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Sunday, November 18, 2012

Centosessanta metri






Kathmandu (Nepal), 1 novembre 2012

Siamo a cena, di fronte a un piatto di chicken curry e chapati. Clair, una ragazza australiana, racconta un aneddoto a riguardo, Lisa, una ragazza tedesca, segue con un secondo aneddoto e senza rendercene conto stiamo affrontando l’argomento.
“Prima ero eccitata all’idea di farlo, poi una volta li’ mi e’ preso il panico, ho avuto una specie di crisi isterica…”
“Io mi sono proprio bloccata! Ho voluto filmare tutto e nel video si vede che e’ il tipo a spingermi!”
“Anch’io ho il video e nel mio si vede che fa finta di prendermi a calci da dietro!!”
“Io non l’ho mai fatto…”
“Mai??”
“Mai!”
“Devi farlo assolutamente!”
“Facciamolo assieme!!”
“Non so, e’ che costa tanto…”
“Be’, qui ne vale la pena! E rispetto agli altri non costa niente!”
“Ma quando? Non ho piu’ tempo: devo partire perche’ mi scade il visto, ho gia’ il biglietto…”
“Facciamolo domani!”
“State parlando sul serio??”
“In effetti forse non me la sento di rifarlo…”
“Dai!! Sara’ divertentissimo!! Tu devi provare assolutamente se non l’hai mai fatto!”
“…ossignore, state parlando sul serio! …mmm… e va bene, lo faccio!”
“Davvero??”
“Perche’ no? Si’, dai, lo faccio!”
“E il biglietto del pullman?”
“…il biglietto lo cambio!”
“Allora lo rifaccio anch’io!”
“Perfetto!!!”
Cinque minuti per prendere la decisione e meno di trentasei ore dopo, sono li’. Un uomo alle mie spalle mi accompagna aiutandomi ad avanzare; poi mi sussurra “Ricorda: cammina come un pinguino… e vola come un’aquila!” mi spingo (ci provo) e sono nel vuoto.




Sunday, October 28, 2012

Everest Base Camp

Sagarmatha National Park (Nepal), 6-19 ottobre 2012
Dopo dodici giorni di marcia e altrettanti di riposo, dopo aver festeggiato il primo genetliaco e il terzo capodanno di quest’anno (quello ebraico), dopo aver salutato gli israeliani e conosciuto un inglese, dopo aver aspettato che gli aerei riprendessero a volare, sono arrivata a Lukla, uno dei punti di partenza del trekking per il Campo Base dell’Everest. Quel che segue e’ un “diario di bordo” aggiornato quotidianamente. A differenza di quanto avvenuto in Mongolia, dove tempo e luoghi hanno perso significato, qui ogni giorno ha preso il nome di un paese, ogni distanza, ogni dislivello, ogni tempo di percorrenza e’ stato programmato e tenuto sotto controllo. O almeno, ci si e’ provato. Poi la realta’ ha stravolto i piani, come sempre, comunque e’ stato uno dei momenti piu’ belli: mettersi di fronte alla cartina, segnare le tappe, organizzare, pregustare e poi, finalmente, partire.




Primo giorno: da Kathmandu a Phakding (con volo a Lukla).

Sono qui. Ma non l’ho ancora ben realizzato. Questa attesa interminabile deve avermi fatto perdere la speranza al punto che neppure adesso mi sembra di essere partita. Abbiamo aspettato per cinque giorni che decollasse un aereo per Lukla. Tutti i voli cancellati causa maltempo. Proviamo domani, riproviamo domani, magari domani ancora… davvero non ci credevo piu’. E invece il giorno e’ arrivato, il cielo su Lukla si e’ aperto per qualche ora, gli aerei sono ripartiti e noi siamo arrivati all’inizio del trekking. Due ore di nepali flat per iniziare con calma e il primo giorno puo’ gia’ essere depennato.
Il mio compagno di viaggio questa volta e’ Jason, un ragazzo inglese dalla parlantina sciolta conosciuto a Kathmandu; ha passato una giornata intera a fare il “verso dei pirati”: il classico “ARRR!!” con il pugno chiuso fatto oscillare nel vuoto, con tanto di relative battute sui pirati che ne giustificassero l’uso: “Why do pirates visit the Cappella Sistina? ‘cause they like the ARRRchitecture!” “Wich is pirates’ favorite football team? ARRRsenal!” “Why are pirates called pirates? ‘cause they ARRRR!” questo sarebbe potuto bastare a dissuadermi dall’intraprendere un percorso di quasi due settimane con lui, durante le quali saremo in contatto ventiquattr’ore al giorno… e invece eccoci qui!
In questo primo tratto, lungo il sentiero si incontrano diverse ruote della preghiera. Le ho fatte girare quasi tutte, perche’ sono di buon auspicio e perche’ sono colorate e questo e’ motivo sufficiente per doverci mettere le mani. Su una c’era la scritta “Please turn to purify your soul” e mi suonava un po’ come “Per favore, togliersi le scarpe prima di entrare”; quella l’ho fatta girare un po’ piu’ forte, non tanto per me, che nel zozzume della mia anima, ahime’, ci sguazzo paciosa come un maiale, ma per rispetto. Mi sono tolta il cappello, mi sono pulita le scarpe sullo zerbino e ora sono pronta per varcare la soglia nel rispetto di cio’ che mi circonda.


 

Secondo giorno: da Phakding a Namche Bazaar.

Si inizia a salire. Nulla di troppo faticoso ancora, ma si inizia a salire. Il paesaggio comincia ad aprire scorci su quel che ci attende piu’ in alto e in alcuni tratti spuntano monti innevati che si stagliano nel cielo. Abbiamo dei marshmallow con noi, vogliamo aprirli una volta arrivatin in cima. Quando ho detto a Jason che mi sentivo in colpa a spendere cosi’ tanto per dei dolciumi, lui mi ha risposto “Non stiamo comprando marshmallow: stiamo comprando la motivazione!” li’ per li’ mi era parsa una buona argomentazione. Ora la promessa di quelle cime innevate mi pare motivazione migliore.



Terzo giorno: Namche Bazaar.

“Scusi, sa dirmi come si chiama quella montagna?” Mi sono alzata alle sei e sono uscita con la macchina fotografica, il cielo e’ limpido e la luce morbida di inizio giornata illumina una cima spolverata di neve che sovrasta la vallata ancora in ombra “Quale montagna?” “Quella!” Fa scorrere lo sguardo davanti a se’ come se dovesse cercarla. E’ un enorme blocco di roccia con un riflettore puntato contro, cosa deve cercare?? “Questa qui davanti! Quella grossa!” “Ah! Ma quello e’ un picco! Sopra i 7000 sono montagne, quella e’ solo 6000: e’ solo un picco!” E’ proprio tutto relativo a questo mondo…

"solo un picco"

Oggi giornata di acclimatazione a Namche Bazaar, che significa fermarsi e dare al proprio corpo il tempo di abituarsi all’altitudine. Namche Bazaar e’ una Kathmandu in miniatura: pur trattandosi di poche case colorate nascoste in un angolino di Himalaya che non spicca per accessibilita’ rispetto agli altri, qui e’ possibile trovare quasi tutto cio’ che la capitale ha da offrire agli escursionisti. Ma Namche Bazaar per me non e’ solo un paese piu’ grosso degli altri: e’ una stretta al cuore; e non per via dell’Irish Pub, delle farmacie, del Reggae Bar o degli internet point, ma perche’ ci sono case, non casette: case di pietra e di cemento; perche’ ci sono frigoriferi, congelatori, svariati computer, forni da pasticceria, piatti di ceramica, tavoli di compensato e scalinate di pietra. Ok, per il forno da pasticceria hanno usato l’elicottero, ma per tutto il resto, per ogni insignificante oggetto, ci sono loro: gli sherpa. Uomini che si caricano sulla schiena pesi che io faticherei a trascinare, travi di legno, bombole del gas, sacche di cemento… e si arrampicano fin quassu’. Sono carichi gli uomini, sono cariche le donne e i ragazzi, sono carichi gli yak e i muli, agghindati con campanellini, pennacchi e paraocchi colorati. E’ di fronte a questo sforzo estremo, a questa corrente antigravitazionale di cartilagini che si consumano in silenzio che mi si stringe il cuore.


Acclimatazione significa anche che sarebbe buona norma salire di qualche centinaio di metri e poi tornare indietro a dormire. Lo trovo psicologicamente masochistico, la tentazione di evitarsi la sfacchinata e’ forte, ma non ho ceduto: meglio pagare in fatica oggi che in malessere domani. Cosi’ ho imboccato anch’io il sentiero che sale sul versante su cui e’ incastonata Namche Bazaar. Inizialmente la montagna, ops, perdon, il picco che domina il versante opposto e’ l’unico protagonista; poi, man mano che il paese si fa piu’ piccino, iniziano a sbucare altre cime, alcune rocciose, altre innevate, alcune piu’ vicine e incoronate da nubi, altre piu’ lontane e spigolose come lame di sega. Namche Bazaar si fa sempre piu’ lontana, fino a scomparire del tutto quando si scollina. E li’ e’ come se si aprisse un sipario: a 360 gradi si e’ circondati da montagne, peccato per la presenza di un hotel-ristorante che un po’ rovina ma comunque non limita eccessivamente la visuale. Verso sudest si apre una vallata arginata da un susseguirsi di sagome di monti che nel controluce del mattino sfumano fino a scoparire, dando l’impressione che non finiscano mai. Solo oggi, solo li’ credo di aver realizzato dove sono. Ed e’ stato emozionante, pensare di star guardando un pezzetto della catena montuosa piu’ alta del mondo, pensare di esserci sopra, avere di fronte alcune delle cime dai nomi gia’ sentiti e vederle ora con i miei occhi. Ma non e’ solo questo, non e’ solo questione di numeri e nomi. E’ che la montagna, con tutto cio’ che significa –l’ascesa, la solitudine, la meta, la bellezza, la maestosita’ e qualunque altra cosa significhi per ognuno- la montagna, con il suo semplice stare li’, smuove qualcosa di profondo. E questo mi emoziona.



Quarto giorno: da Namche Bazaar a Deboche.

Odio scendere. Perche’ significa che prima o poi bisognera’ risalire, che sia poco dopo o al ritorno o entrambe le cose, come in questo caso.
E’ alta stagione, c’e’ una bella corrente di persone che grossomodo segue lo stesso percorso; si parte come un flusso di perfetti sconosciuti e strada facendo si formano grumi di amicizie che probabilmente non dureranno piu’ a lungo di questo trekking, ma che contribuiscono a rendere ancor piu’ interessante il cammino. Il nostro e’ un bel gruppo; oltre al mio amico inglese ci sono: una taiwanese appena laureata in infermieristica che vorrebbe lavorare in terapia intensiva, un australiano che parla come Steve Irwin, un irlandese archeologo e fotografo e un italiano con cui per vie piuttosto traverse ho una conoscenza in comune; poi c’e’ una coppia franco-marocchina che pero’ e giustamente mi pare faccia piu’ vita di coppia che di gruppo. Saliamo disordinatamente, ma cerchiamo di fermarci a dormire nello stesso posto per godere della compagnia degli altri durante il pomeriggio e la serata. Non siamo altro che noi stessi, ma ognuno ha attorno un alone di cio’ che e’ casa, cosicche’ ognuno per gli altri e’ un viaggio nel viaggio.


Quinto giorno: da Deboche a Dingboche.

Sono grata al mio corpo di non patire l’altitudine per ora. Oggi il sentiero non era assolutamente difficile, ma Jason, dietro di me, ansimava anche camminando in piano. Abbiamo sbagliato strada e anche di questo sono grata. Perche’ in questo modo seguiamo lo stesso percorso dei nostri compagni di serate, ma soprattutto perche’ l’ultimo tratto di sentiero prima di arrivare a Dingboche, dove non saremmo dovuti passare, e’ davvero spettacolare. 


Durante tutto il giorno l’Ama Dablam dai suoi quasi 7000 metri ci ha indicato il cammino (non e’ che l’abbia fatto proprio bene se siamo riusciti a perderci, ma va be’…); l’abbiamo aggirato fino a raggiungere la vallata in cui sorge il paese. E’ stata una splendida giornata di sole e aria pungente. Una serata scaldata dal lusso di una doccia, dalla zuppa al pomodoro, dalle partite a carte e dalla stufa a legna. E poi la notte. La notte di montagna e’ fredda e silenziosa, qui non c’e’ neppure il Lys. Il mondo per me si esaurirebbe sotto il peso e il tepore delle coperte, se non fosse per Jason. Dal suo letto mi arriva il suono del suo respiro accelerato. E mi toglie il sonno. Non riesco ad ignorarlo, lo paragono al mio come se stessi ascoltando due voci in una stessa canzone, che pero’ non vanno a tempo. Un mio atto respiaratorio ne contiene due e un pezzo dei suoi. Mi alzo e lo sveglio. Risponde, sta bene. Si riaddormenta e dopo poco riparte con lo stesso ritmo. Sono davvero in pena per lui.


 
Sesto giorno: Dingboche.

Altra giornata di acclimatazione, altra passeggiata fino a un punto panoramico. Questa volta tutto attorno era cosi’ bello, ma cosi’ bello, che salendo ad un certo punto mi sono fermata e ho pianto. Per quattro montagne cacate?? Si’, per quattro montagne cacate e lo dico senza vergogna: mi sono emozionata e ho pianto per la bellezza del paesaggio. Gia’, senza vergogna, comunque fortuna che ero da sola… 


Per fare diligentemente i compiti di acclimatazione, sarebbe stato sufficiente arrivare alla bandiera bianca che segnala i 4700 metri e invece no, come i miei amichetti prima di me, ho voluto proseguire e raggiungere la cima, pensando “se mi viene da piangere qui, vuoi mettere che vista da lassu’?” Quasi mille metri di dislivello patiti uno per uno mettendo letteralmente un piede davanti all’altro nel punto piu’ ripido, solo la speranza di un panorama mozzafiato come ricompensa; una salita interminabile interrotta ogni pochi piedi per riprendere fiato (davvero, mentirei se li chiamassi passi)… 


Ho cercato di accelerare vedendo che le nuvole iniziavano a salire veloci da fondo valle, ma non ce l’ho fatta, sono state piu’ veloci di me e quando sono arrivata in cima il paesaggio attorno era un A4 bianco. E che cavolo! Ma pazienza: mi sono seduta sulla roccia fedda, ho cercato di catturare il volo di alcuni uccellacci neri, ho accettato senza far domande di essere fotografata da un gruppo di americani (mi chiedo se cercheranno di spacciarmi per una sherpa una volta tornati a casa), sono scesa con il vento pungente sulla faccia e le nubi che mi venivano in contro velocissime e arrivata in paese ho recuperato Giacomo, il ragazzo italiano, e siamo andati assieme alla bakery perche’ Helen mi ha detto che non si dovrebbe essere soli quando si ha qualcosa da celebrare. Oggi, undici ottobre, con una fetta di torta al cioccolato molliccia e l’allegra compagnia dell’accento toscano di Giacomo, celebro il felice, anzi, il glorioso superamento dei miei primi 5000 metri.



Settimo giorno: da Dingboche a Thukla.

Abbiamo costeggiato il fiume e attraversato per lungo la vallata che ieri, vista dall’alto, mi ha fatto piangere. Oggettivamente, ad ora, e’ stata in assoluto la giornata piu’ facile: e’ una passeggiata di due orette che avrebbe dovuto terminare con un unico tratto di salita, ma che si e’ conclusa prematuramente perche’ Jason non era in condizione di affrontarlo. 


Jason ora non e’ neanche in condizione di fermarsi a questa altitudine e farebbe meglio a scendere, secondo me. Jason ha preso questo trekking come un sfida personale e scendere sarebbe una sconfitta inaccettabile, secondo Jason. E io mi chiedo: l’ego maschile preme cosi’ tanto sul cervello da comprometterne il funzionamento? Bisogna aspettare di esser portati giu’ in elicottero prima di accettare il fatto che forse non si riesce a respirare bene e che, sempre forse, questo potrebbe in qualche modo costituire un problema? Non e’ un gioco. E io mi rifiuto di essere sua complice: non ci sono ma, domani scendiamo.
Per concludere la passeggiata di due orette, noi ne abbiamo impiegate cinque. Cinque ore in cui ho pregato che lui non andasse in edema polmonare nel bel mezzo di quel meraviglioso nulla. Soggettivamente, ad ora, e’ stata in assoluto la giornata piu’ difficile.



Ottavo giorno: da Thukla a Pheriche.

Scesi. Di poche centinaia di metri, ma e’ gia’ tutta un’altra musica. Attraversando in direzione opposta la stessa vallata di ieri, ho pensato addirittura due cose. La prima e’ che questo cambio di programma, il dover posticipare il volo di ritorno a data da definirsi, il dover riprogrammare tutto in base a condizioni di salute impossibili da prevedere e, perche’ no, il fatto di star scendendo pur non essendo “di ritorno”, mi ha liberata dalla sensazione di dover arrivare da qualche parte in un tempo prestabilito. Mi sento letteralmente a spasso sull’Himalaya. E mi piace! Voi andate al Campo Base? Bravi. Anche noi. Ma prima o poi, con calma, come ci viene. Tanto chi ci corre dietro? Chi lo sposta il Campo Base?


La seconda cosa che ho pensato e’ che qui l’inverno dev’essere davvero incredibile. Mi sono immaginata questa valle coperta di neve, il silenzio attutito, l’odore di freddo. Mi sono immaginata la vita di chi rimane qui, dei portatori che riforniscono i lodge per gli escursionisti piu’ intrepidi. Mi sono immaginata a ciaspolare con la macchina fotografica al collo immersa in un tutone integrale di piumino rosso. C’e’ una clinica a Pheriche dove un medico inglese si occupa principalmente di riassemblare chi scende fin qui per il mal di montagna e di informare chi passa di qui salendo per evitare di vederselo tornare indietro barcollando. E’ un signore simpatico e gentile, quando ha finito di visitare Jason gli ho chiesto informazioni su attivita’ di volontariato in qualche centro sanitario di questi paesini. Chissa’ che non faccia la pazzia.

 
Nono giorno: da Pheriche a Lobuche.

Abbiamo passato la giornata di ieri e parte di oggi in un lodge consigliatoci dal medico gentile: a detta sua un ottimo posto per il recupero perche’ la stufa nella sala da pranzo rimane quasi sempre accesa. O forse perche’ in realta’ il proprietario e’ suo cugino, chissa’, ma poco importa: e’ stata effettivamente una permanenza piacevole. Durante il giorno il sole batte contro i vetri delle finestre sui tre lati e sul soffitto di una saletta comune riempiendola di luce e creando un gradevolissimo effetto serra; i corridoi sono ricoperti di una moquette spessa e morbida, cosi’ non si e’ mai disturbati dal passaggio degli altri ospiti, tutti rigorosamente scarponati; il servizio e’ in generale molto curato, sembra proprio un posto in cui la gente va a coccolarsi un po’. La sera i pazienti del Dottor Gentile si ritrovano attorno alla stufa e possono scambiarsi racconti di malattia: “a me mancava solo in fiato, e’ bastato un antibiotico”, “io ho anche vomitato”, “lui l’han trovato a terra sul sentiero quasi incosciente”, “uno ieri e’ morto”.
Oggi, in seguito a rivalutazione e a parere favorevole di medico e paziente, abbiamo ripreso l’ascesa. Lentamente. Mooolto lentamente. E se a questo ritmo apprezzo il fatto di non provar fatica, disprezzo quello di non riuscire a scaldarmi piu’ di tanto. 


Siamo entrati nella zona fredda e da qui la situazione peggiorera’ ulteriormente. Sotto il nevischio e spinti da un vento favorevole per quanto riguarda la direzione, ma assolutamente sfavorevole per quanto riguarda la temperatura, siamo arrivati in una vallata glaciale. E’ tutto grigio, tutto roccia, tutto immobile e silenzioso e freddo. Ma incredibilmente suggestivo, per me. Poco prima dell’inizio della valle, alcune pietre commemorative espongono i nomi di chi e’ passato di qui per raggiungerne la cima, ma non e’ mai tornato indietro. Lontano, oltre la valle, si nasconde l’Everest. La pietra commemorativa piu’ alta che il mondo possa offrire. 



Decimo giorno: Lobuche.

Riposo. Domani dovremmo arrivare al Campo Base. Mi sento un po’ come prima di un esame e non so perche’. Ho paura di patire il freddo.



Undicesimo giorno: da Lobuche a Gorak Shep, con passaggio al Campo Base.

Credo di essermi lasciata stupidamente condizionare da persone abituate a climi tropicali. E’ vero, fa freddo, soprattutto se si inizia a camminare alle sei del mattino, quando tutto e’ ancora in ombra e le pietre rilasciano il gelo accumulato nella notte serena. Fa freddo, ma non e’ nulla che non abbia gia’ provato. 


L’aspetto di cio’ che mi circonda e’ invece per me una novita’ assoluta. Gorak Shep non e’ altro che quattro o cinque rifugi (anche se qui li chiamano hotel o lodge) circondati da terreno sabbioso e pietre. Sembra una base spaziale su un pianeta disabitato.


Un sentiero serpeggia verso nord, e’ pietra su pietra, sabbia bianca e ghiaccio qua e la’. Il ghiaccio mi pare qui protagonista assoluto, ha spostato e spaccato la roccia a creare vallate e morene, e’ rimasto incastrato in laghetti solidi, colora di azzurro la base delle montagne sul lato nord, che poi continuano bianche e maestose verso il cielo.


E in mezzo a questa pietraia ad un certo punto il sentiero si perde e nel grigio risaltano i colori delle bandiere di preghiera e la scritta: Everest Base Camp 2012. Siamo arrivati! E’ fatta!! Odio prendere foto con i cartelli, ma questa era doverosa perche’, Luca, te l’ho promessa. 

Con il pareo regalatomi da Luca

A fondo valle, sotto il ghiacciaio, ci sono le tende di una spedizione che a breve tentera’ la scalata dell’Everest. Non possiamo avvicinarci per evitare di contaminarli con i nostri germi, ma il pensiero corre inevitabilmente in quella direzione e, anzi, li anticipa nell’ascesa. Chissa’ essere li’.


Dodicesimo giorno: da Gorak Shep a Pheriche, con passaggio al Kala Pattar.

Il Kala Pattar e’ il passo piu’ alto di questo percorso, nonche’ il punto da cui e’ possibile apprezzare meglio l’Everest. E’ una salita abbastanza faticosa per via dell’altitudine a cui ci si trova, l’abbiamo conquistata pian pianino, quasi a rate viste le numerose soste per riprendere fiato; Jason dice di stimarmi per la mia pazienza, si e’ attribuito la colpa della nostra lentezza e crede che senza di lui l’avrei fatta di corsa. Piu’ che lusingarmi mi preoccupa la sua delirante visione dei fatti data probabilmente dall’ipossia: credo fosse evidente che con lui, senza di lui o con Messner al mio fianco sarei stata lenta uguale. Io lo stimo per la sua forza di volota’, perche’ se per me e’ stata dura, per lui e’ stata peggio, eppure e’ arrivato in cima. 


Da quei 5550 metri, ho pensato che nel mio piccolo non sono mai stata cosi’ vicina al cielo pur rimanendo con i piedi a terra. E grazie a Matteo, Andrea e soprattutto a Cinzia, in questi quasi sette mesi non mi sono mai sentita cosi’ vicina a casa, pur essendo lontanissima.


Tredicesimo giorno: da Pheriche a Namche Bazaar.

Abbiamo iniziato a scendere quasi freneticamente, si potrebbe dire che abbiamo urgenza di tornare alla comodita’ della vita urbana. Per quanto mi riguarda e’ piu’ desiderio di tornare ad un’ossigenazione normale, a temperature superiori e, ultimo ma non meno importante, di ripristinare un livello di igiene personale socialmente accettabile.



La discesa e’ continuamente interrotta o rallentata da un traffico di yak carichi di chili e chili di borse, guidati dalle urla, dalle pietre e dalle frustate dei proprietari. Alle volte i sentieri sono congestionati dal passaggio di bestie e superarli e’ tutt’altro che semplice. Yak jam!


Quattordicesimo giorno: da Namche Bazaar a Lukla.

Ultimo tratto di discesa ed e’ finita. Se questo trekking fosse un film, la scena conclusiva sarebbe questa: una protagonista sgraziatamente spalmata sulla poltroncina di una bakery a leggere una rivista nepalese per teenagers, troppo stanca per abbandonare questa esaltante attivita’ e iniziarne una qualunque altra, fosse anche il semplice far nulla. Se questo diario fosse un romanzo di formazione, la considerazione finale, quella in cui si tirano le somme sui limiti superati e gli sviluppi raggiunti, sarebbe questa: nella mia vita ho sottoposto il mio corpo a dure, durissime prove; inter rail, allenameti di atletica, capoeira, acrobatica, turni di dodici ore in divise sintetiche… ma un fetore simile, giuro, non l’ho mai emanato.

Sunday, September 30, 2012

Sulla via del ritorno



Verso Kathmandu (Nepal), 18 settembre 2012

Hanno costruito una strada che unisce questi paesini correndo lungo in fianco della montagna. Poi il fianco della montagna qua e la’ ha ceduto portandosi a valle pezzi di terreno. E pezzi di strada. Funziona cosi’: si prende un autobus con cui si avanza per qualche chilometro di curve, con il precipizio su un lato. Quando la strada si interrompe, si scende, si attraversa a piedi il pezzo franato e si raggiunge il secondo autobus per proseguire. Questo si ripete per tre, quattro volte, a seconda di quale sia la partenza e quale la destinazione. Ci sono tratti in cui il percorso in autobus dura dieci minuti e quello a piedi mezzora, perche’ nessun mezzo di trasporto e’ rimasto intrappolato tra le due frane. Gli autobus sono sovraffollatti e bisogna cercare di arrivarci per primi per assicurarsi un posto a sedere, che e’ comunque scomodo –non c’e’ spazio per le gambe e il sedile generalemente e’ bagnato perche’ i finestrini, se ci sono, non si chiudono bene– ma e’ sempre meglio che star sul tetto quando piove. E’ periodo di monsoni, quindi c’e’ poco da fare: piove. E’ un po’ una seccatura, ma cosi’ stanno le cose.


Arriviamo ad attraversare uno dei punti franati. Solo che questo, a differenza degli altri, non “e’ franato”, non “rischia di franare”, ma STA franando. Ora. E noi dobbiamo attraversare. Si tratta prevalentemente di una parete rocciosa e pietraia, quindi non c’e’ una lingua di fango che scivola via da sotto i piedi, ma dall’alto si staccano a intervalli irregolari pezzi di roccia che rotolano giu’ rimbalzando disordinatamente e rompendosi in pietre piu’ piccole strada facendo. La frana e’ divisa in due parti: la prima pare ora piu’ sicura, non sembra venir giu’ nulla; al centro c’e’ un roccione bello compatto e stabile; la seconda parte e’ quella da cui stan piovendo pietre.
I ragazzi sono rimasti indietro; c’e’ una piccola folla che diminuisce man mano che le persone, percependo il proprio “momento buono”, si decidono ad attraversare. Aspetto un pochino poi, piu’ per fatalismo che per altro, decido di crearmi il mio “momento buono” e andare, prima che la situazione peggiori. “Rajesh, io vado…” “Ok, quando te la senti. Io aspetto gli altri” Me la sento. Attraverso la prima parte e raggiungo il roccione centrale. Ci sono altre persone. Il roccione e’ alto e concavo su questo lato e a meno che non si muova pure lui –cosa davvero poco probabile– offre un riparo sicuro; copre pero’ la visuale su cio’ che sta succcedendo a monte, quindi da qua sotto si vedono le pietre rotolare a valle solo nel momento in cui ci passano davanti. Chi ha gia’ attraversato si e’fermato sul ciglio della frana, da dove e’ possibile vedere a monte e da indicazioni a chi, come me, e’ fermo a riparo del roccione. Urlano sia in nepalese che in inglese. “No… aspetta… aspetta…” e le pietre ci cadono davanti agli occhi “…aspetta…” poi piu’ nulla “VAI!!! Corri! Corri!!” uno o due alla volta ci lanciamo di corsa verso il punto sicuro, guidati dalle loro voci concitate. Quando tocca a me, siamo rimaste solo una ragazza che avra’ la mia eta’ ed io. Aspettiamo il segnale. “No… no… no…” pietre “…no..” una pausa “…aspetta…” altre pietre “…no…” altra pausa “ORA!!” la ragazza scatta e io dietro di lei “corri! corri!” corriamo il piu’ in fretta possibile con gli occhi fissi a terra sul sentiero, senza guardare giu’ verso il precipizio, senza guardare su’dove una folla di gente sta guardando per noi. E il peggio e’ arrivare a meta’ e sentire da una parte loro che battono le mani “Veloce! Veloce!!!” e dall’altra l’irregolare “toc toc-toc” delle pietre che rimbalzano. Ma sono pochi metri. Arriviamo. Arriveranno tutti, non succedera’ niente. Ma una volta raggiunta la strada mi sento il corpo in fiamme e ho come la sensazione di voler piangere o ridere o urlare, di buttare fuori qualcosa, e solo li’ mi rendo conto della tensione che avevo addosso. Guardo il gruppo di uomini che sta ancora urlando a chi deve attraversare… e’ un gruppo allegro. Ridono. Battono le mani per incitare, “Vai!”, “Aspetta!”, fanno battute, indicano un punto in alto, seguono la caduta delle pietre esultando… e se la ridono. C’e’ mica tanto da ridere!! 

Anche la corsa dell’ultimo pullman, quello che ci porta a Kathmandu, viene bloccata da una frana appena caduta (questa fangosa); ci fermiamo per un’oretta ad aspettare che ripuliscano la strada. Arrivata in capitale racconto l’episodio a un ragazzo nepalese e lui commenta tutto serio dicendo “Strano. In genere non succede.” “Stai scherzando?? Non succede che frani?” “No, non succede che puliscano in un’ora! Ci sono frane che son li’ da anni!”
Nepal, Nepal… it’s wild!

Saturday, September 29, 2012

Un passo alla volta



Himalaya (Nepal), 7 – 18 settembre 2012

Capita, con il raffreddore, che si risolva tutto in una manciata di giorni. Dato il rapido superamento dei “problemi di salute”, abbiamo iniziato tutti assieme appassionatamente il secondo trekking, seppur con un piccolo compromesso: non affronteremo il passo piu’ alto, ma arrivati a destinazione torneremo indietro lungo lo stesso cammino da cui siamo saliti. E va be’, meglio di niente, dico io.
La destinazione e’ il Gosaikunda, da cui prende il nome il percorso. Noto in inglese come Frozen Lake (sebbene in questa stagione di ghiacciato ci sia solo il nome), il Gosaikunda e’ un lago situato a 4380 metri e meta una volta all’anno di un pellegrinaggio religioso. 
In questi giorni e’ successo qualcosa. Nella mia testa. Qualcosa e’ cambiato: la mia mente si e’ sdraiata piu’ comodamente su una nuova concezione di trekking e ora ho la sensazione di poter camminare per sempre. So che il primo trekking e’ durato sei giorni e che questo ne durera’ altrettanti, ma non saprei dire quanti giorni ci siamo lasciati alle spalle e quanti dobbiamo ancora affrontarne. 
 Ho smesso di guadare la cartina, ho smesso di chiedere come sara’ il percorso… anche perche’ bisogna capire ed accettare per quel che e’ il concetto di “nepali flat”, il “piatto nepalese”: se un nepalese ti dice che il sentiero e’ in piano, significa che e’ un saliscendi, perche’ se ci sono meno di quei trecento metri di dislivello, allora non conta. Qui la gente ha una mente algebrica e se la strada sale di duecento metri e poi scende di altri duecento, allora, grossomodo, e’ in piano. Cosi’, non chiedo piu’. Non mi chiedo piu’. Cammino, fino a quando non e’ ora di fermarmi. Il mio unico metro di misura della distanza, del tempo, dell’altitudine, e’ diventato il passo.


Piove. Da giorni. Piove e c’e’ nebbia. Peccato, proprio ora che il paesaggio prometteva di dare il meglio di se’. Ma se devo dire la verita’ mi piace anche cosi’, con questo bianco che avvolge ogni cosa. In rari momenti alcune sagome riescono ad aprirsi un varco ed emergono dal nulla. Per il resto del tempo e’ tutto bianco. Con la mente cosi’ priva di stimoli, di distrazioni, passo dopo passo immagino di tracciare il mio percorso disegnando un dettagliatissimo mandala su questa pagina bianca, mentre taglio la salita zigzagando per patirla meno. Passetto dopo passetto. Metri e minuti. Anche quando sono stanca, non sono cosi’ stanca da non poter fare un altro passo. Uno solo. Poi un altro. Poi un altro. Passetto dopo passetto, potrei continuare per sempre.


La gente che passa, ci guarda e prosegue veloce...

…magari saluta, ma sempre prosegue veloce.



Himalaya (Nepal), 6 – 18 settembre 2012

Tamang Heritage Trail. Si chiama cosi’ questo primo trekking, prendendo il nome dall’etnia che abita questa parte di Himalaya. Sei giorni. Sei divesi villaggi incastonati sulle montagne ci ospiteranno ogni sera. Ci verra’ preparata la cena e porto un secchio di acqua calda con cui lavare via la fatica del giorno passato. Ci verra’ preparata la colazione e porta dell’acqua fresca per dissetare la fatica del giorno nuovo.


La nostra guida si chiama Rajesh e sembra piu’ tedesco che nepalese; ha la mia eta’ e da sette anni fa questo lavoro: cammina. Sotto il sole, sotto i monsoni, sotto la neve, sotto gli zaini pesanti, lui cammina. Una delle prime cose che ho fatto e’ stata controllargli il polso per curiosita’ e, di fronte ad un’invidiabile bradicardia, gli ho detto che avrei dato l’anima in cambio del suo cuore. La prima cosa che mi ha risposto e’ che vuole sposare un’europea.
Rajesh si ferma ogni pochi minuti di marcia e controlla se c’e’ campo per connettersi a facebook con il cellulare. Se c’e’, la pausa dura un po’ di piu’. Se non c’e’, dura un po’ di meno. In ogni caso, la camminata riprende con un nuovo sottofondo musicale: si passa da canzoni nepalesi (la mia preferita e’ Rassapiririn) a canzoni israeliane che inspiegabilmente ha sul telefono e con cui sorprende e intrattiene i ragazzi. 
I ragazzi si fermano ogni pochi minuti e posano gli zaini. Se la pausa dura un po’ di piu’, si lamentano poco. Se dura un po’ di meno, si lamentano tanto. In ogni caso, la camminata riprende sempre con lo stesso sottofondo: “Ripartiamo gia’? Ma quanto siamo saliti? Solo?? E quanto manca? E adesso? E ora quanto manca? Un mio amico mi ha detto che dal secondo villaggio c’e’ una scorciatoia…” ma come una scorciatoia?? Ti pare che siamo venuti a camminare in montagna per prendere scorciatoie?
Ho smesso di camminare con loro perche’ patisco il dover ripartire piu’ di quanto mi dia sollievo il fermarmi. Preferisco trovare il mio ritmo e mantenerlo, con calma, passetto dopo passetto. Ai rari bivi mi fermo e aspetto che mi raggiungano per avere indicazioni da Rajesh e ascolare un po’ di Rassapiririn, che mi mette sempre di buon uomore. Mi piace camminare da sola, in silenzio si vedono piu’ animali, si pensa meglio… a nulla che sia minimamente costruttivo, ma va be’.

Questo primo trekking e’ carino. Paesaggisticamente non eccezionale ai miei occhi, abituati alle “montagne di casa”, come le chiamo io. L’aspetto piu’ interessante e’ che si attraversano diversi villaggi, si assaggiano pezzetti di una quotidianita’ fatta di case di legno e pietra, di artigianato, di provviste a seccare per la stagione fredda: carne di yak stesa al sole, funghi sulle stufa, peperoncini sui tetti; 
e si assiste -e si partecipa- ad una sfilata di strani personaggi: alcuni ti vengono in contro, salutano e proseguono alle tue spalle, ma la maggior parte ti arriva alle spalle, saluta e ti supera sparendo quasi di corsa dietro la prima curva, lasciandoti a bocca aperta in un misto di ammirazione e sconforto… e tutti, tutti, trasportano qualcosa, poggiato sulla schina e tenuto su’ da una fascia che passa sulla fronte. 
Sono stata superata da gruppi di bambini con le cartelle e l’uniforme, diretti alla scuola del villaggio vicino, con le spalline delle cartelle non sulle spalle, ma una sola attorno alla fronte e lo zaino a penzolare sulla schiena; sono stata superata da donne con in braccio bambini e sul dorso ceste cariche di qualunque cosa; sono stata superata da una fila di uomini che portavano ognuno un masso enorme; li ho raggiunti qualche minuto dopo e li ho trovati a scaricare i massi su una montagna di altri massi, dove altri uomini e donne li rompevano a mano con martello e scalpello e altri ancora si passavano di mano in mano quelli gia’ squadrati per posarli gli uni sugli altri a costruire un muro; quella notte ho guardato con altri occhi le pareti che mi proteggevano dal freddo. Sono stata superata da portatori di gruppi di turisti, carichi dei loro zaini; sono stata superata da portatori dei vari villaggi, carichi di cibo e provviste. E ho iniziato a sentire un sapore piu’ profondo nel cibo che mangio ogni giorno. Sono stata superata da un bambino che teneva per mano la sorellina; avra’ avuto sei anni lui; a dir tanto tre la bimba. E, si’, mi hanno superata, lei barcollando un po’, strattonata e sorretta dal fratello, che una volta davanti a me se l’e’ presa in spalla ed e’ sparito. 


Incrocio questi pezzetti di vita e spesso mi chiedo come sarebbe la mia se fossi nata qui. Probabilmete starei trasportando le mie cose con una fascia attorno alla fronte. Se fossi nata in Congo invece le terrei in equilibrio sulla testa. In Peru’, in un foulard legato sulle spalle. In Vietnam, in due ceste appesa ad un’asta. Sono nata in Italia e ho uno zaino sulla schiena.

Shalom!



Kathmandu (Nepal), 6 settembre 2012

Chi ha ricevuto mie mail personali nell’ultimo periodo lo sa: avevo sempre piu’ voglia di “natura bella da togliere il fiato”. La Mongolia ha assolutamente soddisfatto questo desiderio andando ben oltre le aspettative che, pur non volendo, mi ero creata. Cio’ non significa che ne avessi abbastanza, per cui ho regalato il mio Ukulele e sono volata in Nepal per consumarmi le ginocchia e il fiato facendo trekking sull’Himalaya.
Vista dall’alto, durante l’atterraggio, nessuna citta’ mi aveva mai dato tanto l’impressione di esser fatta di lego quanto Kathmandu; un ammasso di cubetti colorati poggiati nel verde, non saprei dire se in fase di costruzione o di smontaggio. La prima sensazione che ho avuto, una volta posati i piedi a terra, e’ che qui, a differenza del sudest asiatico, le cose ti vengono addosso. Emotivamente intendo, non e’ che la gente ti lanci contro degli oggetti, sono solo sensazioni; e’ come se fosse tutto piu’… piu’ vicino e diretto: i rumori, gli odori e, soprattutto, le persone; lo sguardo delle persone, i gesti delle persone, le parole delle persone. 


Sono qui con Assaf e Dor, due dei ragazzi che erano con me in Mongolia, e ci ragiungera’ a breve un loro amico da Tel Aviv, Ziggy. Grazie a loro, in questi giorni dedicati alla preparazione per i trekking, ho visto cosa succede quando le persone si coalizzano nell’esercitareil loro potere di consumatori. Gli israeliani in visita qui sono tanti e sono stati furbi, hanno creato un sistema che funziona, un circuito chiuso di relazioni commerciali vantaggioso per loro e per i venditori coinvolti.
 Si servono tutti in massa negli stessi posti: tre hotel, due agenzie, un minuscolo negozio di attrezzatura tecnica. Si concentrano tutti li’ portando un enorme afflusso di clienti, mantenuto solo dal passaparola.
I proprietari di questi posti fanno una fortuna lavorando praticamente solo con loro, non hanno bisogno di pubblicita’ o di insegne lampeggianti: tutto cio’ che devono fare e’ mantenere un rapporto di fiducia. E lo fanno: per gli israeliani i prezzi sono reali, neanche da trattare, la merce e’ di buona qualita’, i tour operator sconsigliano con onesta’ di fare quel trekking o quel corso di rafting perche’ il sentiero e’ interrotto o il fiume troppo impetuoso in questa stagione; parlano ebraico, chi fluentemente, chi solo le formule di cortesia
e i numeri, e di loro ci si puo’ fidare ciecamente perche’ hanno capito che perdendo la fiducia di pochi clienti, perderebbero una nazione intera. Ho avuto la fortuna di varcare le soglie di questo circolo segreto facendomici introdurre dai miei amichetti. Vado negli stessi posti anch’io, dove ormai ricevo lo stesso trattamento anche senza di loro; alle volte vado solo per usare internet gratis o per chiacchierare, per farmi consigliare dove mangiare e farmi dire quanto dovrei pagare di taxi per andare in un certo posto. E tutti, ma proprio tutti, mi han detto la stessa cosa: “Sei fortunata a viaggiare con loro!” la signora del negozio di attrezzatura, quella con cui vado a chiacchierare, mi ha addirittura confessato: “Se fossi venuta da sola ti avrei fatto pagare il doppio per quel sacco a pelo, come agli altri europei!” 
Tutto cio’ ha altre ripercussioni, perche’ ogni negoziante vorrebbe entrare nel giro, per cui un po’ ovunque gli israeliani hanno prezzi piu’ bassi rispetto agli altri. Lo chiamano “il prezzo israeliano” e te lo dicono proprio: “How much for this?” “Three hundred rupees, israeli price.”
Dato che chiunque puo’ spacciarsi per israeliano, dall’algerino piu’ scuro al polacco piu’ chiaro, mi ci butto in mezzo anch’io senza farmi assolutamente alcun problema. Entro nei negozi, sorrido e saluto: “Shalom!”