un odore gia’ sentito. E’ un’impressione che mi arriva a vampate nei momenti e nelle situazioni piu’ diverse: camminando lungo i fossati pieni d’acqua putrida nella periferia di Phnom Penh; attraversando questa campagna piatta e rigogliosa dove la terra esplode di rosso ipersaturo quando si bagna, dove le strade tra i campi sono ferite che si riaprono ad ogni pioggia; bevendo da un bicchiere di plastica colorato seduta al tavolino di un chiosco a bordo strada; guardando la luce; guardando la gente. Potra’ suonare assurdo, ma alcuni uomini mi sembrano un po’ africani. Non dell’Africa nera, no di certo… di una qualche isola in cui si siano mischiate per bene le carte della genetica. Capoverdiani con i capelli lisci, gli occhi allungati e gli zigomi larghi, qualcosa del genere… ok, e’ assurdo. La Cambogia e’ il primo Paese asiatico in cui ho considerato belli dei ragazzi. Non molti ma, insomma, spezziamola una lancia! Trovo invece che ci siano moltissime donne di una bellezza degna di nota, le piu’ belle che abbia visto da quando sono partita, piu’ delle tanto acclamate thailandesi, secondo me. 


Vale sempre la regola della casualita’degli incontri, ma se e’ vero che esiste una sorta di carattere collettivo, la gente e’ in generale molto espansiva in questo Paese. Moltissime persone parlano inglese e ad un buon livello, per cui e’ possibile anche scherzare, non solo esprimere bisogni basici. Gli stranieri sono un’opportunita’ per praticare l’inglese e quando mi allontano dalla famiglia improvvisata per soddisfare il mio bisogno di solitudine, finisco immancabilmente per conoscere qualcuno. Qui a Kampot, davanti ad una tazza di te, ho conosciuto Chin: un signore sulla cinquantina a cui ho proposto questo scambio: facciamo colazione assieme per qualche giorno, io ti correggo in inglese e tu mi insegni qualcosa in Khmer. E’ divertente. Intanto perche’ lo Khmer ha dei suoni incredibili, tipo la sequenza setto otto nove: pram pal pram bai pram bun. Ma soprattutto perche’ l’inglese di Chin e’ ancora piuttosto incerto, per cui: “”Cos’e’ questo?” si dice “Ni ta-auai?”” “E come si dice “Cos’hai detto?”” “”Ni ta-auai?”” “No, no, no: se non capisco, come faccio a chiedere di ripetere, come si chiede “Cos’hai detto?”” “”Ni ta-auai?”” “Ma e’ uguale a “Cos’e’ questo?”” “E’ un foglio” “…”


Kampot e’ una cittadella divisa dal fiume: su una sponda e’ di nuovo odore d’Africa per me, con le vie principali asfaltate e quelle interne ai quartieri in terra rossa, lungo la strada venditrici di frutta o bibite fresche, autolavaggi e meccanici, nel pomeriggio bambini ovunque che tornano da scuola in uniforme a piedi o con biciclette da adulto, prodigandosi in un coro di “Hello!!” sventolando le mani per aria a salutare la straniera. Sull’altra sponda del fiume i bambini sono identici, cambiano gli edifici: case coloniali francesi di una bellezza decadente, con le mura ormai stinte dal tempo e croste di colore cadute a scoprire il bianco dell’intonaco… nel complesso (ma anche nei dettagli) la citta’ e’ bellissima, fotograficamente e’ irresistibile con tutti questi colori, credo che questa apparente trascuratezza ne costituisca il fascino. E’ in assoluto la mia citta’ preferita tra quelle che ho visto in questo viaggio. La sera la passeggiata lungo il fiume si riempie di gente, c’e’ chi suona la chitarra, chi pattina, chi gioca a calcio, e io corro tra la folla, con Martin e Aritz, nell’aria che finalmente cede alla freschezza della notte… a guardarlo cosi’, in maniera un po’ superficiale, sembrerebbe un posto felice. Pulito, tranquillo e felice. Decisamente la mia citta’ preferita.


Nel frattempo sul mio passaporto si e’ materializzato il visto per il Vietnam e incrocio le dita perche’ Martin decida di venire con me, anziche’ seguire Aritz in Thailandia. Tutti vorrebbero continuare con Martin, fingiamo indifferenza ma sotto sotto ognuno fa il tifo per se stesso. Ad oggi, non ho utilizzato strategie politicamente scorrette per influenzarlo nella scelta, ma l’altra sera ho beccato Aritz mentre gli prometteva di andare a vedere assieme il Ping Pong Show a Bangkok (non approfondiro’)… Dunque e’ cosi’ che stanno le cose? Si gioca sporco?? Maledetto spagnolo…

Friday, June 22, 2012

Felicita' e malinconia

Otres Beach (Cambodia), 9 giugno 2012

Il giorno prima della partenza, ho fatto lo zaino con lo spirito di chi si prepara ad ogni evenienza: coltellino svizzero, sacco a pelo, frontale, scarpe in goretex adatte per camminate, escursioni, corsa, trotto e galoppo. Avevo addirittura pensato di portami dietro una bussola e una metallina, hai visto mai che mi perda sull’Himalaya e debba combattere l’ipotermia… gia’. L’ipotermia. Ci sono 35 gradi all’ombra, ma, per carita’, meglio essere previdenti. Superati i due mesi, ho preso il mio zaino da Mc Giver, l’ho vuotato del tutto e l’ho rifatto dal principio seguendo rigorosamente una sola semplicissima regola: se e’ nuovo, e’ superfluo. Nel senso: tutto cio’ che non ho usato fin ora non mi serve e perde il diritto di tornare nello zaino. Ma proprio tutto? Tuttissimo. Anche se potrebbe servirmi? Anche se potrebbe salvarti la vita. Anche il dizionario tascabile italianoingleseingleseitaliano di mia madre? …se lo scopre mi ammazza. Se si ha dello spazio in esubero nello zaino, se dopo aver corso in spiaggia al mattino ci si puo’ sdraiare su un’amaca a riprendere fiato guardando il mare, se la contabilita’ del mese ha confermato che si sta spendendo meno di quanto ci si potrebbe permettere… qual e’ la prima cosa che si corre a fare? Esatto: comprare un ukulele!! Lo volevo da giorni e ora che ce l’ho, mi consumo i polpastrelli tra Don’t worry be happy e Somewhere over the rainbow… ipotermia… ma per favore! E’ tempo per me di seguire le orme di Israel Kamakawiwo’ole, il quale dubito fortemente abbia mai messo piede sull’Himalaya. O forse si’. Chissa’.



Siamo ora sulle spiagge a sud della Cambogia. Se poco fa la stagione delle piogge iniziava a bussare timidamente alle porte, ora varca la soglia almeno una volta al giorno. L’atmosfera e’ strana: il cielo grigio e la spiaggia deserta a tratti emanano la stessa malinconia del mare in inverno, ma la temperatura (e l’ukulele!) riporta la mente a realta’ splendidamente tropicali, mentre si continua giocare con le onde, sotto la pioggia. Non avevo mai nuotato in mare con la pioggia, e’ meraviglioso! E’ un incontro di sensazioni contrastanti: dolce e salato, autunno ed estate, felicita’ e malinconia…
Dunque, Cambogia. Prima di scappare a gambe levate a sud, abbiamo passato qualche giorno nella capitale.  
Phnom Penh e’ una citta’ difficile. Anche per chi e’ abituato a Ouagadougou. Camminando per strada, la sensazione dominante e’ quella di dovermi togliere di li’, di dovermi rifugiare al piu’ presto in un luogo chiuso. Non e’ la quantita’ di traffico il problema, ma la qualita’: il disordine, l’irregolarita’ del flusso data dalle diverse velocita’ dei diversi mezzi di trasporto, auto, scooter, tuk tuk, bicitaxi che nelle ore di punta si lanciano negli incroci, si fermano o fanno inversione con lo stesso ordine di un sacchetto di biglie rovesciato sul pavimento. Anche il casino piu’ totale puo’ essere affascinante, ma non e’ questo il caso, non per me. 




I primi giorni in Cambogia sono stati emotivamente importanti; al desiderio di fuga dall’ambiente urbano si univa un senso di pesantezza e vergogna: mi ero preparata a questo pezzo di viaggio leggendo First they killed my father, un libro autobiografico che racconta la storia di una famiglia e quella dell’intero Paese durante il regime dei Khmer Rouge. Non e’ esattamente una lettura leggera, adatta al prima del sonno: mi sono svegliata diverse mattine in preda all’angoscia, sentendomi alle volte vittima, alle volte colpevole di ogni genocidio della storia dell’umanita’. 1975, e’ giusto dietro l’angolo. Quanti anni hanno le persone nate nel ’75? 37! Non sono niente! Tutti i cambogiani che hanno piu’ di 37 anni hanno vissuto l’indicibile in prima persona dal principio. E lo si vede. E’ una storia cosi’ recente da poter essere ancora letta sui corpi delle persone: nei numerosi mutilati, nelle cicatrici, negli sfregi sui tanti volti… ora non voglio fare il ritratto di un Paese di invalidi di guerra, non e’ cosi’, ma bisogna non voler vedere per non notarlo. Di fronte a questo (e non solo), provo intensa vergogna di appartenere ad una specie capace di infima crudelta’. E la chiudo qui.



Monday, June 11, 2012

Non ci si puo' tenere tutto dentro

E’ una questione spinosa, ma non voglio sottrarmi dal condividerla: sono troppi gli interrogativi a cui ancora non ho trovato risposta, troppi i dubbi e le perplessita’. E se e’ vero che non ci si puo’ tenere tutto dentro, allora l’argomento casca a pennello.


Partiamo dal presupposto che il rappresentante ritratto nell’immagine e’ stato scelto in seguito ad una severa selezione che ha permesso di individuare un soggetto qualificato come lussuoso rispetto alla media. Questo in rispetto degli osservatori. Ci tengo comunque a segnalare che il qui presente non e’ che uno dei tanti esemplari, tutti simili, ma ognuno unico a modo suo. Vediamo in cosa analizzando piu’ attentamente i dettagli.
Riguardo al corpo centrale, ben noto a tutti, non ho nulla da dire, se non che si trova spesso anche la versione a turca.
Sulla destra e’ possibile apprezzare lo sciacquone manuale. Qualcuno mi fara’ notare che l’elemento centrale e’ provvisto di sciacquone incorporato… vero. Ma non funziona. Per cui in questo caso specifico la vaschetta ha valore puramente estetico. In altri casi proprio non c’e’. Lo scodellino verde serve chiaramente per versare l’acqua contenuta nel secchio nello scarico. Sorvolerei sulle diverse variabili da cui dipende il numero di scodellate necessarie ad ottenere un risultato efficace; credo influisca in qualche modo anche l’altezza da cui si versa l’acqua, ma non ho ancora approfondito. Il secchio puo’ essere sostituito da piu’ eleganti vasche in muratura. Ah, in questa foto non compare, ma in genere c’e’ un rubinetto basso con cui e’ possibile ripristinare l’acqua utilizzata.
All’estrema sinistra, ecco la vera causa delle mie elucubrazioni mentali: la carta igienica. Si’, si’, proprio quel coso, quel tubo con un rubinetto in cima, altro non e’ che la carta igienica. Premendo una sorta di interruttore, quell’apparentemente innocuo tubicino eroga acqua con la potenza di un idrante. Cofesso di averlo piu’ volte utilizzato per lavarmi, perche’ quando la pressione dell’acqua e’ cosi’ bassa da farla uscire a gocce dalla doccia e dal lavandino, la carta igienica e’ l’unica che mantiene inspiegabilmente un getto potentissimo. Questo complica notevolmente le cose durante l’utlizzo. Ed e’ qui che mi sorgono i dubbi: cioe’, come… dove… voglio dire: il fatto e’ che comunque si orienti li getto, si finisce per fare un disastro che rende poi umiliate l’uscita dal bagno, con tutti i vestiti fradici e lo sconforto in viso… io ho rinunciato. Ecco, l’ho detto, a costo di passare per quella che va dall’altra parte del mondo per fare esattamente cio’ che faceva a casa, lo dico e lo ribadisco: io uso occidentalissima carta igienica di carta. Proprio oggi ho finalmente trovato delle istruzioni semplici semplici su come utilizzare la carta igienica asiatica. 



Be’, sono falsita’! Sono un documento privo di fondamento scientifico. Primo perche’ la carta di carta bisogna procurarsela. Secondo perche’ e’ impossibile che lo spruzzo orientato in quella maniera vada a colpire le parti anatomiche interessate. E terzo perche’, diamine, qualcuno l’avra’ anche messo in ghingheri e incorniciato, ma rimane pur sempre un castoro.

Saturday, June 9, 2012

Piccolo elogio al popolo lao

Don Det (Laos), 3 giugno 2012

Da quando sono in Laos, in ogni grande città in cui vado, incontro una ragazza con gli occhi verdi. Ogni volta ci riconosciamo, ci salutiamo e facciamo qualche battuta chiedendoci chi delle due stia seguendo l’altra. Nulla di più. L’ultima volta l’ho incontrata a Paksè, poco prima di spostarmi sulle Siphan Don, ovvero le Quattromila Isole. Che siano proprio quattromila è tutto da vedere, comunque si chiamano così; sono un arcipelago di isole e isolette sul Mekong il cui numero e le cui dimensioni variano a seconda del livello del fiume e quindi della stagione. 



Ho trovato una sistemazione a Don Det, un’isola piccina piccina, forse la più sfruttata turisticamente, ma anche la più economica. Non e’ che ci sia molto da fare qui o da vedere, ma non disprezzo l’ozio preso a piccole dosi: ci si ricarica staccando la spina. Ho passato qualche giorno in piena solitudine, in una sorta di ritiro spirituale, godendomi appieno la tranquillità’ dell’isola, i suoi sentierini tra i campi in cui si incontrano solo bufali, la terra sotto i piedi nudi, i temporali pomeridiani. Ho lasciato scivolare le ore sonnecchiando pigramente sull'amaca. Ho ripreso a correre alzandomi all'alba per evitare il caldo della giornata e ho esplorato in bici le isole vicine. Durante una delle mie pedalate, attraversando la parte più popolata dell’isola, chi ho incontrato? Proprio lei: la ragazza con gli occhi verdi. “Di nuovo tu?” “Di nuovo tu!” “Ho un letto in più nel mio bungalow” mi ha detto “se vuoi venire sei la benvenuta!” Suona male, suona molto male, ma in questo contesto e’ la verita’: sono una ragazza facile. “Mmm… ok!” Ho fatto lo zaino e mi sono spostata. La ragazza con gli occhi verdi si chiama Kate, ha la mia eta’ ed e’ russa. Si e’ aggregata da poco ad altri due ragazzi con l’idea di andare in Cambogia assieme. “Se vuoi unirti a noi e’ un piacere!” mi ha detto la prima sera uno di loro. “Mmm… ok!” Lo so, lo so: una ragazzaccia.
E cosi’ ora faccio parte di questa piccola famiglia itinerante improvvisata, composta da Kate (il capo), Martin (il simpatico), Aritz (il bello) e me. 


Kate e’ molto premurosa e dolce con me e non ne capisco esattamente il motivo; la mia misoginia mi impedisce di ricambiare esplicitamente le sue dimostrazioni d’affetto, ma in realta’ mi piace: ha una mente acuta e una lingua tagliente; e’ quella che pianifica, quella piu’ esigente. Martin e’ Californiano ed e’ un erogatore di buon umore; lo adoro, e’ il mio preferito, e’ il preferito di tutti; e’ il cabarettista che racconta della nonna novantacinquenne infatuata di Antonio Banderas, e’ il maestro che ci spiega con pazienza tutto quel che non sappiamo in inglese, e’ l’amico di sempre con cui ci si puo’ appartare e parlare per ore scambiandosi le confidenze piu’ profonde; semplicemente, lo adoro. Aritz e’ di Minorca ed e’ indubbiamente il ragazzo piu’ bello che abbia mai conosciuto, secondo i miei canoni; porta in giro la sua perfezione anatomica con reale disinteresse e scioltezza, quasi ne fosse inconsapevole; quando vuole sa essere volgare come solo gli spagnoli possono; assieme lui e Martin lasciano con le lacrime agli occhi. E poi ci sono io. Io che non sono un animale da branco, chi mi conosce lo sa. Ma in quattro mi sta bene, e’ il numero massimo. E proviamo anche l’esperienza del viaggio di gruppo!
In questa settimana si e’ andata delineando la routine che scandisce il tempo delle nostre giornate: corsa mattutina con Martin e Aritz lungo il sentiero che attraversa i campi. Al ritorno, via i vestiti e tuffo diretto nel Mekong, senza fermarsi. Doccia e colazione sulla terrazza sul fiume, dove troviamo Kate ad aspettarci. Da li’ in poi e’ tutto un oziare sui cuscini della terrazza, un po’ chiacchierando, un po’ ascoltando musica o leggendo, un po’ facendoci dei massaggi (in Asia la cultura del massaggio e’ contagiosa: ora appena vedo una schiena nuda mi viene da affondarci le dita…). Per alleviare il caldo del pomeriggio, ogni tanto Martin, Aritz ed io ci alziamo e ci buttiamo nel Mekong. Credo sia uno dei fiumi piu’ inquinati del mondo, mi pare di aver sentito o letto qualcosa del genere da qualche parte. Nuotiamo contro corrente fino a un punto in cui una canna di bamboo segnala alle barche la presenza di un roccione al centro del fiume. Li’ l’acqua ci arriva al petto, la corrente rende difficile stare fermi in piedi sulla roccia. Quel che adoro fare e’ stare a guardare le nuvole tenendomi con le mani alla canna e lasciando galleggiare il corpo: con le nubi che si muovono e l’acqua che scorre, si ha quasi un senso di disorientamento e vertigine, sembra di precipitare verso un punto gravitazionale non definito. Aritz e Martin in acqua giocano, si picchiano, si fanno i dispetti come i bambini. Sentirli, guardarli e lasciarsi coinvolgere e’ un piacere inestimabile, sono momenti di gioia pura, di quella che stringe lo stomaco e riempie la testa con l’intensa consapevolezza di non voler essere in nessun altro presente. Per questo l’inquinamento del Mekong e’ l’ultimo dei miei pensieri.
Intanto si avvicina la data di scadenza del mio visto: tra due giorni varra’ quanto un cartoccio di latte rancido e dovro’ lasciare il Laos. Questo mi rattrista, sinceramente. Non tanto per il fatto di dover ricominciare da zero con la lingua, con la moneta o con l’idea generale di un Paese; ma perche’ in Laos ho trovato un’accoglienza e un’ospitalita’ che mi hanno commossa. Un popolo bello, ma cosi’ bello che andrebbe messo dietro ad una cattedra del mondo e noi tutti dall’altra parte ad imparare. Poi dipende dall’esperienza di ognuno: una volta, in un pullmino, mi sono seduta accanto ad una signora che a meta’ tragitto ha iniziato tirar fuori ogni sorta di frutta e a dividerla equamente ta me e i figli; li’ ho pensato che l’ospitalita’ non e’ altro che questo: culo. Perche’ se mi fossi seduta due sedili piu’ avanti, non mi sarei trovata in quella situazione e non avrei pensato “ma che signora generosa, che gente meravigliosa!”. Quindi si’, e’ questione di culo. Pero’ c’e’ da dire questo: o sono molto, molto fortunata io o il Laos e’ pieno di sedili giusti e di persone giuste a cui sedersi accanto. Credo la seconda.

Friday, June 1, 2012

'a livella



Pakse’ (Laos), 22 maggio 2012

Sono le sette di sera ed e’ gia’ buio. La strada e’ un rettilineo debolmente illuminato da lampioni distanti tra loro. Siamo ormai vicini alla citta’, non che si possa parlare di traffico, ma ci sono altri veicoli che circolano. Ha iniziato a piovigginare, fa freddo, ma non e’ cosi’ fastidioso da doversi fermare a cinque minuti da casa. O forse dieci: di solito anche Patrick guida a ritmo di Riders on the Storm, ma con la strada che inizia a bagnarsi ha rallentato ulteriormente. Patrick e’ un ragazzone grande e grosso, e’ molto piu’ alto di me, molto piu’ largo. Quando guida lui, mi copre completamente la visuale, per cui nel momento in cui molla l’acceleratore non ho idea di quale sia il motivo che l’ha spinto a farlo. E neanche me lo chiedo, sono altrove con il pensiero. Quando inizia a frenare, la mia attenzione si focalizza sulla sua guida, ma senza preoccupazioni: vorra’ far passare qualcuno che vuole immettersi. E’ solo quando realizzo che sta avanzando a passo d’uomo che mi viene il sospetto ci sia qualcosa davanti a noi. Cerco di sbirciare oltre la sua spalla destra, ma intravvedo solo forme indistinte. E’ questione di pochissimi secondi: Patrick avanza lentissimo tagliando in diagonale la strada, si sposta sulla corsia di sinistra per aggirare l’ostacolo e gradualmente mi diventa visibile quel che prima era nascosto dal suo corpo. Vedo un motorino a bordo strada, rovesciato a terra. Un incidente. Una frazione di secondo dopo vedo le gambe… oddio… dopo al vuoto, una mitragliata di pensieri simultanei: una persona a terra, nessuno accanto, far togliere Patrick da in mezzo alla strada, devo vedere… “Accosta, accosta li’!!” “Non possiamo fare niente!!” vedo il ventre… maglietta azzurra, niente sangue, le altre macchine, possono chiamare l’ambulanza… vedo il torace… maschio, non si muove, devo scendere, ma le altre macchine, bisogna fermarle, far mettere Patrick in mezzo alla strada “No, torna indietro e accendi le frecce!” “E’ morto, Nicole! E’ morto di sicuro!!”… solo a quel punto mi e’ visibile la testa. E’ completamente aperta, il cervello e’ sull’asfalto a brandelli… No, non devo scendere. Ha ragione, non serve a niente. Non serve proprio a niente. C’e’ solo il gelo mentre gli passiamo di fianco.
Patrick rientra nella corsia di destra e accosta. Davanti a noi c’e’ un camion fermo, le quattro frecce lampeggiano nel buio. Rimaniamo fermi dietro al camion, con il motore acceso e lo scooter in direzione di marcia, ma entrambi girati a guardare l’uomo. Ci interroghiamo sul da farsi, ma niente. Non possiamo fare niente. Ci sono alte persone, noi siamo gli ultimi a sapere cosa fare, chi chiamare. Potremmo andarcene, ma non riusciamo a muoverci, quasi significasse mancare di rispetto, quasi fosse disumano girare le spalle a quella scena e andar via come se niente fosse. C’e’ un uomo a terra al cento della corsia e le macchine e i motorini rallentano, lo aggirano e proseguono. Ha le braccia buttate a casaccio e la testa non e’ che un’anguria rotta. Un’anguria rotta con attaccato un corpo umano, illuminato dai fari di tutti i veicoli che lentamente gli sfilano accanto.
Due uomini sono in piedi poco distanti dal corpo. Un terzo sta mettendo dei rami sulla strada per segnalare l’incidente. Con una lentezza estenuante (ma a cosa servirebbe correre ormai?), qualcuno se ne sta occupando, avranno gia’ chiamato chi di dovere. Non saprei davvero cosa fare. Dovremmo andare. Si’, dovremmo andare. E non ci muoviamo. Non so per quanti minuti rimaniamo in silenzio sotto la pioggia. E nulla cambia di fronte ai nostri occhi: tre uomini in piedi, un ramo posato a pochi metri e la straziante processione dei fari che illuminano un corpo senza vita. “Dovremmo andare prima che vengano a chiederci qualcosa, a fare domande.” “Non possiamo fare niente, non avremmo niente da dire…” “Non lo so, la gente in Asia e’ strana, guidano senza un senso, vogliono sempre soldi, cercano sempre di fare soldi, anche nel sud della Thailandia…” domande, sud della Thailandia, soldi… e’ morto, Patrick, cosa c’entrano i soldi? E’ morto! Ma non gli dico niente, non e’ lui a parlare. “Vuoi che guidi io?” “No, ce la faccio, andiamo”. Grazie. Perche’ in realta’ e’ l’ultima cosa che voglio fare.
Non c’era indifferenza sulle facce delle persone che passavano, che non si pensi una cosa simile. Sarebbe stato del tutto inutile che ognuno si fermasse a bloccare la strada, mentre un numero sufficiente di persone se ne stava gia’ occupando. Nascondere o meno la morte alla vista e’ un fatto culturale, nulla di piu’, non e’ questione di cattiva volonta’ o cattiva gestione.
Non lo so quante persone ho visto morire, credo che nessuno dei miei colleghi tenga il conto. Non voglio parlare di abitudine o indifferenza o scudi, non me ne frega niente di generalizzare… ci sono situazioni e situazioni, cui seguono reazioni e reazioni. E in questa situazione, io sono caduta dal pero. Di faccia. Perche’ quel che ho visto non era piu’ un uomo, ma un animale morto sulla strada. Era sullo stesso identico piano del gatto investito, del rospo sull’asfalto con le interiora di fuori a cui si passa di fianco con dispiacere, ma senza fermarsi. Uguale. Siamo la stessa cosa. L’ho sempre saputo, ma l’ho visto solo ora e forse ancora devo accettarlo. Alla fine di tutto (LA fine di tutto), ai miei occhi la differenza tra un animale e un uomo la fa un lenzuolo bianco. Possibile che sia’ questo la dignita’?

Tuesday, May 29, 2012

Campo minato e solitario

Pakse’ (Laos), 21 maggio 2012



Ho lasciato senza troppo dispiacere Vientiane: ciao bulli, ciao francesi con denti di coniglio, ciao vicino di dormitorio che passi le serate ad alitare fumo sulle cartoline cercando di dimostrare che cosi’ le immagini cambiano… ciao! Statemi bene, io vado a sud.
Sono ora a Pakse’, una cittadina usata come punto di transito per i due siti di maggior interesse turistico al sud: il Bolaven Plateau e le Siphan Don (Quattromila Isole). Nessuno riusciva a spiegarmi cosa fosse questo benedetto Bolaven Plateau: “E’ bellissimo, se puoi vacci!” “Si’, ma cos’e’?” “Tu vacci”. E proviamoci, tanto ho tempo da perdere. Mi ero fatta l’idea che si trattasse di un altipiano; niente di piu’ sbagliato: e’ un posto. Mi spiego: la Valchiusella e’ una valle, Mappano e’ un comune, il Vercellese, be’, il Vercellese e’ un posto. Il Bolaven Plateau e’ un’area attraversata da una strada circolare che unisce diversi paesini e villaggi tra montagne, campi e soprattutto cascate, cascate ovunque. Ed e’ effettivamente un bel posto. Un tratto di strada e’ costeggiato da alberi con fiori rossissimi e carretti che vendono frutta colorata, le montagne sullo sfondo, il verde… molto bello. Credo di essermi assuefatta alle cascate, perche’ il mio cervello ha iniziato a scomporne il concetto ed e’ arrivato alla definizione di “acqua che cade”. A due chilometri da qui c’e’ dell’acqua che cade, andiamo a vederla? Capirai che entusiasmo se la si mette cosi’… comunque, anche l’acqua che cade non e’ male. Un po’ come le cascate.
Il mio nuovo coinquilino tedesco si chiama Patrick e sogna di fare il missionario per convertire la gente alLa Verita’. Prima sognava di fare il calciatore. Io credo che non ci sia niente di male nel correre dietro a un pallone. Abbiamo passato qualche giorno assieme dividendo l’affitto dello scooter e le ore di guida e scorrazzando per il Plateau. Il primo giorno, camminando nella campagna per cercare di raggiungere un villaggio in cui dormire, ci siamo persi (Ormai e’ la prassi!). Credendo di aver intuito la direzione da prendere per raggiungere il sentiero giusto, mi sono incamminata tagliando attraverso un campo. Patrick mi ha fermata dopo pochi passi: “Forse non dovresti camminare li’!” Immobile, mi sono guardata attorno senza capire… non sto pestando le piantine, non c’e’ nessuno a minacciarmi con un forcone… “Perche’?” “Ci sono ancora delle mine!” “In un campo coltivato??” ho continuato la traversata con lui dietro, presa dai miei pensieri. E’ vero, in Laos ci sono ancora delle mine, ma certo non in un campo come questo, in cui la gente si e’ spezzata la schiena per arare a mano ogni centimetro quadro di terreno ogni anno negli ultimi chissa’ quanti anni… come puo’ pensare alle mine? Ecco perche’ mi cammina sempre dietro! Da quando siamo partiti! Che uomo e’ uno che mi lascia avanzare pensando che potrei esplodere davanti ai suoi occhi? Certo, io ho fatto la stessa cosa con il russo… ma non temevo che sarebbe esploso, diamine! Speravo solo che spaventasse eventuali serpenti prima che potessi vederli io. Forse sono la sua mulatta da combattimento che gli apre la strada tra le mine. Forse e’ coraggioso, se mi segue nonostante tema di saltare per aria ad ogni passo. Chissa’ che paura ha addosso, poverino… Alla fine, ognuno ha i suoi problemi, mi dico. Siamo arrivati a destinazione, ognuno con le proprie irrazionali paure in testa.
La sistemazione nei villaggi e’ diventata molto divertente da quando ho imparato ad esprimere i miei bisogni in lao. La possibilita’ di comunicare a parole ha sancito il passaggio dal livello Cita al livello Tarzan e questo ha portato ad un ulteriore aumento dell’ospitalita’. Il rischio e’ che si venga invitati a condividere davvero di tutto, anche una colazione a base di locuste fritte e birra. Le locuste fritte sono ottime, ma la birra… a me… a colazione… mai piu’. Mi spiace rifiutare, mi sento estremamente inopportuna, ma proprio non mi piace. D’ora in poi terro’ sempre in tasca un blister di compresse e lo usero’ come scusa per declinare gentilmente l’offerta. Proviamo cosi’.
Passero’ ancora qualche giorno tra il Bolaven Plateau e Pakse’, poi andro’ a sud, mentre Patrick continuera’ a nord. E’ strano abituarsi cosi’ velocemente alla presenza di qualcuno e dopo pochi giorni vederlo sparire, sapendo che probabilmente non lo si incontrera’ mai piu’. Ci si aiuta tanto a vicenda, si cammina assieme per un pezzetto di strada (tra mine, pitoni e spauracchi vari ed eventuali), ogni volta e’ un piccolo lutto. Mi chiedo se mi abituero’ anche a questo, come all’acqua che cade.


Sunday, May 20, 2012

Vittima di bullismo

Vientiane (Laos), 15 maggio 2012




Faccio colazione, cerco una bici in affitto (di quelle con il cestino davanti, che e’ tanto comodo), banca, mercato, ufficio immigrazione per prolungare il visto… sbrigo tutte le mie commissioni piu’ velocemente del previsto. Ho appuntamento alle quattro davanti al museo nazionale con un ragazzo catalano che ho conosciuto ieri. Catalano, non spagnolo. E per loro si’ che la questione e’ seria, altro che i sardi e i bretoni! Mente rifletto sulle minoranze etniche incontrate sin ora (me compresa), pedalo verso il parco. Ho un buon libro e la giornata non e’ troppo calda, aspettero’ li’ che sia ora di andare all’appuntamento.
Mi siedo sull’erba all’ombra e poso di fianco a me gli occhiali da sole. Sto leggendo un libro emotivamente molto coinvolgente, so che in pochi secondi saro’ completamente assorbita dalla storia, per cui tiro fuori anche il cellulare in modo da avere l’ora sott’occhio. Sono gia’ persa tra racconti di guerra, quando un ragazzo viene a sedersi vicino a me. Troppo vicino per poterlo ignorare. Lo guardo, un po’ dispiacuta di dover interrompere la lettura; lui mi dice qualcosa in una lingua che non capisco. Gli sorrido e gli faccio cenno di no con la testa: non ho capito, gli dico in lao. Lui mi parla ancora. Mi concentro, ma niente. Scusa ma non capisco, gli dico di nuovo in lao. E lui continua a parlare. Mi sforzo, ma non riesco a cogliere nessuna parola. Nemmeno una! Non e’ possibile, mi dico, non sta parlando lao. Sollevo le mani, i palmi rivolti verso l’altro, no, gli dico di nuovo scuotendo la testa. Lui mi parla ancora, mi fa delle domande e le ripete con insistenza. Usa frasi lunghe, non mi aiuta con i gesti. Non ha nessuna intenzione di farsi capire, non gli interessa comunicare. Non mi sta dicendo niente di utile e non vuole niente da me, altrimenti si farebbe capire, penso voglia solo divertirsi. C’e’ arroganza nei suoi modi, non e’ aggressivo, ma mi impone la sua presenza in un atteggiamento intimidatorio che non mi piace e che riconosco come fortemente anomalo in questo Paese. Non e’ laotiano, penso, non puo’ essere laotiano. Forte della mia convinzione, mi indico e gli dico “Italy”, poi indico lui. “Vietnam”, mi risponde. Ci ho visto giusto. Spero che questo breve scambio comunicativo possa rompere la dinamica precedente, ma no: lui riprende a fare discorsi che io non posso capire. Avvicina l’avambraccio al mio, ha una carnagione molto chiara, tocca la sua pelle e alza un pollice, poi tocca la mia e lo abbassa. Bianco bello, nero brutto. E va be’, per lo meno ti sei spiegato! Non ci leggo razzismo, so che secondo i canoni di bellezza asiatici, la pelle piu’ e’ chiara e piu’ e’ apprezzata; sono abbastanza certa che non ci sia altro dietro il suo gesto, mi punzecchia su una questione estetica, nulla di piu’. Indico la mia pelle e alzo il pollice, poi indico la sua e lo tengo ugualmente alzato. Un altro ragazzo viene a sedersi dietro di noi; ora il primo mi parla e ogni tanto si gira verso l’amico e ride. Ride di me. L’amico gli sorride, ma non sembra condividere del tutto. Sbircio l’ora sul cellulare posato sull’erba tra me e il ragazzo. In altre circostanze probabilmente lo metterei via, ma sono sicura che non voglia rubarmelo. E anche fosse, non mi interessa nulla del mio cellulare, potrei infilarglielo in tasca e andarmene serenamente. Per cui non prendo nessuna precauzione, non voglio mostrarmi preoccupata per qualcosa, perche’ non ho motivo di esserlo. Si stanno solo divertendo, siamo alle elementari, mi hanno rubato il diario e se lo palleggiano per vedermi correre da una parte all’altra, ma non mi va di dar loro soddisfazioni: non mi arrabbio, non metto via il cellulare, non me ne vado. Prima o poi si stuferanno. Infatti l’amico si alza e se ne va. Si avvicina un terzo ragazzo, molto giovane, si siede sulla mia bicicletta e mi fa capire che vuole andare da qualche parte. Vai, cosa ti devo dire? Non credo gli serva realmente, ma non credo neppure voglia portarla via. Infatti dopo pochi minuti ritorna. Il primo ragazzo intanto si e’ messo i miei occhiali; sono rotti, gli dico, glielo faccio vedere. Lui li mette ugualmente, ora prende lui la mia bici, fa un giro nel parco e dopo pochi minuti torna pure lui. Mi rida’ gli occhiali e se ne va. Rimango di nuovo sola. Finalmente! Dimmi te se alla mia eta’ devo essere vittima di bullismo! Riapro il libro e ripredo a leggere, innervosita per il poco tempo che mi resta ormai. 15.30, devo andare. Apro il cestino della bici per metterci dentro le mie cose. La bottiglia! Non c’e’ piu’! Non ci credo, mi ha rubato una bottiglia d’acqua piena a meta’. Coglione, penso tra me e me. O forse lo dico anche. Va be’, andiamo dal catalano.



L’indomani, pedalando su una strada poco lontano dal parco, sento urlare “Italy!!”. Dall’altra parte della strada c’e’ il vietnamita che mi saluta. Ricambio il saluto continuando a pedalare. Poi mi fermo, faccio inversione e lo raggiungo. C’e’ un negozietto poco piu’ avanti, ce n’e’ uno ogni pochi metri. Gli faccio capire che sto andando li’ e che voglio che mi segua. Prendo una bottiglia d’acqua dal frigo, la stessa che avevo nel cestino della bici, gli indico il prezzo, indico lui, indico la negoziante che aspetta. Lui si mette a ridere e paga. Usciamo e ci salutiamo con la mano; “Italy!” mi dice ancora ridendo mentre si volta. Ridacchio anch’io. Giro la bici e me ne vado, con il mio piccolo trofeo.
Sento che saremmo diventati amici se l’avessi incontrato altre volte.
Aggiornamento anti-panico e autocritico 21 maggio:
Se avessi avvertito pericolo, me ne sarei andata! Ma ripeto, non era aggressivo e non era affatto una situazione “pericolosa”: un parco cittadino, in pieno giorno, circondati da altre persone che chiacchierano, passeggiano, sonnecchiano sull’erba a pochi metri da noi… era solo un volermi deridere, non so per quale motivo. Non c’e’ nulla di spaventoso in questo: fastidioso, al massimo umiliante, ma non spaventoso. Credo che nessuno si sarebbe allontanato per paura, al limite per il fastidio di un atteggiamento arrogante.
Averlo incontrato il giorno seguente, vedere come mi ha salutata e come ha accettato di darmela vinta ridendo, in realta’ mi ha fatto sentire in difetto: come se avessi preso troppo seriamente uno stupido dispetto, come se non fossi stata in grado di stare al gioco e avessi reagito ad uno scherzo offendendomi. La musona che anziche’ riderci su’ la prende come una sfida e rivuole la sua bottiglia. Mi giustifico dicendo che lo scherzo non era affatto divertente per me e allora altro che elementari, una parte di me si sente come all’asilo: “Ma ha cominciato lui!” …e tu continua, brava! E’ vero che ha cominciato lui (testarda, eh!), ma la mia e’ stata un’inutile risposta dettata dall’orgoglio, assolutamente ragione Fulvio! Non rischiosa in quella circostanza, semplicemente inutile e fine a se stessa. E va be’, cosi’ sono andate le cose.
Comunque, credo davvero che saremmo potuti diventare amici se non fosse finita li’, non lo dico per dire!

Per un mouse omaggio



Vientiane (Laos), 14 maggio 2012


Io non me la spiego questa predisposizione a ritrovarmi in situazioni che non hanno senso, fatto sta che sono sul marciapiede di una strada nel centro di Vientiane e ho in mano un sacchetto. Dentro al sacchetto c’e’ un sacchettino. Dentro al sacchettino, due denti. Umani. Due premolari, a voler essere precisi. Entrambi in condizioni scadenti, a voler essere onesti. Sono le dieci, il traffico che scompiglia le strade della capitale nelle prime ore del mattino si e’ ormai placato. Chi doveva correre a lavoro e’ gia’ operativo da diverso tempo e le auto e i motorini si muovono ora senza fretta. Anche i rari passanti hanno un’andatura rilassata; qualcuno si ferma a comprare della frutta fresca al carretto parcheggiato all’angolo, poi continua a camminare pescando dal sacchetto trasparente con uno stecchino le fette di ananas, mango, papaia o anguria. Un ragazzo svolta l’angolo, mi guarda e avanza scoordinatamente verso di me. Vedendo quel che tengo in mano, alza le braccia al cielo e mi lancia un sorriso. Mi lancia il 94% del suo sorriso. Il restante 6% e’ in mano mia, nel sacchettino.



Cosa e’ successo? Cosa ho sbagliato per ritrovarmi qui, ora, con in mano questi… questi cosi?? Questa mattina mi sono alzata, mi sono preparata in silenzio, muovendomi con cautela nella penombra della camerata per non svegliare le altre ragazze, e sono scesa a fare colazione. Seduto al tavolino di fianco al mio c’era un ragazzo. “Posso togliermi una curiosita’?” Mi ha chiesto. Sentiamo. “Da dove vieni?” Da dove vieni e’ l’incipit di tutto quando si viaggia. Da dove vieni, dove sei stato e dove vai. Buffo che “come ti chiami” venga dopo queste domande, alle volte addirittura dopo ore di conversazione. Abbiamo iniziato a parlare o meglio, ha iniziato a parlare, da solo. Perche’ se mi parli rivolgendo frontalmente a te lo sguardo, i gesti, le espressioni, mentre io ti sono di fianco, a tre metri di distanza, allora stai parlando da solo. Francese, sulla trentina, indubbiamente un tipo strano. Per dirla come la direbbe Beppe: un tipo un po’ scosso. Mi ha raccontato cose interessantissime: ha fatto un quadro dettagliato della situazione politica ed economica del Laos (dove vive da dieci anni), spiegando gli sviluppi degli ultimi cinque anni, con il senso critico e gli esempi pratici di chi le cose le ha vissute dall’interno. Devo ammettere di aver perso qualche pezzo di discorso, perche’ parlava troppo velocemente, comunque era interessante. Dall’interno del locale il televisore, puntuale, ha iniziato ad erogare l’inno nazionale: le otto in punto. “Forse dovrei andare…” “Anch’io: ho un appuntamento all’ambasciata francese, prima devo fare delle fototessere, poi devo andare in ospedale e…” Ospedale?! Sebbene sia contraria ad andarci in gita turistica con la macchina fotografica al collo, sono sempre molto incuriosita dagli ospedali, vorrei entrare e vedere e chiedere, per confrontare con la realta’ che conosco. Per cui mi e’ sembrata una buona occasione, una buona scusa per varcare le porte: “Posso accompagnarti?” “Non dovevi andare via?” “Devo comprare un computer, posso farlo piu’ tardi.” “Bene allora. Dopo l’ospedale posso accompagnarti a comprare il computer per aiutarti ad abbassare il prezzo.” Perfetto! Cosi’ ci siamo incamminati assieme. Gli ho chiesto cosa dovesse fare in ambasciata e mi ha detto di dover rifare il passaporto che ha perso per la terza volta in tre mesi. Gli ho chiesto cosa dovesse fare in ospedale e ha tirato fuori dalla tasca il sacchettino: “Devo rimettere questi!” “Come, prego?” “Rimettere questi! Qui, vedi?” alzandosi il labbro con un dito, a mostrare la finestrella di denti mancanti. Mi ha spiegato di aver ricevuto un cazzotto qualche sera fa, ma non sa da chi e non sa perche’. Non ho fatto altre domande, temendo le risposte. Volevo solo vedere l’ospedale.
Tirare fuori il sacchettino per mostrarmelo e’ stato l’inizio della fine: e’ diventato un continuo posarlo da qualche parte, perderlo, cercarlo, ritrovarlo, metterlo via, tirarlo fuori per controllare che ci fosse e posarlo di nuovo inavvertitamente da qualche parte… un parto. Arrivare all’ambasciata e’ stato un parto. Alla fine ha chiesto a me di custodirlo ed ecco perche’ ho in mano un sacchetto con dentro un sacchettino, con dentro dei denti umani. Lui mi viene in contro e sorride perche’, essendosi dimenticato di averli affidati a me, era tornato di corsa all’ambasciata a cercare i suoi denti, lasciandomi in strada con un frettoloso “Ho dimenticato qualcosa” a cui non ho fatto in tempo a rispondere. “Cercavi questi? Li avevi dati a me!” “Meno male!” Eh, meno male, andiamo all’ospedale dai…
Le dieci. Camminiamo sotto un sole gia’ prepotentemente alto, la temperatura salira’ ancora e nelle prossime ore la citta’ rallentera’ ulteriormente il suo ritmo. Il bello di Vientiane e’ che tutto cio’ che serve e’ raggiungibile a piedi. Passiamo davanti a templi, ministeri, mercati, universita’, musei… e il mio compagno di strada mi spiega miliardi di cose, e’ come avere una guida, un Cicerone che passa dal raccontarti lo stile di vita della famiglia di un ministro (l’ex moglie era iparentata con chissa’ chi), al farti notare la bellezza di una casa coloniale disabitata e un po’ nascosta da manifesti pubblicitari e palazzi piu’ moderni. Sono sinceramente interessata a quel che dice, ma riesco a coglierne solo il senso generale. Di solito non ho difficolta’ con il francese, resta pero’ il fatto che non e’ la mia prima lingua e lui parla troppo, troppo velocemente per me. Parla a bassa voce e senza guardarmi, credo faccia anche delle battute, perche’ ogni tanto se la ride da solo. Una o due volte gli ho chiesto di ripetere, ma mi ha risposto irritato, per cui ho smesso di farlo: la mia Arianna non vuole condividere con me il filo del suo discorso e io cammino a casaccio in questo labirinto urbano facendo finta di niente anche quando non capisco nulla, tanto non mi fa mai domande.



Arriviamo all’ospedale e veniamo sballottati da un piano all’altro, da un ufficio all’altro, alla ricerca di un suo amico anestesista. Il sacchettino intanto e’ tornato in mano sua, per essere sventolato davanti al naso di infermiere e segretarie: “Questi, devo rimettere questi! Ma voglio che sia lui a farmi l’anestesia!”. All’ultimo tentativo, il sacchettino non compare. Si e’ smaterializzato per l’ennesima volta. Sono sicura che l’abbia messo in tasca, ma lui dice di non sentirlo. Sara’ caduto mentre venivamo qui? No, ce l’hai in tasca. L’avro’ dimenticato all’altra segreteria? Secondo me ce l’hai in tasca. Ma posso mica perquisirlo. Ripercorriamo in senso contrario gli ultimi corridoi sondando il pavimento con lo sguardo “Li ho persi! Sono arrivato fin qui e li ho persi! Mi metteranno dei denti di coniglio ora!” “Andiamo, dei denti di coniglio!! Guarda, non ti rimetteranno neanche i tuoi, ma ti faranno delle protesi, per cui non e’ grave se non li ritrovi… ” Arriviamo all’altra segreteria; mentre chiede se qulcuno abbia visto i suoi denti ripercorre i gesti fatti in quello stesso punto, la mano entra in una tasca dei jeans… e ne esce con il sacchettino. Non dico niente. Ci giriamo e torniamo all’ultimo sportello. “Non e’ possibile! Sempre cosi’, la mia vita non e’ altro che questo! Sempre!” “Chissenefrega, non ci pensare, l’importante e’ che tu li abbia ritrovati…” L’anestesista, scopriamo alla fine, e’ impegnato in sala operatoria per cui non puo’ riceverci. Ripasseremo nel pomeriggio. Nel frattempo possiamo pensare al mio computer.
Lo sbalzo termico e’ assassino quando si entra nel mercato nuovo: un palazzone climatizzato che di fatto altro non e’ che un cento commerciale, sorto ad un angolo del mercato vecchio. Il computer l’ho gia’ addocchiato ieri e ho abbassato il prezzo di una cinquantina di dollari. Con l’aiuto del mio interprete, che parla perfettamente lao, riprendiamo le trattative e riusciamo a scendere ulteriormente. Concordato il prezzo, resta solo da cambiare la lingua del sistema operativo. La cosa potrebbe richiedere del tempo. “Se hai altro da fare posso aspettare da sola…” “No, assolutamente, devo solo tornare in ospedale, ma e’ presto…” Passano dieci minuti e inizio a cogliere segni di impazienza nel suo corpo. “Vuoi andare in ospedale? Posso aspettare da sola, davvero…” “No, non voglio andarci da solo, ho paura dell’anestesia, preferisco che ci sia qualcuno…” Passano altri dieci minuti e inizia a chiedere insistentemente quanto tempo manchi alla fine “Senti, non importa, andiamo in ospedale e lascio qui il computer, posso tornare a prenderlo domani.” “No, ho detto che aspetto con te, aspettiamo!” Altri minuti. E’ sempre piu’ nervoso, irritato, si rivolge malamente alla negoziante per chiederle ancora quanto manchi “Ancora un pochino…” a questo punto si alza dalla sedia di scatto e urla “Non e’ ancora finito! Non e’ ancora finito, merda! Sai cosa ti dico? Io vado in ospedale, tu stai qui ad aspettare…” si allontana veloce a pugni stretti continuando a urlare “E’ la mia vita, cazzo! Io me ne vado! A mai piu’!” pochi secondi, poi sparisce. La negoziante e’ pietrificata, ha capito nonostante non abbia colto una parola, perche’ la sfuriata era in francese. Mi guarda, boccheggia, mi chiede “E’ tuo amico?” “Oh, non si preoccupi” “Mi dispiace, e’ che ci vuole tempo…” “Non si preoccupi, davvero” “Non posso farci niente, ma manca poco…” “Non ci pensi, non e’ successo nulla”. Faccio di tutto per convincerla che davvero non mi importa di dover aspettare: chiacchieriamo, mi faccio un giro, leggo. Invano. Alla fine, tra mille scuse per l’attesa, mi regala anche il mouse.

Sunday, May 13, 2012

Dogmatismo alimentare



Ho un rapporto immaturo con il cibo. Significa che prediligo i sapori semplici e che non ho mai imparato ad apprezzare quelli forti, come l’affumicato, l’alcool, il piccante; significa anche che ci sono tutta una serie di alimenti che non mi piacciono per partito preso. “Ma almeno assaggialo!” e’ una delle frasi che piu’ mi infastidiscono: tu preoccupati di cosa introduci nel tuo corpo, che al mio ci penso io. E’ che di alcune cose non mi fido. Magari le assaggio anche e il sapore mi e’ indifferente, ma ormai il cervello le ha catalogate come “cose che non mangio” per cui, semplicemente, non le mangio. Ad esempio: i funghi, le noci, le melanzane, il cotechino non si mangiano. E’ cosi’ e basta. Dogmatismo alimentare. C’e’ da dire che con gli anni la mia diffidenza si e’ notevolmente ridotta: da piccola scartavo i pezzetti di prezzemolo dal risotto con la forchetta “Cos’e’ questo??” con aria schifata. E mia madre “Niki, manda giu’ per favore!” con tono quasi supplice.
E’ stupido, me ne rendo conto; soprattutto viaggiando, credo che non assaggiare il cibo significhi escludersi una parte importante dell’identita’ di un luogo. Riconosco il mio errore e sto cercando di lavorarci su’.



Inizialmente in Thailandia, di fronte a menu’ completamente inesplorati, provavo un senso di smarrimento e mi rifugiavo nella mia unica certezza: fried rice, nelle sue varianti con pollo/maiale/carne bovina/frutti di mare. Quando poi ho realizzato che stavo mangiando riso tre volte al giorno (ebbene si’, anche a colazione!), mi sono decisa a prendere in mano la situazione e reagire. [Tra l’altro, una delle mie bibite preferite e’ il succo di limone… mi fa un baffo a me la diarrea del viaggiatore! Per quel che ne so potrei aver avuto il colera in forma asintomatica!] La reazione e’ stata saltare all’estremo opposto: ho iniziato a ordinare puntando il ditto a caso sul menu’ e prendendo appunti molto stupidi sul mio quadernetto, per sapere cosa evitare in futuro. E’ un rischio. Alle volte guardavo il piatto posatomi di fronte senza capire e ogni volta era di nuovo la voce di mia madre: Niki, manda giu’ per favore! Ok, mando giu’. Devo ammettere che mi e’ piaciuto sempre tutto. Il verdetto finale e’ che, per me, in Thailandia si mangia bene.
In Laos un po’ meno, perche’ e’ tutto molto piu’ in umido (la mia diffidenza e’ direttamente proporzionale al livello di umidita’ del cibo). Non male, solo un po’ meno bene, secondo me. Soprattutto se si considera come parametro di giudizio la varieta’ della scelta. Sara’ colpa mia, per carita’, ma nella maggior parte dei posti in cui ho mangiato la scelta era noudles soup. LA scelta, singolare, niente “o”: noudles soup, punto. La noudles soup consiste in una quantita’ spropositata di brodo (tipo 500-700ml!) in cui sono immersi spaghetti di riso, foglie di insalata e menta, pezzi di carne, sedano, alle volte pomodorini freschi, spezie varie. Piccante a piacere. Della cuoca. Buona, davvero, se riuscissi a fare un brodo cosi’ saporito sarei felice. Pero’, ragazzi, non se ne puo’ piu’! Questa sera ero tentata di rimanere in stanza a riempirmi di licis piuttosto che mangiare un’altra noudles soup… e invece no! Beccata anche oggi! Inoltre tutta quell’acqua da un senso di sazieta’ illusorio e dopo una mezzora si e’ da capo. Fortuna che ho della frutta qui (e con i licis sono in una botte di ferro!). Di una cosa pero’ sono contenta: ho finalmente imparato a mangiarla con le bacchette! Mezza umanita’ mangia con le bacchette, c’e’ poco da tirarsela, ma io sono soddisfatta! La prima volta e’ stata un’umiliazione pubblica: le bacchette continuavano a rigirarmisi in mano, riuscivo saltuariamente a sollevare due spaghetti di qualche centimetro, ma poi mi ricadevano regolarmente nel piatto. Tra il caldo (era pranzo), il piccante, il vapore del brodo e l’agitazione di star morendo di fame e non riuscire a mangiare quel che si ha di fronte… una sudata memorabile! Non escludo che la cuoca abbia perso dei clienti a causa mia. O forse lo spettacolo della mia pesca sportiva dello spaghetto ha attirato qualche curioso, chissa’.



Ad ogni pasto mi chiedo a quante norme comportramentali stia contravvenendo senza rendermene conto. Non ci avevo mai pensato troppo, come capita con la maggior parte delle cose ormai interiorizzate, ma la tavola e’ un campo minato di regole: non si mastica con la bocca aperta, non si parla con la bocca piena, non si tengono le mani sotto al tavolo, non si tengono i gomiti sul tavolo, non si mangia finche’ tutti non siano stati serviti, non si mangia dal piatto degli altri, non si fa rumore bevendo il brodo dal cucchiaio, non si beve il brodo dal piatto, non si lecca il piatto, non si mangia con le mani, non si rutta… e altre millemila ancora solo nell’ambito della Famiglia del Mulino Bianco, senza scomodare il galateo. Mi chiedo quale sia qui il regolamento. Ad esempio, quando mi portano la bottiglia d’acqua e non il bicchiere… se ne sono dimenticati o posso bere dalla bottiglia? E gli ossicini di pollo della noudles soup, devo risputarli nel piatto o posso posarli direttamente sul tavolo? Perche’ il mio super-io mi proibirebbe di fare entrambe le cose! Alla fine un po’ copio la gente e un po’ faccio come mi capita, tanto il mio super-io con la bocca piena non puo’ parlare.

Tavoli separati



Muang Ngoi (Laos), 1 maggio 2012

In questo tratto il fiume scorre ai piedi delle montagne, in un canale sufficientemente stretto da dare la sensazione, ad ogni curva, di un sipario che si apre al passaggio della barca. La barca e’ grossomodo una canoa a motore, dobbiamo stare seduti quasi immobili per non sbilanciarla; mi sembra ancora piu’ piccola e fragile, al centro di questa sfilata di colossi rocciosi che ci sovrastano. Il paese lasciato il giorno prima e’ sempre identico, ma ai miei occhi appare ora come una metropoli. Percorro la via centrale (l’unica via) zoppicando sempre piu’ vistosamente. Mi sembra passata una settimana dall’ultima volta che sono stata qui. Eppure solo ieri mattina abbiamo attraversato in senso opposto questo stesso paesino, siamo passati davanti a questi stessi negozi e case, ma anziche’ girare a sinistra verso il porto, da dove veniamo ora, abbiamo preso il sentiero che parte sulla destra e che collega quattro villaggi persi sulle montagne. Due giorni di trekking, piu’ il ritorno via fiume per chiudere il circuito. Tim, io e la foto del percorso stilizzato trovato sul manifesto pubblicitario di un’agenzia di trekking.
Il primo giorno e’ il piu’ faticoso, perche’ il sentiero prende quota arrampicandosi tra dossi verdeggianti e terreni bruciati dai contadini; il secondo giorno e’ il piu’ impegnativo, perche’ il sentiero non c’e’. O meglio, c’e’, ma ad un certo punto si confonde con altre mille stradine create dal passaggio di bufali d’acqua, per cui non si riesce piu’ a stabilire quale sia la via giusta (forse con una cartina vera…). Abbiamo camminato per circa 2km in un ruscello, dicendoci che, a rigor di logica, prima o poi sarebbe sfociato nel fiume ed essendo l’ultimo villaggio sul fiume, prima o poi saremmo arrivati almeno in prossimita’ del villaggio. Avanzando con l’acqua fresca alle ginocchia, ho finalmente trovato sollievo fisico dal dolore al tendine d’Achille che inspiegabilmente da qualche giorno mi tormenta; e soprattutto sollievo mentale dallo stress di dovermi continuamente staccare sanguisughe dai piedi… lo so solo io quanto ho rimpianto di non aver messo le scarpe chiuse.


Al terzo villaggio, dove abbiamo pernottato, ci siamo arrivati poco prima del tramonto. Una decina di case di legno e bamboo; cani, maiali, mucche, galline e bambini scorrazzano sulla terra secca; c’e’ una fontana che in seguito ho scoperto essere la fonte dell’acqua potabile e la doccia. Mi piace questo genere di contraddizioni: la nudita’ e’ un tabu’, per cui e’ bene che i vestiti non lascino il corpo troppo scoperto… ma la doccia la si fa sulla pubblica piazza! O forse no, forse c’e’ una profonda coerenza, dato che gli uomini si lavano in pantaloncini e le donne in pareo. Lista delle esperienze 2012: fare la doccia in pareo in piazza, spuntato. E vale doppio.
Non c’e’ stato bisogno di molte spiegazioni, non eravamo certo i primi escursionisti a passare di li’: ci e’ stato dato un posto per dormire e un pasto da mangiare. Abbiamo cenato in casa della signora che ha cucinato, circondati da un numero indefinito di figli e nipoti, incuriositi e attratti dai tatuaggi di Tim. Ho ripensato ad una ragazza svizzera incotrata qualche giorno prima a Nong Khiaw; ci raccontava di aver fatto un trekking con una guida organizzato da un’agenzia e ci consigliava l’esperienza “Attenzione pero’ a scegliere l’agenzia giusta!” diceva “Perche’ alcune vi dicono che si mangia con la gente del posto, ma poi arrivate li’ e vi trovate ad un tavolo separato! Allora mettete in chiaro subito: fatevi dire esattamente come si svolgeranno le cose nei villaggi, cosi’ se succede che loro mangiano ad un tavolo e voi a un altro, potete farlo presente…” Non posso fare a meno di immaginare la scena: “Come sarebbe a dire che questo e’ il mio posto? No, no e poi no! I patti erano chiari: mi avete garantito che ci sarebbe stato un indigeno seduto vicino a me! Ho pagato per un servizio e ora esigo cio’ che mi spetta, non intendo mangiare fino a quando non avro’ un selvaggio al mio tavolo!” …la gente e’ pazza…
La padrona di casa e’ una signora bassa e ciccionetta dai modi sgarbati, l’unica laotiana che abbia sentito gridare da quando sono qui. Non antipatica o scortese, anzi, una sorta di Zia Bisbetica (per chi ha visto Il Segreto del Nimh) premurosa nonostate le apparenze. Mi ha svegliata in piena notte urlando cose a me incomprensibili e toccando il mio pareo steso ad asciugare… Da fastidio qui? Devo spostarlo?… ma non c’era rimprovero nella sua voce; poi si e’ messa a indicare il buio e ruggire… Ci sono i leoni? Devo vestirmi e scappare?… ma il suo corpo non comunicava allarme; quando ha iniziato ad alternare i ruggiti al masticare a bocca larga, ho capito: ti conviene stendere il pareo piu’ in alto se non vuoi che le mucche vengano a mangiarlo nella notte. Ah! Grazie Zia Bisbetica! Non era difficile, era la relativita’ dell’onomatopea dei versi animali che mi fregava!
Il bello di dormire tra pareti di bamboo e’ che, se si ha la fortuna di essere in un punto da cui si vede l’alba, ci si sveglia circondati da questo:


Mi manchera’ domani mattina, quando aprendo gli occhi vedro’ banali pareti bianche. Ma ora non importa, ora voglio solo dormire. Fare una doccia nuda e dormire.