Wednesday, March 20, 2013

I pirati della Malesia

Kota Kinabalu (Malesia), 7 marzo 2013

Due cose noto arrivata in Malesia. La prima e’ che i pullman vengono fermati ogni poche ore e controllati passeggero per passeggero da poliziotti armati di mitra (o qualunque cosa siano); e questo e’ strano. Per essere qui, almeno. In Congo e’ normale che un qualunque ufficiale si tenga a spalle l’artiglieria pesante anche solo per stare fermo a un semaforo a controllare il traffico, ma qui non ho mai visto nulla del genere. Strano anche il fatto che qualcuno venga quasi sempre risparmiato dal controllo dei documenti e che quel qualcuno sia sempre io. O cercano una persona che non mi somiglia per niente o devo davvero iniziare a considerare l’idea di passare ad attivita’ piu’ redditizie, come il narcotraffico, perche’ non mi controllano davvero mai… va be’…
La seconda cosa che noto andando a fare immersione all’isola di Mabul e’ che una volta arrivate a destinazione, le barche, tutte le barche, issano una bandiera blu. E intanto motoscavi della polizia circolano minacciosamente attorno all’isola come pescicani… strano anche questo, ma non lo trovo sufficientemente allarmante da chiedere informazioni. Mi libero della sensazione che stia succedendo qualcosa dicendomi “Non pensavo che la Malesia fosse cosi’ militarizzata!” e continuo con spensieratezza la mia visita nel Sabah.


A detta di molti, il Sabah e’ la regione piu’ bella della Malesia. Sara’. Ma io continuo ad avere la sensazione di star mangiando qualcosa che non mi va di mangiare giusto per non sprecarlo, perche’ non e’ sufficientemente buono da gustarmelo ne’ sufficientemente cattivo da evitarlo… come le melanzane, appunto. Con questo non voglio dire che il Sabah sia un brutto posto, il problema e’ tutto mio, me ne rendo conto. Qui ce n’e’ per tutti i gusti: dalla foresta pluviale del Borneo (che se si va avanti cosi’ diventera’ il Palmeto del Borneo, vista la quantita’ di palme da olio che vengono piantate, ma questa e’ un’altra questione…) alle spiagge bianche, monti, isolette, oranghi e scimmie varie… ma io ho troppa voglia di tornare in Indonesia per apprezzare davvero il posto in cui sono ora. E dopo due settimane, pianifico un’altra fuga.
Sulawesi e’ un’isola indonesiana a due passi dal luogo in cui mi trovo (relativamente) ed e’ uno dei posti che vorrei visitare. Nulla di piu’ semplice: basta prendere una barca ed e’ fatta. Certo, io la faccio sempre facile! Ma piu’ cerco e ricevo informazioni, piu’ mi rendo conto che facile non e’ e mi si fa luce sui motivi di cotanta polizia e controlli.
Pare che Jamalul Kiram III, Sultano del Sulu, nel sud delle Filippine, abbia deciso di reclamare parte del territorio del Sabah, un tempo appartenente alle Filippine. Soldati filippini hanno iniziato a sbarcare clandestinamente sulle coste malesiane, alcuni sono stati scoperti all’arrivo, altri sono riusciti ad entrare nel Paese e confondersi tra la popolazione, tra l’altro composta da un alto numero di immigrati filippini a cui pare il governo non abbia mai facilitato particolarmente l’integrazione e che si teme possano ora decidere di non facilitare particolarmente il governo e collaborare con “gli invasori”. Pochi giorni fa ci sono stati i primi scontri armati. Nulla che abbia interessato i civili, ma il clima non e’ dei piu’ rilassati.
Prima mi sposto a nord, dove la situazione e’ tranquilla, poi decido di tornare a sud e prendere la nave prima che le cose si mettano male davvero… impacchetto il mio zaino, esco in strada e parto. Faccio duecento metri e torno indietro. I giornali parlano di altri scontri, strade verso sud chiuse al transito, barche ferme per l’alto rischio di attacchi in mare… ok, pare che le cose si siano gia’ messe male davvero. Spreco ore a cercare un’alternativa, un volo, ma non trovo nulla. Ecco, sono bloccata di nuovo! 


Ma dico io, buon Jamalul Kiram, Sua Maesta’, secoli di silenzio e proprio ora dovevi fare tutto sto casino?? Non potevi startene bravino per un paio di settimane ancora e lasciarmi passare? Che io non chiedo altro: passare. E invece no. Un’ora di barca e sarei gia’ salva oltre al confine indonesiano, salirei su una nave indonesiana e me ne andrei in Indonesia senza dar fastidio a nessuno, ma no, non si puo’ fare, quell’ora di barca e’ troppo pericolosa. Mannaggia. Un po’ mi spiace: mi ero fatta una bella idea di Sulawesi, ma in fondo l’Indonesia e’ composta da piu’ di diciassettemila isole, credo di poter trovare un’alternativa, insomma…
Dopo aver abbandonato definitivamente l’idea di raggiungere Sulawesi, vado a cena in uno dei tanti ristornti cinesi che costeggiano le strade di Kota Kinabalu, vicino al porto. Al tavolo di fianco al mio sono seduti quattro poliziotti in divisa. Li osservo per un po’ e improvvisamente mi sento addosso tutto il peso e il dipiacere che questa situazione comporta. Le notizie dicono che nei prossimi giorni si concentreranno ulteriormente le forze a sud della regione, come e’ ovvio che sia. Che peso diverso hanno gli stessi eventi su persone diverse: su di me che me ne vado in giro con la macchina fotografica al collo, su chi sta seduto in Italia e non ne sa nulla, su un sultano nel sud delle Filippine, su questi quattro ragazzi in divisa, su altri ragazzi a poche ore di barca da qui, sui filippini in Malesia che sicuramente avrebbero fatto a meno della diffidenza del resto della popolazione, sulla popolazione che sicuramente avrebbe fatto a meno della paura… che tristezza.

Il Sultano del Brunei


  
Bandar Seri Begawan (Brunei), 23 febbraio 2013

Arrivo in Brunei con un unico obiettivo: andarmene. Correre e lanciarmi oltre la frontiera malesiana come un battitore di baseball sull’ultima base, prima che i miei risparmi risentano eccessivamente degli ultimi errori strategici.
Ci provo. Arrivata in centro citta’ vedo un pullman per una certa Miri. “Dov’e’ Miri?” chiedo all’autista “In Malesia” mi dice, “E’ sulla stessa strada per Kota Kinabalu?” “Si’!” salgo. Dopo alcuni chilometri, prendo un depliant dalla tasca del sedile di fronte a me e lo apro. Toh, guarda: una cartina! Qui c’e’ Kota Kinabalu e Miri rimane esattamente… oh no, no! “Fermate il pullman!!” Scendo.
Me lo sentivo che non sarebbe stato cosi’ facile. Non e’ che stessi andando nella direzione sbagliata in realta’: se avessi continuato su quella rotta per un pezzetto, ad un certo punto sarei arrivata a Kota Kinabalu, passando per l’Africa Centrale, il Sud America, le isole del Pacifico e poi la Malesia di nuovo. Ma credo che il mio primo tentativo di fuga debba comunque considerarsi fallimentare.


Torno in centro a testa bassa, trovo una stanza senza le maniglie d’oro e studio un secondo piano di fuga per domani all’alba.
L’indomani, poco dopo il richiamo dell’Iman alla prima preghiera del mattino, sono in reception con lo zaino in spalla a consegnare la chiave della stanza per andarmene.
“Oggi e’ la nostra Festa Nazionale!” mi dice sorridendo la ragazza seduta dietro al bancone. Ripenso al fatto che l’ufficio informazioni turistiche ieri era chiuso perche’ era un venerdi’, sarebbe stato chiuso il giorno seguente per via della Festa Nazionale e quello successivo ancora in quanto domenica; ripenso alle quattro ore passate ad aspettare un autobus per il centro citta’, la cui circolazione e’ limitata per via della Festa Nazionale; ripenso al fatto che non ho trovato posto nella guest house piu’ economica: tutto riservato per la Festa Nazionale; ripenso alla moschea di cui non ho potuto visitare l’interno perche’ stavano sbrigando i preparativi per la Festa Nazionale… guardo la ragagazza dietro al bancone “Si. Lo so.” le dico solo. “Non vai alla parata? Oggi puoi vedere Sua Maesta’!” …aspetta un attimo… l’hai detto sul serio?! Ho sentito bene? Hai usato le parole Sua Maesta’?? Lo chiamate davvero SUA MAESTA’??
Io credo che se nel 2013 la vita ti da’ la possibilita’ di vedere uno che viene chiamato Sua Maesta’, allora e’ peccato mortale lasciarsi scappare l’occasione! Il mio piano di fuga puo’ attendere qualche ora. Il Sultano del Brunei no. Poso lo zaino e corro in strada.

Tutte le strade del centro, dove ieri sfilavano silenziosi macchinoni lucidi, oggi sono chiuse al traffico e le corsie sono invase da una folla in festa che sventola bandierine gialle. Sono tutti elegati e si spostano di qua e di la’ corricchiando, si ha la sensazione che stia per succedere qualcosa ad ogni angolo. Macchine fotografiche, bandiere, uniformi… c’e’ una bella atmosfera, me la godo proprio. Vengo anche intervistata da una televisione locale.
Dopo qualche ora il corteo prende forma e parte: un interminabile serpente di gente si snoda lungo la strada e inizia a sfilare tra la musica della banda, gli applausi della gente e gli scatti dei fotografi. C’e’ una rappresentanza di tutti i corpi delle forze armate, degli studenti, dei lavoratori, di gruppi che non ho idea di come classificare, ma ci sono; il risultato e’ che sono piu’ le persone in divisa o uniforme che quelle a guardarle sfilare. Non riesco a smettere di immaginare il Sultano che cammina nervosamente dietro a delle tende color porpora, qualcuno gli si avvicina con riverenza e gli dice: “Sua Maesta’, e’ ora, il popolo Vi attende!” e rido, rido perche’ probabilmente e’ successo davvero!

 

La processione termina all’interno di una sorta di stadio dove la gente importante e’ seduta sulle scalinate; il popolo saluta Sua Maesta’, Sua Maesta’ saluta il popolo.
E ci sono anch’io! Divertita e felice per le prime ore, poi stanca e accaldata, alla fine anche un po’ stufa. Il sole e’ ormai alto e spietato, sono in giro dall’alba e non dimentichiamo che devo scappare oltre frontiera… meglio andare.
Caro Brunei, e’ stato un piacere, davvero, ma finisce qui!

Thursday, February 28, 2013

Alle volte le melanzane si mangiano

Scalo all’aeroporto di Kuala Lumpur (Malesia), 21 febbraio 2013

Tempo scaduto. Sebbene non abbia alcuna intenzione di andarmene, il mio visto indonesiano e’ prossimo al termine e questa volta non mi e’ piu’ possibile estenderlo: devo lasciare il Paese.
Poco male. Mi faccio l’idea di volare in Timor Leste, passarci un po’ di tempo e da li’ rientrare in Indonesia. Mi pare un buon piano. Senonche’, al momento di comprare il biglietto scopro che i prezzi sono lievitati andando oltre alle mie possibilita’ e mi vedo costretta a ripiegare sul piano B. Che, neanche a dirlo, non ho.
Chiariamo la mia posizione: non e’ che non mi possa permettere ora di comprare quel biglietto, ma significherebbe dover rinunciare in futuro a un pezzetto di cammino; la dimensione dei miei risparmi in banca e la durata di questo viaggio sono inversamente correlate: ok puntare il dito a caso sul planisfero, ma un minimo di valutazione e’ necessaria. Ci sono Paesi o spostamenti che non mi posso permettere (a meno che non sia proprio il Paese dei miei sogni, ma non e’ questo il caso).


Dunque, causa biglietto aereo, il Timor Leste e’ tagliato fuori.
Piano B: google map, skyscanner, vediamo… in Malesia non ci voglio andare per partito preso; non si mangiano le melanzane e non si va in Malesia, e’ cosi’. Singapore e Australia: al di fuori del mio budget, al di fuori dei miei interessi, al di fuori del piano B. Papaua Nuova Guinea e Filippine: complicazioni per il visto per la prima, biglietto troppo caro per entrambe… maledizione, sono bloccata!
Ma aspetta un attimo… cos’e’ quello? Quel puntino microscopico sopra la Malesia… ingrandisci, ingrandisci… Brunei. Bo. E chi l’ha mai sentito?? Vediamo: visto all’arrivo, volo addirittura in offerta… eccolo il mio piano B! Quattro click e compro il biglietto. Si va in Brunei! Yuppi!!
Brava che sono. Mi si mette di fronte un problema e, clicca qui, clicca li’, in un attimo te lo risolvo. Brava, brava, brava!
Brunei dunque. Eppure il nome mi dice qualcosa. Brunei. Qualcosa tipo… qualcosa tipo IL SULTANO DEL BRUNEI, Nicole??! O qualcosa tipo palazzi d’oro e pozzi di petrolio?? Uno degli stati piu’ piccoli e piu’ ricchi del mondo!! E non potevi permetterti il Timor Leste? Quanto vuoi che costi un albergo in Brunei? Gia’ mi ci vedo: “Non avete per caso una stanza un po’ piu’ economica? Chesso’, una senza le maniglie d’oro magari…” Oh no. Oh no!! Che cosa ho fatto?? Alla faccia del minimo di valutazione. Stupida, stupida, stupida idiota!
Provo a farmi rimborsare il biglietto e quasi mi ridono in faccia.
Passo i due giorni prima della partenza consumata dall’urgenza di dover trovare un’alternativa e dalla completa incapacita’ di prendere una decisione.
Ma a quindici ore dalla partenza del mio volo, quando ancora mi chiedo se salire sull’aereo o meno, mi arriva un messaggio che recita cosi’: “Ciao, come va? Ancora in Indonesia? Io sono a fare immersione nel Sabah” Il Sabah: la regione all’estremo est del Borneo Malesiano, raggiungibile via terra dal Brunei… credo di aver trovato il mio piano C!
Quindici ore dopo, decollo.

Bahasa Indonesia e Marilyn Monroe




Jakarta (Indonesia), 18 febbrio 2013

Giudico la diversita’ linguistica un’immensa ricchezza, ma spero che arrivi presto il giorno in cui tutti possiederanno anche una chiave linguistica comune, che permetta ad ognuno di comunicare globalmente con chiunque altro.
Che si tratti dell’inglese o dell’aramaico a mio avviso fa poca differenza, ma se proprio dovessi scegliere, per dire, se si facesse un referendum per decidere quale debba essere la lingua universale, il mio voto andrebbe all’indonesiano (lo so che in Malesia e Singapore la lingua e’ quasi la stessa, ma in Indonesia ha un suono piu’ dolce).
Voterei l’idonesiano per la sua semplicita’. Sicuramente ci sono differenze che io non conosco tra quello parlato per strada e quello usato nei circoli letterari, ma almeno nel suo livello base si tratta in generale di una lingua piuttosto semplice dal punto di vista grammaticale, lessicale e anche fonetico (sono chiaramente condizionata dall’italiano, soprattutto per quanto riguarda la fonetica).
Mi piace innanzitutto perche’ funziona per campi semantici. Ad esempio: STRADA si dice jalan. STRADA, VIA, SENTIERO, ANDARE, PASSEGGIARE, BUON VIAGGIO, si traducono rispettivamente jalan, jalan, jalan, jalan, jalan-jalan, salamat jalan.
Per quanto riguarda la grammatica, prendiamo la formazione del plurale: a meno che non si sappia il numero esatto o si usino quantificativi tipo tanti, un sacco di, un fottio, ecc.. basta ripetere la parola. FIORE: bunga. FIORI? bunga bunga. PERSONA: orang. GENTE? orang orang.
E i verbi. Uno a caso: DORMIRE. All’infinito diventa tidur. Alla prima, seconda e terza persona singolare e plurale dell’indicativo presente rimane tidur. Congiuntivo imperfetto, trapassato prossimo, futuro anteriore, gerundio presente: tidur.


Posso immaginare che tutto questo porti delle complicazioni se rapportato ad altre lingue, mi chiedo ad esempio come facciano a tradurre Schopenhauer o anche solo una Carmen Consoli, per non andar troppo lontano; ma di per se’ l’indonesiano funziona ne’ meglio ne’ peggio della piu’ complessa delle lingue.
E oltretutto non manca di poesia. Adoro il fatto che si usi la stessa parola per MESE e LUNA: bulan. O che SOLE si traduca matahari, che non e’ altro che un composto di mata, OCCHIO, e hari, GIORNO: l’occhio del giorno. Oppure (questo e’ geniale!) NEO: tailalat; dove lalat significa MOSCA e tai, CACCA.
Non posso impedirmi di pensare a cosa sarebbe accaduto a Marilyn Monroe se ai suoi tempi l’indonesiano fosse gia’ stato la lingua universale (come ben presto sara’). Avrebbe avuto tutto il successo che ha avuto? Sarebbe stata eletta a sex symbol? Avrebbero scelto lei per cantare Happy Birthday Mr President a Kennedy? Con quell’enorme tailalat sulla faccia?? Non credo proprio…

Wednesday, February 27, 2013

Bevi tanti succhi di frutta



Labuan Bajo (Indonesia), 10 febbraio 2013

Una sera mi sono addormentata congratulandomi con il mio sistema immunitario per avermi protetta con incredibile efficienza durante questo viaggio. Sono una fortezza inespugnabile! Bravi i miei soldatini bianchi! Bravi davvero, che se dopo tutto questo tempo posso lamentarmi di soli due giorni di disordini gastro-intestinali disabilitanti, allora e’ proprio il caso di farseli due complimenti!
Credo che il mio subconscio ne sapesse gia’ piu’ di quanto ne sapessi io, se mi ha indirizzata verso questi inusuali (quanto insulsi) pensieri. Fattosta’ che il mattino seguente mi sono svegliata con la febbre.
Oggi, al quinto ma-si’-domani-mi-passa inatteso, ho ritenuto opportuno porre fine alla suspence del toto-febbre (sara’ malaria, dengue o febbre gialla??) e trascinarmi in ospedale per una diagnosi. E, possibilmente, una cura.


Il bello di avere una madre africana e’ che davvero poche cose riescono a metterla in allarme (e in ventisei anni ancora non mi sono fatta un’idea di quali, ma qualcuna ci sara’).
“Halo?”
“Ciao mamma!”
“Oh, ciao! Come stai?”
“Ho il tifo”
“Bevi tanti succhi di frutta. Puoi richiamarmi piu’ tardi…?”
Mi rassicura sapere che qualunque problema la vita mi mettera’ di fronte, lei non lo aggravera’ del peso di dover gestire la sua ansia a riguardo. Dico sul serio.
Dunque, nonostante la vaccinazione antitifoidea, pare che abbia questo nuovo indesiderabile compagno di viaggio. Nulla di esilarante a dire il vero: ho proprio solo la febbre. Devo ammettere che, in questo clima in cui gia’ normalmente il corpo si dispera cercando in ogni modo di perdere calore, avere la febbre non e’ spassosissimo. Ma non mi limita nelle mie attivita’ quotidiane –tipo usare il filo interdentale- e non –tipo finire un corso di immersione-.


Proprio cosi’: immersione. E, voglio dire, se non qui, dove??
Qui si incontrano le acque del Pacifico e dell’Indiano, le cui correnti portano a mischiarsi acque di temperature e caratteristiche differenti, che creano un ecosistema ideale per specie dalle esigenze diverse. Il che’ significa ampia biodiversita’: tanti microrganismi, quindi tanti pesci piccoli, quindi tanti pesci grossi… c’e’ cibo per tutti.
I fondali sono straordinariamente ricchi e di una bellezza sorprendente, almeno per me, che a piu’ di tre metri di profondita’ non ci avevo mai messo il naso. E comunque i tre metri erano in piscina.
Ogni immersione mi meraviglia con la maestosita’ delle mante, l’eleganza degli squali, l’assurda faccia dei pesci palla e i colori, i colori dappertutto… poi esco dall’acqua, devo togliere tutta l’attrezzatura, e’ tutto bagnato, ho freddo, mi scappa la pipi’, ho il tifo (scusa se e’ poco), e mi chiedo se ne valga la pena… poi mi rituffo, colori, colori dappertutto e li’ si’, li’ ne vale indubbiamente la pena.


Puro pensiero





Ruteng (Indonesia), 4 febbraio 2013

Diciamolo, Flores e’ proprio bella. Di una bellezza autentica data dal fatto di non essere stata completamente soggiogata dall’uomo. Non ancora, perlomeno.
Certo, ci sono delle infrastrutture che fanno si’ che sia un’isola abitabile secondo gli standard del nostro secolo; ma la natura ha ancora la meglio e l’atteggiamento piu’ diffuso (fanno eccezione le poche citta’) e’ quello di adattarsi alle sue regole piuttosto che imporre la proprie. Sulla costa si vive in case di bamboo perche’ se proprio deve arriare uno tzunami, e’ meglio non avere del cemento che ti cada addosso; in alte zone le abitazioni sono costruite secondo la logica, basta che tenga fino alla prossima eruzione;



 le strade non sono piu’ larghe del minimo indispensabile e la foresta se le ingloba ogni giorno di piu’, fino a divorarne un pezzetto franandoci sopra o scavando dal basso… tutto e’ matenuto a un livello piuttosto basico perche’ tutto va comunque continuamente ricostruito partento quasi da zero.
Le citta’ (la maggior parte delle quali considerabili paesi) in cui l’uomo e’ riuscito ad affermare il proprio spazio spttraendolo ad una natura incontenibile, si possono davvero contare sulle dita della mano destra: Maumere, Ende, Labuan Bajo, Larantuka, Ruteng, Bajawa… be’, un piccolo prestito dalla sinitra.
Durante gli spostamenti in bus o in bemo, su questi saliscendi di strade soffocate dal verde, guardo fuori dal finestrino per non perdere i momenti in cui il fogliame si apre e si vedono i profili delle colline come le pieghe di una coperta su un letto disfatto, volendo prendere in prestito un’immagine di Krakauer, che si allungano fino a tuffarsi nel mare. Guardo fuori dal finestrino e penso.


Se fossi puro pensiero, partirei dal centro del cratere dell’Egon Volcano, che ribolle in attesa del prossimo via, mi lancerei verso il cielo tra i fumi come una bomba vulcanica e poi giu’ in picchiata come un rapace; attraverserei cosi’ la foresta, dove tronchi altissimi spingono rami a cercare la luce oltre il fitto fogliame piu’ basso; sfreccerei tra la caotica geometria delle foreste di bamboo e sempre piu’ giu’, tra le foglie di lama dei palmeti e poi, di colpo, luce. Un bagliore di sabbia bianca e tenue azzurro. Ma proprio solo un attimo. Poi solo blu intenso. Fino alla fine.


Un'economia in fumo



Maumere (Indonesia), 1 febbraio 2013

Fumano. I maschi fumano tutti. Fumano in faccia ai bambini e ai neonati. Alcuni mentre inalano l’ultimo tiro allungano la mano sul pacchetto per prendere la sigaretta successiva. In vita mia non ho mai visto nessuno fumare cosi’ tanto e non ho mai visto cosi’ tante persone fumare. Per questo, e lo dico col cuore in mano, in alcuni momenti sprofondo in una tristezza soffocante che mi arriva a vampate proprio come il fumo che respiro.
Non credo di essere mai stata paranoica rispetto al fumo, chi mi conosce giudichi da se’, ma questo e’ diverso. Questa non e’ piu’ la scelta consapevole del singolo: qui si sta consumando un crimine.

Questione di pelle



Maumere (Indonesia), 31 gennaio 2013

Non dimentichiamo il vero motivo della mia visita a Flores: trovare la mamma del mio amico Bobby. Bobby non vede la sua famiglia da quattordici anni, quando si e’ trasferito nella capitale. Lui mi ha semplicemente offerto ospitalita’ in casa della madre, dandomi un biglietto con l’indirizzo e il nome del fratello, ma io l’ho presa come una vera e propria missione: trovare la donna, portarle le foto del figlio lontano e il messaggio che e’ felice e in buona salute. Nicole, ci sono i telefoni per queste cose… va be’, e allora ammazziamo tutta la poesia!!
Le cose si rivelano piu’ facili del previsto: arrivata nella via, chiedo del fratello e mostro le foto del mio amico ad un gruppo di ragazzini (chesso’, magari si assomigliano) “Ma e’ Robert!” Robert, Roby, Bobby… sara’ lui! Si distacca un sottogruppo di tre o quattro bambini che iniziano a camminare lungo la strada stretta facendomi cenno di seguirli. Svoltano a sinistra in una stradina sterrata che diventa sentiero e si perde in un campo di grano turco; i bambini si mettono a correre ridendo, eccitati e divertiti, accelero per stargli dietro, ma il grano e’ ben piu’ alto di loro e quando il sentiero curva li perdo di vista; rimango un attimo sola ad avanzare, contagiata dal loro entusiasmo; e’ un momento magico, mi chiedo cosa ci sara’ alla fine del sentiero, mi immagino una casetta piccola e la mamma di Bobby che mi guarda con aria interrogativa, io le porgo le foto del figlio e lei scoppia in un pianto di gioia, io la abbraccio e le dico “Donna, asciuga le tue lacrime: Bobby e’ salvo!” musica, titoli di coda, applauso del pubblico commosso. Qualcosa cosi’.
Invece mi si para davanti una figura ben lontana dal mio immaginario: un signore albino, alto e magro, con un cappello di lana nero, che mi viene incontro con un’andatura scompostissima “Salve… sto cercando una persona, magari puo’ aiutarmi, si chiama…” “Vieni, vieni, sei l’italiana forse” “Si’” “Ho saputo al telefono” e gia’ la poesia si incrina. Ma Bobby mi aveva detto che avrebbe telefonato al fratello “Sei il fratello di Bobby? Sei tu?” “Si’, vieni, vieni!” Il fratello di Bobby! L’ho trovato! Pochi metri dopo, siamo di fronte ad una casetta con le pareti di bamboo e il tetto in lamiera, circondata dal verde brillante del granturco giovane; delle persone chiacchierano sedute su sedie di plastica nel piccolo spiazzo di terra battuta di fronte alla casa.
Ci salutiamo e presentiamo. Con impazienza tiro fuori le foto e chiedo “Dunque, chi e’ la mamma di Bobby??” addocchio una bella signora corpulenta che sorride dalla sua sedia. “E’ lei!” ma mi indicano un’altra persona: una vecchina piccola piccola, secca secca, che sembra impossibile abbia mai potuto partorire un ragazzone come Bobby. La porgo le foto, lei le prende, da una rapida occhiata annuendo, poi le passa agli altri che dicono solo “Ah, si’!”. Morta li’. Ma come??? Dove sono le lacrime? Le urla di gioia? Quattordici anni! Suvvia, facciamola un po’ di scena! No, nulla. Maledetti telefoni.
Come predetto da Bobby, la sua famiglia insiste per ospitarmi e rimaniamo d’accordo che l’indomani lascero’ il mio bungalow e mi trasferiro’ a casa loro.


Dunque, eccomi nella mia nuova famiglia indonesiana.
Qui il tempo e’ ben diverso da quello trascorso nei giorni precedenti nel mio bungalow sulla spiaggia. Qui, lo sguardo non puo’ correre libero sul mare, ma e’ limitato dal granturco che circonda la casa a trecentosessanta gradi; l’orizzonte non porta vento, se non prima dei temporali e il sole picchia sul tetto di lamiera senza nessun riguardo.
La sera, quando le attivita’ sono interrotte dal buio, ci sediamo tutti davanti a casa alla luce di una candela e chiacchieriamo godendoci la frescura tanto attesa.
Faccio discorsi particolarmente interessanti con il fratello di Bobby. Il migliore in assoluto e’ iniziato quando gli ho detto che mia madre e’ africana: “E tu ci sei mai stata in Africa?” mi ha chiesto
“Si’, diverse volte”
“Com’e’?”
“Be’, e’ molto diversa dall’Asia, e’…”
“E’ vero che ci sono tanti negri?”
“Be, ecco, si’… indubbiamente!”
“Pieno di negri!”
“Eh si’… e’ che gli africani sono neri”
“Ah! Tutti negri!”
“Non proprio tutti: ad esempio in Nord e in Sud Africa ci sono…”
“Ma scusa, com’e’ il clima?”
“Dipende. In alcuni posti e’ proprio come in Indonesia”
“E allora perche’ noi non abbiamo i negri??” ossignore!
“Ma si’ che li avete: in Papua!”
“Agli americani non piacciono i negri, un mio amico americano mi ha detto ache gli americani non piace che si parli dei negri, che loro si arrabbiano se li nomini”
“Io credo volesse dire che c’e’ chi considera offensivo usare la parola negro
“Comunque i negri fan paura: grossi e neri come il diavolo!”
e cosa vuoi che ti dica? “…mmm…eh, si’…”
Onestamente, quanto sareste disposti a pagare per assistere a questo discordo fatto da una MULATTA e un ALBINO?? Ridicolissimi!


Su quest’isola la gente ha la carnagione come la mia. Chi lievemente piu’ chiara, chi lievemente piu’ scura. Io rientro esattamente nella media, il che’ mi porta un sacco di vantaggi. Certo e’ sempre Asia, per cui la pelle piace chiara esattamente come in Europa piace abbronzata… ma il fatto di essere “diversa ma uguale” suscita nelle persone un’immediata simpatia e la mia carnagione e’ inevitabilmente motivo di lunghe discussioni e grande entusiamo. Non vedo perche’ ci sia da farne tanto una questione, ma buon per me.

Tuesday, February 5, 2013

Una, solida, concreta e irremovibile

Paga (Indonesia), 29 gennaio 2013

Credo che ora in citta’ non sia piu’ consentito (nei villaggi certo si fa quel che si vuole e ognuno porta avanti indisturbato le proprie tradizioni), ma fino a un po’ di tempo fa in Burkina Faso era diffusa l’usanza di seppellire i propri cari in cortile. Quest’abitudine e’ poi andata a scontrarsi con la nuova tendenza di cambiare casa che forse in passato non era cosi’ comune. Come si fa se si vuol vender casa? Si vende anche la tomba dei propri genitori? E chi mai se la vorra’ comprare?
A Flores, dove l’usanza e’ la stessa, la soluzione al problema e’ questa: nel momento in cui si cambia casa, si porta con se una pietra e questo gesto rappresenta lo spostamento dei defunti. I nuovi proprietari possono dunque decidere di radere al suolo le tombe, che grazie alla pietra spostata ormai non sono che inutili costruzioni svuotate del loro significato, e ripartire da zero. Cosi’, dove lo spazio lo consente, ogni casa ha i suoi sepolcri davanti e i vivi e i morti continuano a convivere, uniti, nonostante la diversa condizione.
Le tombe sono ben lontane dall’essere semplici oggetti commemorativi o luoghi di pianto: al contrario, sono luoghi di incontro di utilita’ pratica quotidiana; si tratta di una superficie piana in genere piastrellata e pulita e alle volte protetta da una piccola tettoia: questo significa che ci si puo’ sedere, sdraiare, fare i compiti, stendere il bucato al riparo della tettoia e quant’altro.
Gran parte delle mie serate con i miei nuovi amici si conclude a casa di Inos, a chiacchierare, suonare, giocare a carte e cantare tra sigarette e bicchieri di arak (distillato di palma), sull’ampia tomba piastrellata di Maria Bewat, nata nel novembre del 56 e morta nell’aprile del 2010.


Nel villaggio di Lenandareta, nella regione di Sikka, la questione e’ piu’ interessante. Qui, chi puo’ permetterselo economicamente, opta per particolarissime tombe di pietra: si tratta di un unico blocco di pietra in cui, con un lavoro di mesi, viene scavata a mano una cavita’ di almeno mezzo metro di profondita’; il corpo del defunto viene poi inserito all’interno del buco in posizione fetale, a rappresentare il concludersi di un ciclo; la pietra viene sigillata con una tecnica particolare che impedisce la fuoriuscita di odori e chiusa con un’altra lastrona posata al di sopra. Se la tomba viene scavata in una roccia gia’ presente sul posto i costi sono piu’ contenuti; ma se la pietra in questione viene fatta portare dall’esterno, i prezzi sono altissimi perche’ includono il trasporto; date le dimensioni delle pietre, le persone coinvolte nell’eventuale trasporto e nel lavoro di scultura (entrambe le pratiche vengono svolte a mano) sono moltissime e questo spiega perche’ solo i piu’ abbienti possano permettersi una simile sepoltura. 

Ma quel che trovo davvero interessante e’ il fatto che la preparazione della tomba venga gestita dal suo stesso utilizzatore. Giunto in eta’ adulta, un giorno uno decide che e’ ora di iniziare a prepararsi e fa patire i lavori. Un giorno qualunque, non al compleanno dei 50 o alla prima luna piena del mese di maggio… un giorno qualunque! Lo trovo incredibile! Magari e’ gia’ un po’ che ci pensi, poi ti svegli un mattino e ti dici “Sai cosa? Oggi inizio a costruirmi la tomba” e poi per mesi (mesi!) senti gli scalpelli che lavorano, magari vai a controllare come procedono i lavori. Per mesi! E quando finalmente e’ pronta, sta li’ davanti a casa, solida, concreta e irremovibile, ad aspettarti per ogni restante giorno della tua vita.
Credo sia una tradizione straordinariamente formativa quella di Lenandareta, farebbe tanto bene alla nostra societa’. A qualunque societa’. Sara’ un’idea mia e sara’ un’idea sbagliata, ma ho la sensazione che si ritroverebbe un sano equilibrio se, semplicemente, ci preparassimo a morire, ma davvero, non solo una cosapevolezza all’acqua di rose campata li’alla veloce; se tutti, ma proprio tutti, come normale rito sociale, ad un certo punto prendessimo in mano il nostro scalpellino e dedicassimo un po’ di tempo, magari qualche mese, a realizzare una solida, concreta e irremovibile accettazione.

Parliamo di Bemo



 Waiterang Beach (Indonesia), 26 gennaio 2013

In Indonesia i trasporti terrestri offrono un ampio ventaglio di scelta. Per le lunghe distanze ci sono pullman e treni. Nelle grandi citta’ ci sono autobus, treni urbani, taxi, bajaj (nome indonesiano per tuk tuk o rickshaw), ojet (moto taxi), becak (bici taxi).
Al di fuori delle grandi citta’, in particlare sulle isole piu’ piccole, pare tutto un po’ piu’ improvvisato, ma estremamente efficiente: grossomodo chiunque abbia un’auto si puo’ proporre come taxi e chiunque abbia una moto come ojet. E io lo trovo furbo: se sto andando da qualche parte e riesco a caricare qualcuno, rendo un servizio, riduco i costi e riduco i consumi.
C’e’ poi un altro mezzo di trasposto, il mio preferito: il bemo.
I bemo sono minivan privati che coprono in genere tratti medio-lunghi al di fuori delle citta’. Ma dato che passano diverso tempo a girare per collezionar clienti prima di partire, possono essere usati anche per muoversi in citta’ nel circuito classico tra il centro e il terminal dei bus.
I proprietari dei bemo sono maschi, sono tendenzialmente giovani e sono affetti da una tamarraggine che mi e’ impossibile descrivere; detto cio’, i bemo non sono altro che uno specchio della loro anima: sono decorati con disegni a spray di cavalli alati al galoppo, fiammate, coniglietti di PlayBoy o donnine a dire il vero sexy ma mai volgari e scritte sberluccicanti del tipo “Hasta la victoria” “No woman no cry” “Special Edition” “Number One Express” “I don’t care!”; all’interno, sul cruscotto e appesi al parabrezza, pullulano peluches a mio parere piu’ consoni al fondo letto di una dodicenne e adesivi vari ed eventuali con nomi di cantanti o marchi famosi: Marlboro, Calvin Klein, Harley Davidson, Mercedes, Alice. Giuro: Alice, l’adsl.


L’autista del bemo non e’ un semplice autista: quando si siede al volante e’ il Re del Bemo. Quando poi inizia a guidare e’ il Re della Strada. E quando attacca la musica… non ce n’e’ per nessuno: quando attacca la musica e’ il Re del Mondo. Le casse e i sedili vibrano sui bassi, gli acuti perforano i timpani, ogni tentativo di comunicazione e’ reso impossibile, tutti sembrano indifferenti (c’e’ chi dorme!) o infastiditi (e chi invece usa gli auricolari come tappi per le orecchie), ma nessuno oserebbe mai batter due dita sulla spalla del Re del Mondo e chiedergli di ridurre la manifestazione del suo immenso potere.
Cosi’ si avanza con scolarette musulmane col capo velato, suorine col crocifisso al collo, ragazzi con l’IPhone in mano, donne anziane con abiti tradizionali, mamme che allattano, sacchi di riso, scatoloni, una volta addirittura un maiale legato in un sacco… il tutto ben shakerato sulle note di Eminen, Adele, Gangnam Style, Ai se eu te pego, generica house music e alle volte rari pezzi da collezione tipo la Macarena.


L’unico che sembra davvero apprezzare la musica e’ l’assistente, ovvero lo scagnozzo del re, il cui compito principale e’ quello di restare appeso al bemo, in piedi sulla porta aperta. Da questa posizione strategica, lo scagnozzo puo’ urlare ai passanti la destinazioe del bemo, far cenno all’autista di rallentare se qualcuno deve salire (rallentare, non fermarsi: ci si ferma se c’e’ da caricar qualcosa di grosso, il resto si fa grossomodo al volo), prendere i soldi da chi scende, far cenno alle altre macchine di fermarsi agli incroci o durante manovre particolari per lasciar passare il Re della Strada.
Il bemo regola la propria corsa in relazione agli altri bemo: la competizione e’ forte, alle volte si avanza lentissimi, vuol dire che un altro bemo e’ appena passato e l’autista vuol dare tempo a nuovi clienti di affacciarsi in strada; un attimo dopo ci si lancia in una corsa disperata, vuol dire che si ha un bemo alle spalle e non gli si vuole dare l’occasione di superare o che il bemo davanti e’ sufficientemente vicino da provare a superarlo mentre lui rallenta per caricare clienti.
E cosi’, i bemo si rincorrono accelerando e rallentando, inglobano ed eiettano passeggeri, attraversano foreste di bamboo e palmeti o costeggiano litorali e lanciano al cielo il loro urlo di battaglia… eee macarena, ae’!!