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Thursday, January 3, 2013

Un cattivo amante





 Cherai (India), 20 dicembre 2012 

Nonostante lo scarso tempo a disposizione, decidiamo di spostarci ulteriormente a sud per raggiungere Kate, la ragazza russa che assieme a Martin e ad Aritz ha fatto parte della mia “famiglia itinerante” per un pezzetto di strada.
Durante il viaggio in treno, ad un certo punto lascio il mio posto per andare in bagno, ne esco e lungo il corridoio trovo Martin in piedi di fronte alla porta aperta che fuma una sigaretta guardando fuori. “It’s beautiful here!” mi dice; io mi avvicino per guardare, lui si sporge per farmi spazio ma un piede gli scivola, perde l’equilibrio e vola fuori. Con un gesto atletico anche piuttosto elegante riesce ad aggrapparsi alla maniglia del treno, rimane a penzoloni qualche secondo, poi fa forza con le braccia, si tira su’ ed e’ di nuovo in piedi di fronte a me. Pallido. Io lo guardo e riesco a dire solo “Martin!!” con un blando tono di rimprovero, poi mi giro e torno a sedermi. Rimango un attimo in stato catatonico e rivedo tutta la scena e quando lui viene a sedersi di fronte a me ci guardiamo e scoppiamo a ridere. Rido fino alle lacrime. Uno dei momenti piu’ surreali della mia vita. Una scena tratta da un film d’avanguardia in cui dialoghi, azioni e reazioni non c’entrano nulla gli uni con gli altri. Uno fa un tiro di sigaretta, “bello qui!” e… hop! si lancia giu’ da un treno in corsa, senza urlare, senza sguardi di terrore, nulla; e la reazione dell’altra e’… di fatto nessuna, l’altra rimane assolutamente immobile, inespressiva, esterrefatta, non sussulta, non allunga una mano, nulla. E dopo che lui ha rischiato di morire, lei rompe il silenzio “Martin!” con lo stesso tono che userebbe con un bambino che abbia, chesso’, ruttato al ristorante, poi se ne va come se nulla fosse successo. E fortuna che non e’ successo nulla! Va be, andiamo dalla russa… 



Bello ritrovare qui Kate dopo averla salutata in Cambogia, fa sembrare il mondo un po’ piu’ piccolo. Veniamo ospitati nella casa che divide con due ragazzi russi, Ivan e Vladimir e per qualche giorno riscopro il piacere delle faccende di domestiche. Come cucinare, passare la scopa, fare la spesa… puo’ sembrare assurdo, ma mi mancava. Non che non sia mai entrata in un negozio a comprar qualcosa, ma mi mancava comprare il sale grosso, l’olio, il detersivo dei piatti… quelle piccolezze che fanno tanto casa. Non solo Martin ed io passiamo momenti interminabili a prometterci di cucinarci i nostri piatti forti con un entusiasmo quasi infantile, ma addirittura arriviamo a scattarci le foto al supermercato, mettendoci in posa davanti agli scaffali col carrello… momenti intensi!



Qui, nello stato di Kerala, consumiamo gli ultimi giorni in India alternano casa, spiaggia e compagnia di amici di amici. Dunque, e’ finita l’India. E forse posso azzardarmi a dire che e’ finita bene, tutto sommato. Ripenso ai primi giorni in questo Paese, cerco di mettere sui piatti della bilancia l’amore e l’odio… ma e’ come se fosse tutto amalgamato, fastidio intensissimo e ugualmente intensa ammirazione. Alla fine devo dar ragione a Paul, come sempre. Quando all’inizio mi lamentavo di quanta energia ti toglie questo Paese e mi chiedevo se ci sarei mai tornata, Paul mi ha detto “Hai ragione, l’India toglie tanto. Ma da anche tanto in cambio. Vedrai che alla fine deciderai di tornarci, perche’ l’India e’ come un cattivo amante: per quanto ti maltratti, ogni volta ti ritrovi a desiderare di rivederlo”.
E allora saluto il mio cattivo amante con la promessa di un addio che non sapro’ mantenere, Kate con un arrivederci, Martin con un “promettimi di non buttarti giu’ dai teni in corsa”. E continuo da sola. 

Tuesday, December 25, 2012

Sud



Hampi (India), 14 dicembre 2012

L’unico difetto della guest house in cui ho passato una settimana di soggiorno forzato a Delhi era che aveva le pareti molto sottili, per cui avere la propria camera o essere in uno stanzone unico con gli altri ospiti, i proprietari, i vicini e i passanti sarebbe stato grossomodo la stassa cosa. A livello acustico intendo.
La sveglia arrivava dalla strada, con il suo cescendo di traffico: prima un solista, poi qualche quartetto, in fine un’intera orchestra si clacson ti invitava ad abbandonare il sonno.  
Il buongiorno arrivava dai vicini che ti rendevano partecipe delle loro abluzioni quotidiane; la mia preferita, non che la piu’ potente: un risucchio agghiacciante, come se si stesse cercando di aspirarsi in bocca il cervello facendolo passare dalle coane, seguito da un sonorosissimo e liberatorio sputo.
Al ristorante della colazione, scelto per il rapporto qualita’-prezzo-distanza, alcuni topolini bianchi scorrazzavano tra i piedi dei clienti, ma bellini, piccoli come criceti; la clientela del ristorante della colazione non era certo del tipo che chiama l’ufficio d’igiene, anzi, chiamava i topi per nome. 


Lungo a strada tra guest house e ristorante, ristorante e guest house, tutta una serie di personaggi: sullo sfondo, il coro greco di negozianti senza nome che ogni pochi passi ti interrompevano discorsi e camminata per invitarti a parlare/guardare/comprare all’interno del proprio negozio. Poi sempre le stesse quattro facce degli incorreggibili ottimisti che ti si avvicinavano sussurrando per venderti qualsivoglia tipo di sostanza stupefacente; ottimisti perche’ nonostante si fossero sentiti dire di no quelle cinque volte al giorno per una settimana, continuavano a proporre, hai visto mai che uno improvvisamente cambi idea “Ma sai cosa? Oggi si’. Oggi un po’ di crack te lo compro!”. E poi c’erano personaggi piu’ delineati, come il ragazzo dei biscotti che ogni sera sbucava in strada con il suo carretto e da cui compravo la mia dose giornaliera di simil paste di meliga cotte sul momento in un forno a brace ricavato da un secchio di latta. 


O la Signora dello Sri Lanka, che girava ben vestita e truccata con un foglio di carta e una penna a raccogliere firme e offerte “per lo Sri Lanka” (?) e che ogni volta che le dicevo di no (cioe’ ogni volta) mi faceva una pernacchia alle spalle; le ho fatto il verso, lei l’ha trovato divertente e da li’ ogni incontro si e’ trasformato in uno spernacchiamento generale e grasse risate (sue); ben strana la Signora dello Sri Lanka.
Poi c’era il Signore Buono delle Patate, che tutte le sere montava il suo fornello e friggeva patate tagliate a cubetti da mangiare in uno scodellino di alluminio con salse e spezie a piacere; o con un pizzico di sale e basta, come piacciono a me; il Signore Buono delle Patate era buono perche’ aveva un faccione pacioso e perche’ ogni volta che passava una mucca lui le allungava una patata e lei si avvicinava, la mangiava al volo e proseguiva la sua passeggiata come fosse un gesto abituale, un appuntamento fisso con un vecchio amico. Il Signore Buono delle Patate era il mio preferito.
Certo Delhi e’ molto di piu’, nel bene e nel male. Questa e’ stata solo la mia Delhi. La mia Delhi per una settimana. E non e’ che me la sia propria goduta… come il resto del mese passato, se proprio dobbiamo dirla tutta… e allora via! Cambiare! Duemila chilometri con un treno diretto verso orizzonti sicuramente piu’ caldi, auspicabilmente migliori: il sud. 


Qui devo aprire una parentesi perche’ Martin dice che se lui avesse un blog, scriverebbe che ha rischiato di perdere il treno e rimanere piantato a Delhi per il resto del soggiorno in India perche’ la sua compagna di viaggio doveva comprare degli assorbenti. Che e’ vero. Ma alla sua compagna di viaggio non pareva una cattiva idea, dato che stava per chiudersi in un treno per le successive trentasei ore e, forse, se lui fosse stato piu’ esplicito, la sua compagna di viaggio avrebbe colto i suoi timidi tentativi di metterle fretta mentre temporeggiava tra gli scaffali assolutamente ignara dell’ora e non si sarebbero ritrovati in un rickshaw a dieci minuti dalla partenza del treno e dieci-quindici minuti di distanza dalla stazione a maledire chi il proprio utero, chi la propria compagna di viaggio… insomma, chi e’ il colpevole? Chi la vittima? Io ho qualche riserva a riguardo… ma chiudo parentesi.


Dopo treni e rickshaw, eccoci a sudovest, dove vengo subito accolta da uno strano senso di smarrimento: dov’e’ l’immondizia? Dove la puzza di piscio? E soprattutto, dov’e’ la folla, che fine ha fatto la ressa?? Cammino per strada senza urtare o essere urtata, nessuno mi ferma, gli uomini non mi fissano… ci sono palme e carretti di frutta tropicale, chilometri di ampia spiaggia deserta, aria palpabile ma non di smog: e’ salsedine da respirare a pieni polmoni… e’ un altro pianeta!
E ora che sono arrivata ad Hampi vorrei rimanerci per mesi. Tra le rovine dei templi con storie di mille Dei scolpite nella roccia e queste buffe formazioni rocciose che danno l‘idea che le pietre siano piovute dal mondo degli Dei accatastandosi le une sulle altre;


tra i campi in cui i contadini seminano, tagliano, raccolgono e interrompono il lavoro per salutarti da lontano con la mano, mentre sfili con un vecchio motorino scassato sulle stradine costeggiate da palme; su questi promontori su cui arrampicarsi di fretta col fiatone perche’, come al solito, si e’ in ritardo per un apputamento importante: il tramonto. E ogni sera, mentre il sole si spegne e il paesaggio si accende di rosa tra il cielo e il suo riflesso sui campi di riso, sentirmi dire “Giuro che non viaggero’ mai piu’ con una femmina. Se penso che avrei potuto perdermi questo per colpa dei tuoi assorbenti…”. Ma, come ho gia’ detto, io ho le mie riserve…

Friday, December 7, 2012

Dita lunghe e potere divino



Rishikesh (India), 29 novembre 2012

Rishikes e’ una cittadina nel nord dell’India, nello stato di Uttarakhand. Incastrata sul fondo di una valle scavata dal Gange, circondata da montagne e colline alla periferia dell’Himalaya e costantemente battuta dal vento. Qui in questo periodo l’aria e’ fresca, si prepara l’inveno, di giorno il sole scalda abbastanza da poter stare sbracciati e cercar rifugio all’ombra, ma la sera si tira fuori la giacca e la notte si apprezza il peso delle coperte. Il posto in se’ non e’ di una bellezza eccezionale: vicoli e stradine nella parte bassa e orrendi hotel in forma di mostri architettonici di cemento che si arrampicano piu’ in alto, lungo i fianchi delle montagne. Anche qui i clacson ululano felici e in paese tira aria di sovraffollamento, ma il tutto e’ sufficientemente contenuto e nel complesso l’atmosfera e’ relativamente tranquilla; tra i profili delle montagne alberate e lo scorrere pacato delle acque sacre ha trovato terra fertile una fprte spiritualita’ e, tra centri di yoga e di meditazione, oggi Rishikesh e’ proclamata -o si autoproclama- capitale mondiale dello yoga. Ma dove sboccia il fiore della spiritualita’ potra’ mica appassire quello della sua commercializzazione: a Rishikesh il sacro convive pacificamente con un profano che sfiora la blafemmia; puoi fare rafting sul Gange con l’agenzia Holy Adventures!, puoi ottenere sconti comitiva per esser guidato in esperienze mistiche come la regressione alla vita precedente… vuoi imparare ad annullare il tuo io nel silenzio della meditazione? Puoi farlo. Vuoi invocare la benevolenza degli Dei o purificarti l’anima dedicandoti a spettacolari riti religiosi? Puoi farlo. Vuoi comprare un’anima pulita? Vuoi comprare un’anima sporca e poi pulirla? Puoi farlo. Vale tutto. E nulla toglie autenticita’ a cio’ che di autentico c’e’ e che non e’ certo poco. 


Non so come sia nata la cosa, ma in questo misticismo generale ho iniziato a scherzare con Martin sul fatto che avremmo dovuto farci leggere la mano e, capitando di fronte al centro di un astrologo, piu’ per divertimento che per altro, ci siamo detti, perche’ no? e siamo entrati. “Namaste!” “Namaste! Posso esservi utile?” “…vorremmo farci leggere la mano… forse lei…” “Si’, e’ possibile. Se sapete la data e l’ora di nascita posso associare alla semplice lettura del palmo un confronto con l’oroscopo e investigare tramite l’energia astrale… bla bla bla… per indovinare quale sia la vostra pietra protettrice affinche’ sia favorita l’apertura dei sette chakra… bla bla… dunque se siete interessati possiamo iniziare la seduta anche subito. Di dove siete?” “Lui californiano, io italiana” “Ah, Italia! Vicino all’Argentina!” ecco, iniziamo malissimo “…magari proprio subito no… le faremo sapere…” “Come preferite, vi lascio il mio biglietto da visita” “Grazie… grazie… nel caso la chiamiamo…” morta li’ la questione. Ma il giorno successivo, mentre camminavamo sulle sponde del fiume per andare ad assistere al Ganga Puja, la questione e’ tornata improvvisamente in vita e abbiamo chiesto impulsivamente al primo negoziante capitato a tiro se conoscesse un astrologo. “Seguitemi!” ha attraversato la strada, siamo entrati in un cortile interno, saliti al primo piano di un edificio dalle mura in cemento nudo, arrivati su una balconata su cui si affaccia una fila di porte numerate che suggeriscono si tratti di una sorta di albergo. “Stanza numero otto, entrate pure, vado a chiamarlo”. 



Sulla porta numero otto un adesivo rosso scolorito dal tempo e appiccicato senza troppa cura porta la scritta Mr TalDeiTali, astrologo; la apriamo e siamo in una stanza completamente spoglia. Non ci sono finestre, non c’e’ alcun oggetto che suggerisca sia abitata da qualcuno, ci sono solo un letto matrimoniale contro una parete unta e una sedia. Ci sediamo e aspettiamo scambiandoci sguardi di perplessita’. Ma dove diavolo siamo?? L’astrologo arriva dopo diversi minuti con una valigia nera; ha una parlantina piacevole, ci spiega che era a fare delle commissioni, ci chiede cosa vogliamo, tira fuori dalla valigia un’enorme lente d’ingrandimento e con quella inizia ad analizzarci il palmo della mano in silenzio, piegando dita, schiacciando polpastrelli e soprattutto facendo delle faccine che lasciano trapelare stupore o dubbio o interesse ma che inevitabilmente vengono interpretate come preoccupazione e in testa prende forma l’idea che stia per chiederti “sicura che non vuoi usare il mio telefono per chiamar tua madre e dirle che le vuoi bene prima che sia troppo tardi?” o come nelle barzellette “Ti restano all’incirca cinque… quattro, tre, due, uno…”. E invece no, nessuna prognosi infausta. Per quanto mi riguarda le cose piu’ rilevanti sono che a ventott’anni saro’ famosa nella mia citta’ per qualcosa di artistico, che dovrei meditare con la luna piena e, soprattutto, che ho le dita lunghe. Ah, ho anche un potere divino.


Usciamo dalla stanza dell’astrologo giusto in tempo per correre alla statua di Shiva ed assistere al Ganaga Puja: al crepuscolo piccoli cestini galleggianti di fiori colorati con al centro una candela accesa, vengono posati sulle acque del fiume in omaggio al Gange e tra i canti di preghiera decine di piccole luci si allontanano da riva e scivolano lungo la corrente. C’e’ una piacevole atmostera di festa che trasmette un senso di accoglienza: non ci si sente scomodi, non vengono dubbi su cosa fare o non fare, se avvicinarsi o meno, se si e’ vestiti in modo opportuno… e’ un rito aperto, libero e bello e si e’ semplicemente i benvenuti a partecipare. 


Quando la folla inizia a disperdersi la luna e’ gia’ visibile, la guardo e mi rendo conto che sara’ piena a breve. Luna piena, meditazione… perche’ no? E il giorno dopo eccoci a varcare le porte di un Ashram per seguire il consiglio dell’astrologo.
Entriamo nel cortile, non c’e’ nessuno. Saliamo la scalinata e varchiamo la porta d’ingresso, nessuno. Imbocchiamo il corridoio prendendolo da sinistra, senza parlare, scambiandoci gli stessi sguadi perplessi di ieri: ma dove diavolo siamo, di nuovo?? Si tratta di un ampio corridoio circolare, non ci sono finestre, e’ tutto freddo e buio e silenzioso e in marmo bianco, c’e’ qualcosa di lugubre in tutto cio’; sulla parete di sinistra ci sono delle porte numerate, presumibilmente delle stanze; su quella di destra (che pare circondare una stanza tonda) ci sono delle porte sospese a circa due metri da terra, senza alcun tipo di accesso, non una scala, non una fune, nulla. Finiamo il corridoio e ci ritroviamo al punto di partenza piu’ incuriositi che mai ma senza aver incontrato anima viva. Usciamo e nel giardino ecco che compare un uomo vestito di bianco che ci sorride “Namaste!” “Namaste! Come posso aiutarvi?” “…volevamo provare una seduta di meditazione…” 

detto fatto, poco dopo siamo seduti a terra in una stanza fredda, l’omino vestito di bianco ci fa chiudere gli occhi e concentrare sulla percezione del nostro corpo “Come si chiama questo corpo? Ogni sua parte, anche la piu’ piccola ha un nome, sentitelo, osservatelo, ogni sua parte ha un nome e una forma… ma chi e’ che lo sta osservando, chi lo sta sentendo? Come si chiama? Non c’e’ nome. Non c’e’ forma…” Lavoriamo su tre punti preliminari alla meditazione: imparare a sedersi, imparare a respirare e imparare a rilassarsi. Che detto cosi’ sembra facile. Be’, non lo e’. L’Omino Bianco ci guida con la voce nel cambiare posizione, nel percepire, ascoltare e controllare il ritmo e la meccanica del respiro, nell’assumere coscienza di ogni muscolo, dalla testa ai piedi, e rilassarlo, dai piedi alla testa, e rilassarlo, dalla testa ai piedi… parla lentamente, trascina le vocali, ripete ancora e ancora e ancora… ci lascia tempo, ci lascia silenzio… e’ una cosa che faccio quando non riesco ad addormentarmi, quella di cercare di rilassare sistematicamente ogni muscolo e ogni volta mi stupisco di quante parti del nostro corpo sono in tensione senza che noi ce ne accorgiamo e di quanto sia difficile rilasciarle consapevolmente; questo non e’ un esercizio nuovo per me, la differenza e’ che questa volta la mente non accenna a seguire il corpo nella direzione del sonno. Eppure piu’ di un’ora scivola via in un attimo e quando usciamo dall’Ashram ho la sensazione di aver dormito un sonno profondo e ristoratore per almeno sei ore. E sto profondamente bene. E’ una sensazione estremamente piacevole.


Tornati a “casa” raccontiamo l’esperienza a uno dei ragazzi che gestiscono la guest house e accenniamo al fatto che l’Omino Bianco ci ha consigliato di fare dello yoga… “Io faccio yoga, se volete potete farlo con me ogni mattina e sera sul tetto!” salta fuori lui. Perche’ no? Proviamo anche questo! E di nuovo, mentre questo ragazzino con un buffissimo inglese cerca di annodarci sul tetto della guest house di cui siamo gli unici ospiti, tra le smorfie di dolore ecco il solito scambio di sguardi: ma dove diavolo siamo, per l’ennesima volta?? “Don’t falling down! Don’t falling down!” ci ripete il ragazzo, mentre pretende che ci incastriamo un piede dietro la nuca mantenendo la schiena dritta e senza perdere l’equilibrio.
Passano i giorni a Rishikesh e la perplessita’ svanisce, soffocata dal graduale abituarsi a questa nuova routine di esercizi lenti e silenziosi capitataci addosso un po’ per caso. Non credo che andro’ dicendo di aver imparato in India a mangiare quando ho fame e dormire quando ho sonno come raccontava il buon James, incontrato in Laos, ma ora lo capisco meglio e spero di riuscire a far tesoro di quanto imparato in questi giorni. 

Sunday, December 2, 2012

L'umanita' mi sta stretta



Jaiselmer (India), 15 novembre 2012

Centro, destra, centro, sinistra… ma perche’ la muove cosi’? Alla prossima a destra vado… centro, destra… ora! Scatto, ma qualcosa si muove a borda strada, la mucca si spaventa, si sposta verso destra, la coda incrostata di cacca perde il ritmo delle oscillazioni e io vedo sfumare i miei piani di superarla senza farmi toccare, ma non mi arrendo, balzo istintivamente verso centro strada dove un rikshaw mi arriva alle spalle suonando il clacson, mi ributto a sinistra superando la mucca, accelero per assicurami distanza dall’animale, un uomo fa capolino dall’interno di un negozio e inchiodo giusto in tempo per evitare il suo sputo, ma qualcuno mi urta da dietro e mi spinge a sinistra e… sciaf! Il piede affonda in una gigantesca busa. A pile of shit per dirla all’inglese, che mi piace perche’ suona proprio come “una pila di merda” e rende bene l’idea. 

A Dehli ho ritrovato Martin e assieme ci siamo mossi verso ovest. Gli spostamenti in treno sono stati estenuanti per la simultanea presenza di troppe anime in uno spazio troppo piccolo. Abbiamo provato l’alternativa del pullman, mezzo piu’ costoso ma, ci siamo detti, sicuramente meno affollato. Illusi. Anche quello si e’ riempito di gente, in piedi, sdraiata lungo il corridoio, seduta sui braccioli dei sedili, con i piedi sulla testiera dei sedili di fronte, con la testa fuori dal finestrino a vomitare, con la testa nel corridoio a vomitare, allora tutti ad aprire i finestrini per sopravvivere alla puzza, poi tutti a chiuderli per sopravvivere al freddo, poi aprirli di nuovo per la puzza… il viaggio notturno peggiore della mia vita, credo. Ad ogni modo, tra una disavventura e l’altra siamo giunti qui, nell’arido Rajasthan.



Ora ogni mattina mi lancio in questa corsa ad ostacoli in cui mucche e cani, motorini e rikshaw, passanti e mendicanti si contendono la strada stretta sottraendosi vicendevolmente lo scarso spazio vitale. A terra c’e’ immondizia, shifezze non meglio identificate, scatarrate, pile di merda, ci sono intere pareti usate come pisciatoi pubblici, c’e’ polvere, c’e’ vociare di gente e un assordante e continuo e insopportabile suonare il clacson. Ci sono quelli che lo tengono premuto costantemente, li senti avvicinarsi, peeeeeeeeeeeeEEEEEEEEEEEEEEEEEeeeeeeeeeeeeeeeee…. e allontanarsi. E ogni volta mi faccio violenza per trattenermi dal girarmi di scatto nel momento in cui mi passano a fianco e sferrare un calcio volante al conducente del motorino per vederlo volare a metri di distanza come nei migliori film d’azione. E’ dura anche resistere dal sollevare da terra alcuni autisti di rikshaw prendendoli per il colletto e urlar loro “Ti pare il caso??? Adesso lo cancelli!!! Immediatamente!!” perche’ la scritta che alcuni hanno dipinta a mano sul retro del veicolo e’ “Perfavore, suonare il clacson” Suonare il clacson???? Ma ti suonassero la faccia!!! E tutto questo non e’ nulla, tutto questo e’ solo lo sfondo; in questa processione l’azione vera e’ data dall’interazione con i negozianti, i truffatori e i veditori ambulanti.


La dinamica indiana della compravendita e’ un rito interessante. Supponiamo di dover comprare un oggetto X il cui prezzo, si sa per certo, e’ cinque generici soldi. In genere in Laos mi capitava cosi’: “Quanto costa X?” “Sei soldi” “…mmm… facciamo cinque?” “Ok”. In Thailandia e Cambogia si andava un po’ piu’ per le lunghe: “Quanto costa X?” “Otto soldi” “No, troppo” “Sette e mezzo” “Al massimo quattro” “No quattro no, sei e’ l’ultimo prezzo” “Quattro” “Vienimi in contro, possiamo fare cinque e mezzo” “Quattro e mezzo” “Cinque” “Ok, lo compro”. Nel nord del vietnam molti erano piu’ sbrigativi: “Quanto costa X?” “Ottantacinque soldi” “Cosa???” “Ottantacinque” “Ma se costa cinque dappertutto!” “Ottantacinque” chiusa la questione. E allora tanti saluti.

  

In India e’ tutto piu’ colorato, tutto piu’ speziato, spesso si parte con un baccagliamento spietato: “Hello madame! You look like indian! Which country? Oh! Italy! Ciao, nesun poblema, Milano, Roma, Sonia Gandhi… I speak italian, yo parla italiano poco poco. I have friends in Italy! What’s your good name? Nicole?? My favourite name!! And you have beautiful voice, so sweet…” poi si cerca di creare il setting adeguato “How much for X?” “X? Well, I also have different colour… come, have a look inside, come! Maybe you want some chai?” (il chai e’ un te speziato) “I’m ok, thank you… just tell me the price” e poi finalmente si arriva ad una fantasiosissima trattativa: “Ten” “Ten?? No, it’s too much…” “Ok, nine fifty” “Too much” “Ok, how much you want to give me?” “Five” “Five??” e scoppia a ridere “My friend, five not possible: this is good quality, rajasthani quality, best quality! Last price: eight” “Five” “Madame (e ride), eight is very best price! Ok, ok, let’s say seven, I give you Diwali price” Diwali e’ il capodanno indiano, il mio quarto capodanno dell’anno. Per l’occasione tutto e’ venduto a finti prezzi di favore “Let’s say five” “Madame, five is evening price, now we are morning: seven is morning price!” “What…? What are you talking about??? (e rido) I’m sorry, I can’t spend more than five. Sorry. Bye” ci si allontana di qualche passo… “Ok, Ok, come! Six: indian price” “No, five” “Ok, ok, ok” “Ok what? Five?” “Five fifty” “Five” “Ok madame, five! But only for you ‘cause you are first costumer. First costumer price for you!” Il mio nome e’ sempre il preferito di tutti, la mia voce e’ melodiosa e io sono di una bellezza accecante quando devo comprare qualcosa, ma soprattutto, sono sempre il primo cliente. Anche di sera. 


Cosi’, ogni mattina si parte con Hello madame! Buy something madame? What are you looking for madame? The ticket office is closed today, madame, but I can find you a ticket if you follow me to my agency, madame… e ogni tanto qualcuno ti si aggrappa al polso chiedendo qualcosa… non mi toccare, non mi toccare!!… I can give you Indian price, Diwali price, first costumer price… beautiful name, beautiful voice, you are beautiful… uno dietro l’altro, una mitragliata, tiro dritto distribuendo no a destra e a manca, cercando di schivare i troppi corpi che mi vengono contro, sempre piu’ irritata da tutto quel che mi circonda e che mi ruba piu’ attenzioni di quante io ne voglia dare. Sempre piu’ nervosa e tesa e pronta ad esplodere… trovo rifugio ogni mattina sul tetto-terrazza del ristorante in cui vego a fare colazione, dove di fronte ad un bicchiere di te alla menta posso godere di un po’ di tranquillita’ guardando Jaiselmer dall’alto.


Jaiselmer e’ una cittadina alle porte del deserto, case gialle dai tetti piatti con panni colorati stesi ad asciugare; cosi’ come Jodhpur, e’ chiaramente una citta’ su due livelli: quello della strada, fatto di vicoli sovraffollati e sporchi dove il flusso delle cose e’ tumultuoso e claustrofobico; e poi quello dei tetti, fatto di silenzio e tranquillita’, dove si ritrova un’intimita’ esposta al cielo eppure protetta dal resto del mondo: su una casa una madre lava il figlio in un catino, su un’altra un uomo vestito di bianco fa yoga, due donne stendono chiacchierando, un cameriere sistema i tavoli di un ristorante… il forte troneggia sulla citta’ i cui confini sfumano nell’aria opaca di polvere e inquinamento. Non e’ che non ci sia nessuno quassu’, non e’ che non arrivi alcun rumore dalla strada o che l’aria sia piu’ pulita… ma sicuramente e’ meglio che star di sotto. Che poi anche di sotto e’ cosi’ tanto il bello…
In Rajhastan abbiamo visitato bellissimi forti e palazzi da Mille e una Notte curati nei minimi dettagli, sospirato guardando dall’alto Jodhpur -la citta’ blu-, condiviso posti treno con donne dai sahari variopinti e uomini dal turbante colorato, ci siamo spostati in moto per raggiungere il deserto… 


Il bello e’ molto, ma dopo gli spazi immensi, il vuoto, il silenzio e la pace della Mongolia e dell’Himalaya, patisco enormemente la presenza di tutte queste persone ovunque. L’umanita’ mi sta stretta. Se dopo le prime ventiquattro ore l’India aveva risucchiato tutte le mie energie, dopo sole due settimane mi ha portata ad auspicare che l’estinzione della specie umana avvenga presto e in modo rapido. Mi ha portata a provare intensissimo fastidio, insofferenza, rabbia profonda… a allo tesso tempo ammirazione, affetto, divertimento e meraviglia.
In questo momento il briciolo d’India che ho visto e’ per me come un paziente confuso, iperattivo e in isolamento da contatto, ma il turno dura ventiquattr’ore e non arrivera’ mai nessuno a darti il cambio. E’ un paziente che richiede un’attenzione continua, che ti risucchia tutte le energie, anche quelle che pensavi di non avere, che ti fa arrabbiare, che ti fa provare frustazione perche’ devi rifare le stesse cose
innumerevoli volte solo per vedergliele disfare pochi minuti dopo, che ti fa sentire sporco perche’ tutto e’ contaminato, ma poi, quando senti di essere sull’orlo dell’esasperazione, spara l’ennesima assurdita’, quella piu’ grossa delle altre che pero’ va a toccare il tasto giusto e invece di farti esplodere ti fa arrendere e ti viene da ridere, ti rendi conto che in una situazione che non ha alcun senso, la cosa piu’ irragionevole e’ il tuo spazientirti.
Cosi’, nonostante tutto, quando riesco a guardarmi dall’esterno (quando un autista di rikshaw trova una scusa ridicola per cambiare il prezzo a destinazione raggiunta e io incrocio le braccia e gli dico che non scendero’ fino a quando non mi avra’ dato il mio resto, che non ho problemi a seguirlo tutto il giorno e lui ride e inizia a darmi una monetina alla volta sperando che ceda prima di lui… quando i proprietari della guest house ti sbattono fuori perche’ non hai comprato il loro camel safari, il tour organizzato nel deserto, e ti ritrovi improvvisamente per strada senza aver davvero capito come diavolo ci sei finito a vagare con lo zaino in spalle senza una sistemazione…) quando mi vedo dall’esterno, dicevo, mi viene da mettermi la mani nei capelli e ridere sconsolata di tutto; scopro di starmi affezionando a tutto cio’, so che ricordero’ col sorriso ogni viaggio in treno, compatiro’ la mia rabbia, forse addirittura trovero’ noioso qualunque altro posto e mi manchera’ questo affascinante disastro.
Ultimamente mi capita spesso di sognare a cartoni animati, che non so cosa voglia dire ma sicuramente qualcosa di significativo.

Monday, November 19, 2012

General Compartment



Verso Delhi (India), 3 novembre 2012

Avendo deciso all’ultimo momento di fare bungee jumping, ho dovuto posticipare di un giorno la partenza dal Nepal; che tradotto in termini pratici significa rinunciare ad un viaggio di trentasei ore con un pullman diretto (uno potra’ pensare “qualunque sia il cambiamento la situazione non potra’ esser peggiorata!”) e intraprenderne invece uno di dieci ore di pullman, piu’ tre di jeep, piu’ quindici di treno, piu’ tempi di ricerca e attesa dei suddetti mezzi, piu’ l’ansia di dover passare la frontiera con un visto scaduto (visto, che non c’e’ limite al peggio?).
Scesa dal primo pullman, come sempre, mille persone addosso “Rickshaw?” “Acqua?” “Portatore per le borse?” “Hotel?” “Marjuana?” “Taxi?” “No, no, no, no, grazie ma no” “Rickshaw madame? Rickshaw per la frontiera?” “No, grazie, vado a piedi” “A piedi?? Con lo zaino? Sono due chilometri!” “Ma no che non sono due chilometri… non e’ quel palazzo giallo? Saranno duecento metri!” “Due chilometri, madame!” “Ma se la vedo, e’ li’!” “Due chilometri: solo settanta rupie! E’ lontano, e’ pericoloso!” “Si’, certo. Vado a piedi lo stesso, grazie” dopo venti metri, un altro “Rickshaw madame? Rickshaw per la frontiera? Un chilometro!” ah pero’, come volano! “No, grazie, vado a piedi” duecento metri dopo, palazzo giallo, ecco la frontiera. E sono in India.
Quella di Sanauli e’ la frontiera piu’ caotica che abbia mai visto. E’ un bazar. L’uffico immigrazione indiano e’ incastonato in un susseguirsi di negozietti da cui si distingue solo per il fatto che non ha i pacchetti colorati di patatine e i sacchettini monodose di shampoo appesi all’ingresso. C’e’ un cartello a segnalarlo, ma nel casino di insegne e gente che passa e cose che succedono e’ cosi’ poco visibile che ho dovuto passarci davanti due volte prima di notarlo, e non e’ che qualcuno mi abbia detto o chiesto qualcosa quando l’ho superato la prima volta… avrei potuto confondermi nel via vai e tirare dritto senza alcun problema. Ad ogni modo, una volta sbrigata la burocrazia, nel casino generale ho trovato una jeep con cui arrivare alla citta’ da cui prendere il treno per Delhi e dopo tre ore di viaggio, eccomi alla stazione di Gorakhpur.
Sono quasi le undici di sera. La stazione e’ grande e piena di gente. Gente che cammina, gente che corre ai binari, gente ferma di fronte ai tabelloni delle partenze, ma soprattutto, gente a terra. Ci sono tantissime persone che dormono sdraiate per terra su pezzi di stoffa o direttamente sul pavimento, alcuni (quasi tutte le donne) coperti con lenzuoli colorati da cui spuntano solo piedi immobili. Sembrano salme in attesa del riconoscimento dopo una catastrofe naturale. Sono tantissimi. Sono tantissimi anche i topi, corrono lungo le pareti, attraversano le sale passando tra i corpi distesi, difficilmente passano quindici secondi senza che ne veda uno.

 

La biglietteria e’ uno stanzone molto ampio, per andare a mettermi in coda allo sportello lo attraverso scavalcando la gente che dorme e che occupa gran parte del pavimento, non voglio calpestare nessuno, ma non voglio passare vicino alle pareti: tutto il sudicio e’ accumulato li’, gli angoli puzzano di piscio, in alcuni punti ci sono delle colate rosse contro il muro e un ammasso di poltiglia informe per terra, io non so cosa sia, magari e’ una qualche tintura usata in un qualche rito religioso, non lo so, so solo che sembra che qualcuno abbia partorito contro il muro, il che e’ chiaramente impossibile, ma non riesco a scacciare l’immagine. Dopo qualche tribolazione riesco a chiedere un biglietto per Delhi “Non ci sono posti” come non ci sono posti? L’idea di prendere un treno notturno qui e’ tutt’altro che allettante, ma l’alternativa e’ ritrovarmi a vagare di notte in una citta’ che non conosco per cercare una sistemazione e dover poi ripetere la stessa cosa domani in un’altra citta’ che non conosco; per cui voglio assolutamente prendere questo treno ora “Neanche un posto??” “Non in classe turistica” “E le altre?” “Vediamo…” un barlume di speranza “…neanche in sleeper class” “Nulla nulla?” “Posso darti un biglietto per il general compartment” “Qualunque cosa, voglio solo arrivare a Delhi domani in giornata” “Ok, un biglietto per Delhi, general compartment, treno delle undici e cinquanta. In treno fa attenzione alla borsa…”
Ho difficolta’ a trovare il mio vagone. Porgo il biglietto a un paio di persone che lo ispezionano “Vediamo… general compartment: a fondo treno” e tutti, ma proprio tutti, aggiungono “mi raccomando,  occhio alle tue borse” uno aggiunge anche “Venti rupie” “Venti rupie per cosa?” “Spese di aiuto” “Spese di aiuto??? Per indicarmi il vagone? Non scherziamo, non ti do un soldo!” spese di aiuto, questa mi mancava! Percorrendo tutto il treno per arrivare al mio vagone, capisco che esistono tre classi: la turistic class, una sorta di prima classe con aria condizionata, con posti letto decenti, tutto esaurito; la sleeper class, una sorta di seconda classe senza aria condizionata, con posti letto, tutto esaurito; e poi il general compartment, altrimenti detto “animal class”, senza aria condizionata, senza posti letto, senza limiti di disponibilita’ perche’ quando non ci si puo’ piu’ sedere ci si puo’ ammassare in piedi e per terra come sardine. Viste le condizioni della stazione, non mi stupisce piu’ di tanto che il treno, soprattutto in “animal class”, sia un maledetto porcaio. C’e’ immondizia ovunque, gli angoli sono tutti incrostati di nero, vedo due topi anche qui, dai bagni esce un fetore insopportabile… lungo il corridoio incrocio un signore con un bambino in mano che cerca invano e disperatamente di aprire la porta del bagno; il bambino avra’ otto mesi e con noncuranza gocciola cacca dai pantaloni gia’ completamente intrisi; provo ad aprirgli la porta, ma non ce la faccio, pare incastrata, allora mi offro di tenere il bambino; e cosi’ mi ritrovo con un bambinetto in mano, che mi guarda e gocciola cacca. Non mi piacciono i bambini indiani. I bambini devo essere pacioccosi e stupidi, quelli indiani sono troppo intelligenti, si vede da come si muovono, da come guardano, sembrano adulti in miniatura. Cos’hai da guadare, piccolo genio, eh? Non mi giudicare, sai? Perche’ fino a prova contraria non sono io quella che se l’e’ fatta nei pantaloni, toglimi quegli occhietti maligni di dosso. Il signore rinuncia pure lui, la porta e’ rotta, gli ripasso il bambino e si allontanano verso il bagno successivo. Buona fortuna piccolo genio, spero ci sia sempre qualcuno che si preoccupi di non lasciartici sguazzare dentro.
Quando arrivo al mio posto, mi siedo e mi guardo attorno. I miei compagni di scompartimento sono tutti uomini e tutti mi fissano. Qui gli uomini ti fissano come se fossi una preda. Odio che si sentano in diritto di farlo, senza alcun pudore. Di fronte a me ci sono un vecchio con con la faccia loschissima e un ragazzo con i lineamenti dolci, sull’altro lato c’e’ un signore che dorme appoggiato alla finestra con la testa completametne avvolta in una sciarpa; una scorreggia potentissima rompe il silenzio prorompendo dall’alto, come se arrivasse dal cielo; alzo lo sguardo e mi rendo conto che i miei compagni di viaggio non sono finiti: ci sono due posti letto, due brandine appese a mezzaria dove a me verrebbe da mettere le borse, da una un signore si sporge per fissarmi e sull’altra un altro uomo dorme emettendo sonorosissime flatulenze che ci accompagneranno tutta la notte. Bene. Tre cose mi dico: se hai sonno, te lo tieni; se ti scappa la pipi’, te la tieni; se hai freddo ti tieni pure quello, che per aggiungere uno strato di vestiario dovrei prima togliere il pile che indosso rimanendo un attimo in canottiera e non ho nessuna intenzione di scoprirmi per nessun motivo. Sara’ un viaggio lungo, apro il libro e mi metto a leggere con l’intenzione ben precisa di tirare avanti fino al mattino… resisto a dir tanto mezzora. Nelle ultime quarantotto ore ne ho dormite due: non c’e’ verso che rimanga sveglia se non faccio qualcosa, per cui decido di attaccar bottone con i due uomini seduti di fronte a me; inizio a parlare con quello con i lineamenti dolci, un militare nepalese in servizio in India, poi cerco di coinvolgere anche il vecchio per non dare troppa esclusivita’ al ragazzo che gia’ mi sembra si stia allargando troppo.



Le domande di rito sono sempre le stesse: come ti chiami (what is your good name)? di dove sei? sei sposata? che lavoro fai? come si chiama il tuo Dio? Il mio buon nome e’ Nicole, in genere sono italiana ma posso essere qualunque cosa mi convenga al momento, a volte sono sposata, altre volte il matrimonio e’ imminente, sono sempre un’infermiera e il mio Dio di solito si chiama Cristo, visto che c’e’ proprio bisogno di dare una risposta e che sia semplice. A dirla tutta, i due sono amichevoli con me, ma da quando ho passato la frontiera sento di dovermi proteggere da tutto cio’che mi circonda, sono estremamente sulle difensive, vorrei poter non toccare niente, vorrei che non mi guardasse nessuno, vorrei essere in una boccia di vetro impenetrabile allo sporco, al rumore, alla puzza, alla gente… questo per dire che non mi sento particolarmente predisposta a fidarmi di loro o di chiunque altro; rifiuto con fermezza il te che mi offrono perche’ non mi sento di introdurre nulla nel mio corpo e perche’ voglio ritardare il piu’ possibile la necessita’ di usare il bagno; rifiuto di andare in bagno per non lasciare a loro la custodia dei bagagli; rifiuto di sdraiarmi sul sedile perche’ voglio rimanere appoggiata alla borsa; addirittura nego contro ogni evidenza di avere sonno e freddo. Poi pero’ non ce la faccio, quando si spengono le luci mi infilo nel sacco a pelo (perche’ non mi e’ venuto in mente prima?), rannicchio le gambe sul sedile e mi addormento con il corpo buttato sulle borse. Mi sveglio quando sento che qualcosa mi sta toccando un piede. Per la precisione, si tratta della mano del ragazzo, che si e’ spostato accanto a me per lasciare spazio al vecchio (si’ lo so, lo so… ma mi piace pensare che la sua prima intenzione fosse quella). Gliela scalcio via e lui la lascia scivolare. Gli ho gia’ detto in maniera inequivocabile che non mi deve toccare quando, mentre parlavamo, si era dimostrato gia’ troppo smanaccione. Dopo un attimo la sua mano si ritrova di nuovo accidentalmente sulla mia caviglia. Questa volta gliela prendo e gliela sbatto via. Passa un po’ di tempo e di nuovo sento la sua mano su un polpaccio. No, deve proprio finirla qui. Mi tiro su’ e gli vado contro “Ok, adesso la smetti!! Adesso basta. Non mi devi toccare, hai capito?” lui rimane immobile con lo sguardo basso fisso sul cellulare da cui sta ascoltando la musica; tiro il filo di un auricolare e glielo strappo dall’orecchio “Mi hai sentito?? La devi finire!” “Ok, ok” “No, me l’hai gia’ detto prima ok, ora basta davvero, hai capito?? E guardami! Guardami in faccia perche’ questa e’ l’ultima volta che te lo dico!” “Ok…” ma non mi guarda in faccia, rimane chiuso su se stesso; gli butto addosso l’auricolare,  mi riappoggio sulle mie borse e mi chiedo cosa possa pensare che faccia dopo “l’ultima volta che te lo dico”. Il vecchio, che nel frattempo si e’ disteso sul sedile di fronte, mi guarda e mi sorride. Cos’hai da ridere tu, poi? Realizzo che l’ultima persona che ho sgridato cosi’ probabilmente e’ stata mio fratello, una vita fa, e mi riaddormento pensando nostalgicamente a lui. Mi riaddormento, ma non e’ che proprio dorma davvero: ogni volta che qualcuno passa, che l’uomo sopra di me butta giu’ le ciabatte e scende per andare in bagno, che l’altro scorreggia, che il vecchio cambia posizione, ogni volta mi sveglio e guardo cosa succede, butto un occhio alle borse e alle mie scarpe, controllo il ragazzo per vedere cosa combina (fortunatamente o dorme o si scaccola), poi scivolo di nuovo nel sonno.
Ogni volta che riapro gli occhi la luce si fa piu’ intensa. Poi li apro di nuovo e tutti sono seduti e svegli, il vecchio mi da’ il buongiorno, ricambio tirandomi su’, saluto anche il ragazzo, che prova di nuovo ad offrirmi un te. Questa volta accetto, per riconciliare. Scambiamo qualche parola, il treno rallenta, si ferma, loro salutano e scendono. Rimango sola nello scompartimento. E finalmente corro a fare pipi’. Sono le prime ore del giorno e il mondo fuori dal finestrino e’ un acquerello di campi gialli e arbusti secchi; il sole e’ un cerchietto di luce che buca l’aria densa, c’e’ come una nebbiolina che vela ogni cosa, che riflette e propaga la luce calda; e’ bella, e’ avvolgente. E’ smog. Ma questo lo scopriro’ solo dopo. Incrociamo dei paesini di case diroccate, poi una fila di persone accovacciate a pochi metri dai binari che fanno la cacca sulla ghiaia guardando passare il treno. Il treno ogni tanto rallenta, si ferma, riparte.  Salgono persone a fiumi e in un attimo siamo in millemila, tutti schiacciati gli uni contro gli altri; uno si addormenta contro la mia spalla, il sahari di una donna mi sventola in faccia, mi penzolano sulla testa i piedi di quello seduto di sopra, uno urla “Ciai! Ciai! Ciai! Ciai!!” e si fa strada lungo il corridoio vendendo te, uno mi si sdraia addosso per sporgersi dal finestrino a comprare del cibo da un ragazzino, un altro  passa con vassoi di zuppette e riso, qualcuno lo spinge e lui versa quasi tutto per terra e si mette a urlare, qualcuno passa mendicando, c’e’ chi si scaccola, chi sputa fuori dal finestrino, chi mi offre del cibo, c’e’ odore di curry e di umanita’. 
Il treno riparte, rallenta, si ferma. Tutti sia alzano, spingono, si passano bagagli, qualcuno urla “Chalon! Chalon!!”, tutti parlano, mani entrano dal finestrino porgendo bottiglie d’acqua, patatine, vaschette di cibo, sacchetti di arachidi, qualcuno –in genere un anziano- si innervosisce per qualcosa e inizia a urlare dando spettacolo, la mia generazione se la ride di gusto, la mezza eta’ resta del tutto indifferente, i bambini dormono.  Il treno riparte. Sono di nuovo quasi sola. Rallenta, si ferma. Sale altra gente ed e’ ancora caos. Va avanti cosi’ fino al pomeriggio, la mia stazione e’ l’ultima e sembra non arrivare mai. Sono in questo Paese da meno di ventiquattro ore e gia’ sento che mi ha risucchiato tutte le energie, sono esausta fisicamente e mentalmente. Sopravvissuta al battesimo del fuoco della notte in treno, mi concedo la debolezza di immaginare come sarebbe bello se ci fosse qualcuno ad aspettarmi in stazione. Ma lo so che non succedera’. Pazienza. Mi consolo pensando che a Delhi dovrei rincontrare Martin, uno dei ragazzi con cui ho viaggiato in Cambogia e Vietnam; sono felice all’idea di ritrovare un volto conosciuto.