Friday, January 18, 2013

Waiting for Godot

Sape’ (Indonesia), 11 gennaio 2013

Quando ho accennato al fatto che volevo andare a Flores, Michel mi ha detto “In questa stagione?? Buona fortuna!” e si e’ lanciato in racconti di maltempo, di gente che ha aspettato una barca per nove giorni, di navi che partono comunque ogni due settimane e se va bene arrivano… ma dato che aveva passato la precedente mezzora a lamentarsi di ogni cosa al mondo reale o fittizia, non gli ho dato credito e l’ho liquidato mentalmente con un “Al diavolo! Michel e’ francese, i francesi si lamentano sempre” Aspettare per nove giorni? Io?? Caro mio, proprio non mi conosci! Andra’ tutto liscio come l’olio. Ho salvato il suo numero di telefono fiduciosa del fatto che in tempo record gli avrei mandato un messaggio di trionfo, qualcosa del tipo “Hey, Mister Lagnosino… saluti da Flores!”
Flores e’ un’isola ad est di Java; a separare le due, da ovest ad est: Bali, Lombok e Sumbawa. Il mio piano era attraversare velocemente Java via terra fermandomi qua e la’ per dare una rapida sbirciata, arrivare al porto piu’ ad est dell’isola e da li’ saltare sulla prima barca diretta a Flores. Facile. Chiaro. Non fa una piega.
Arrivo a Surabaya senza difficolta’, entro negli uffici della compagnia navale che copre il tratto Java-Flores e scopro che la prossima nave parte tra cinque giorni. Cinque giorni?! Cinque giorni ad aspettare in questo postaccio? Giammai! Non ce n’e’ una per Sumbawa? Poi da li’ qualcosa lo trovo… No. Ok, facciamo un passo indietro: una per Lombok? No. Per Bali? No. Per qualunque insignificante posto a est dove valga la pena aspettare cinque giorni? No. “Pero’ potresti…” cosa?? potrei cosa?? “…potresti arrivare fino a Lombok con un pullman diretto” Scusate se non mi era venuto in mente che ci si potesse spostare da un’isola a un’altra in pullman. In effetti si puo’: si attraversa l’isola fino al porto piu’ vicino all’isola successiva e li’ il pullman sale su un traghetto e taglia cosi’ il breve tratto di mare che le separa. Perfetto allora: andiamo a Lombok! 


Il viaggio e’ lungo e non esattamente confortevole, per cui decido di spezzarlo fermandomi due giorni a Lombok per poi proseguire fino a Flores, sempre in pullman. Quando vado al terminal degli autobus a comprare il biglietto, mi accoglie in ufficio stretto stretto un signore anzianotto magro magro con un inglese sufficientemente buono da poter scambiare due chiacchiere. “Di dove sei?” mi chiede “Sono italiana” “Oh, Italy!!” gli si illuminano gli occhi, si alza dalla sedia e inizia a raccontarmi di due italiani vittime di un naufragio (credo di capire) ospitati per otto mesi (credo di capire) dalla sua famiglia quando lui era piccino, in attesa che l’Italia se li recuperasse con un’operazione di evacuazione; li ricorda con affetto, tanto da decidere in eta’ adulta di usare il loro cognome come secondo nome per tutti i suoi figli. Mi fa vedere le foto “Questo e’ mio figlio, fa il militare: Soule Rinaldi; questa e’ mia figlia: Armie Rinaldi; questa e’ la piu’ giovane: Saline Rinaldi. Rinaldi, Rinaldi, Rinaldi: tutti Rinaldi. E io, io sono il Signor Rinaldi!” Quando mi accorgo di non avere sufficienti contanti e di aver lasciato la carta di credito in stanza, il Signor Rinaldi mi consegna il biglietto e mi dice “Non importa! Me lo paghi domani prima di partire” “Vuol tenere lei il biglietto? Me lo da quando vengo a pagare” “Non ti preoccupare!” “Be’, intanto le lascio i soldi che ho qui, cosi’ manca solo una parte…” “No! E se devi comprare qualcosa lungo la strada? Non ti preoccupare: e’ come se fossi mia figlia”. L’indomani salgo sul pullman. Il Signor Rinaldi si premura ancora di salutarmi con la mano da oltre il vetro come fossi una bimba sulla giostrina, poi ferma il pullman sbracciandosi e urlando all’autista, sale, costringe il ragazzo seduto accanto a me a cedermi il posto vicino al finestrino, scende soddisfatto e possiamo partire. 


Per le prime ore il mio unico problema sembra essere uno Spongebob di peluche appeso con una ventosa al vetro frontale che mi penzola ipnoticamente davati agli occhi con un sorriso ebete. Ma quando passa abbastanza tempo perche’ l’aria condizionata crei condensa sulla superficie di plastica sopra di me, capisco che il vero problema e’ un altro: per tutta la notte una goccia di acqua gelida mi cade addosso a intervalli irregolari e non chiudo occhio; al mattino anche Spongebob ha un ghigno beffardo. Arrivo dunque gia’ con un importante deficit di pace interiore a Sumbawa, precisamente al porto di Sape’… solo per sentirmi dire che non ci sono traghetti per Flores. Trattandosi di imbarcazioni a fondo piatto, causa maltempo i traghetti non hanno autorizzazione a salpare. Prossimo bollettino: domani. Trovo una stanza a pochi metri dal porto. E aspetto.
Aspetto per tre giorni. Tre interminabili giorni bloccata in una bolla di assurdita’, in un microcosmo formato dal porto con quattro o cinque barchette mollate li’ a farsi sballottare dalle onde, la strada che arriva al porto costeggiata sui due lati da una fila di case sgangherate tra cui la mia guest house e due ristorati, e la gente. La gente che sebra allucinata e mira chiaramente a farti impazzire. Per loro le barche ci sono. Decine, forse centinaia di barche, a sentir loro. Quelli che lavorano per la compagnia dei pullman hanno interesse a farti spostare avanti e indietro, per cui c’e’ sempre una barca che sta per partire “ora! Tra pochissimo! Ma non qui: dal porto principale, devi prendere il pullman fino al porto principale!” gia’, e scommetto che dal porto principale mi diranno che sta per partire dal porto di Sape’, quindi dovro’ tornare qui ovviamente in pullman.



Poi ci sono quelli che hanno imbarcazioni private, sempre pronte a salpare per la modica cifra di “un milione: solo un milione a testa e in quattro ore sei a Flores!” ma figurati se ti do un milione! “Ok, ok, facciamo cosi’, ascolta: servono sei persone per riempire la barca. Se mi trovi sei persone, tu non paghi” certo. E poi ci sono quelli delle barche di legno, che comunque non ho intenzione di prendere; per loro “una barca sta partendo ora da Flores, arriva qui oggi alle quattro, poi dovra’ tornare indietro, quindi…” si’, anche ieri doveva arrivare alle quattro e anche l’altroieri, ma non e’ arrivata “Oh… e’ arrivata! Di notte! Ed e’ ripartita, pero’ oggi, oggi arriva di sicuro, alle quattro arriva” Ma nessuna barca e’ mai arrivata al porto di Sape’. Nessuna e’ mai partita.
Nonostante ognuno abbia una barca in bocca che sta per partire o per arrivare o che e’ al porto adesso, proprio in questo preciso momento, se vai la puoi vedere, e’ li’… e tu le prime volte ci vai anche, ma non e’ vero. Non e’ vero niente. Vai al porto e non-c’e’-nessuna-barca! “No be’, sta arrivando proprio in questo preciso momento, ora non la vedi perche’ sta passando dietro a quell’isoletta li’ davanti…” Follia pura. Ieri mi han bussato alla porta alle 6.30 del mattino per dirmi che c’era una barca al porto. E, strano ma vero, non c’era. 


Ho viaggiato per giorni. Non ore: giorni. Ho passato notti in bianco, saltato pasti e trattenuto pipi’ all’inverosimile e ora che sono a poche ore di distanza dal mio obiettivo, ecco che non lo posso raggiungere. Fino a ieri lo trovavo estremamente frustrante. Mi sono scervellata per trovare una soluzione, un’alternativa… tornare indietro fino a Bali e prendere un volo da li’? Aspettare che il tempo migliori e ripartano i traghetti? Lasciar perdere? Tornare in Italia? Mi sentivo dentro come nei film, quando sparano sui piedi a uno per divertimento e quello saltella disperato per evitare i colpi… poi mi sono accorta che era solo aria compressa e, soprattutto, che la pistola ce l’ho in mano io. Cosa sto facendo? Non mi riconosco in questo accanirmi su un piano. Il problema non e’ il tempo, non sono le barche, non e’ quel che dice la gente, il problema sono io, quindi vediamo di risolverlo.
Oggi. Non ho capito cosa mi fosse preso, ma qualunque cosa fosse oggi l’ho lasciata andare. Oggi respiro a pieni polmoni e mi godo l’assurdita’ di questo posto statico in cui nulla cambia; il vento fa correre nuvoloni pesanti e le onde si stagliano contro il molo del porto come sfondo animato di un sipario del teatro dell’assurdo, ma nulla si muove realmente. Il porto brulica di attivita’ legate al transito di barche che non ci sono e non ci saranno finche’ non cambiera’ il tempo, ma la gente fa finta che non sia cosi’.
Oggi do al destino il mio ultimatum: secondo i miei calcoli, la nave che avrei dovuto prendere a Surabaya e che ho snobbato per i cinque giorni d’attesa, dovrebbe arrivare questa sera al porto principale. Ammesso che sia mai partita. Saro’ al porto ad aspettare senza aspettative. Se il destino mi ci fara’ salire, bene, altrimenti da domani mi trova a provare il surf su qualche spiaggia qui nei dintorni… il convento ci passa onde grosse, questo non si puo’ cambiare, vediamo almeno di farci qualcosa di buono!

No comments:

Post a Comment