Tuesday, December 25, 2012

Sud



Hampi (India), 14 dicembre 2012

L’unico difetto della guest house in cui ho passato una settimana di soggiorno forzato a Delhi era che aveva le pareti molto sottili, per cui avere la propria camera o essere in uno stanzone unico con gli altri ospiti, i proprietari, i vicini e i passanti sarebbe stato grossomodo la stassa cosa. A livello acustico intendo.
La sveglia arrivava dalla strada, con il suo cescendo di traffico: prima un solista, poi qualche quartetto, in fine un’intera orchestra si clacson ti invitava ad abbandonare il sonno.  
Il buongiorno arrivava dai vicini che ti rendevano partecipe delle loro abluzioni quotidiane; la mia preferita, non che la piu’ potente: un risucchio agghiacciante, come se si stesse cercando di aspirarsi in bocca il cervello facendolo passare dalle coane, seguito da un sonorosissimo e liberatorio sputo.
Al ristorante della colazione, scelto per il rapporto qualita’-prezzo-distanza, alcuni topolini bianchi scorrazzavano tra i piedi dei clienti, ma bellini, piccoli come criceti; la clientela del ristorante della colazione non era certo del tipo che chiama l’ufficio d’igiene, anzi, chiamava i topi per nome. 


Lungo a strada tra guest house e ristorante, ristorante e guest house, tutta una serie di personaggi: sullo sfondo, il coro greco di negozianti senza nome che ogni pochi passi ti interrompevano discorsi e camminata per invitarti a parlare/guardare/comprare all’interno del proprio negozio. Poi sempre le stesse quattro facce degli incorreggibili ottimisti che ti si avvicinavano sussurrando per venderti qualsivoglia tipo di sostanza stupefacente; ottimisti perche’ nonostante si fossero sentiti dire di no quelle cinque volte al giorno per una settimana, continuavano a proporre, hai visto mai che uno improvvisamente cambi idea “Ma sai cosa? Oggi si’. Oggi un po’ di crack te lo compro!”. E poi c’erano personaggi piu’ delineati, come il ragazzo dei biscotti che ogni sera sbucava in strada con il suo carretto e da cui compravo la mia dose giornaliera di simil paste di meliga cotte sul momento in un forno a brace ricavato da un secchio di latta. 


O la Signora dello Sri Lanka, che girava ben vestita e truccata con un foglio di carta e una penna a raccogliere firme e offerte “per lo Sri Lanka” (?) e che ogni volta che le dicevo di no (cioe’ ogni volta) mi faceva una pernacchia alle spalle; le ho fatto il verso, lei l’ha trovato divertente e da li’ ogni incontro si e’ trasformato in uno spernacchiamento generale e grasse risate (sue); ben strana la Signora dello Sri Lanka.
Poi c’era il Signore Buono delle Patate, che tutte le sere montava il suo fornello e friggeva patate tagliate a cubetti da mangiare in uno scodellino di alluminio con salse e spezie a piacere; o con un pizzico di sale e basta, come piacciono a me; il Signore Buono delle Patate era buono perche’ aveva un faccione pacioso e perche’ ogni volta che passava una mucca lui le allungava una patata e lei si avvicinava, la mangiava al volo e proseguiva la sua passeggiata come fosse un gesto abituale, un appuntamento fisso con un vecchio amico. Il Signore Buono delle Patate era il mio preferito.
Certo Delhi e’ molto di piu’, nel bene e nel male. Questa e’ stata solo la mia Delhi. La mia Delhi per una settimana. E non e’ che me la sia propria goduta… come il resto del mese passato, se proprio dobbiamo dirla tutta… e allora via! Cambiare! Duemila chilometri con un treno diretto verso orizzonti sicuramente piu’ caldi, auspicabilmente migliori: il sud. 


Qui devo aprire una parentesi perche’ Martin dice che se lui avesse un blog, scriverebbe che ha rischiato di perdere il treno e rimanere piantato a Delhi per il resto del soggiorno in India perche’ la sua compagna di viaggio doveva comprare degli assorbenti. Che e’ vero. Ma alla sua compagna di viaggio non pareva una cattiva idea, dato che stava per chiudersi in un treno per le successive trentasei ore e, forse, se lui fosse stato piu’ esplicito, la sua compagna di viaggio avrebbe colto i suoi timidi tentativi di metterle fretta mentre temporeggiava tra gli scaffali assolutamente ignara dell’ora e non si sarebbero ritrovati in un rickshaw a dieci minuti dalla partenza del treno e dieci-quindici minuti di distanza dalla stazione a maledire chi il proprio utero, chi la propria compagna di viaggio… insomma, chi e’ il colpevole? Chi la vittima? Io ho qualche riserva a riguardo… ma chiudo parentesi.


Dopo treni e rickshaw, eccoci a sudovest, dove vengo subito accolta da uno strano senso di smarrimento: dov’e’ l’immondizia? Dove la puzza di piscio? E soprattutto, dov’e’ la folla, che fine ha fatto la ressa?? Cammino per strada senza urtare o essere urtata, nessuno mi ferma, gli uomini non mi fissano… ci sono palme e carretti di frutta tropicale, chilometri di ampia spiaggia deserta, aria palpabile ma non di smog: e’ salsedine da respirare a pieni polmoni… e’ un altro pianeta!
E ora che sono arrivata ad Hampi vorrei rimanerci per mesi. Tra le rovine dei templi con storie di mille Dei scolpite nella roccia e queste buffe formazioni rocciose che danno l‘idea che le pietre siano piovute dal mondo degli Dei accatastandosi le une sulle altre;


tra i campi in cui i contadini seminano, tagliano, raccolgono e interrompono il lavoro per salutarti da lontano con la mano, mentre sfili con un vecchio motorino scassato sulle stradine costeggiate da palme; su questi promontori su cui arrampicarsi di fretta col fiatone perche’, come al solito, si e’ in ritardo per un apputamento importante: il tramonto. E ogni sera, mentre il sole si spegne e il paesaggio si accende di rosa tra il cielo e il suo riflesso sui campi di riso, sentirmi dire “Giuro che non viaggero’ mai piu’ con una femmina. Se penso che avrei potuto perdermi questo per colpa dei tuoi assorbenti…”. Ma, come ho gia’ detto, io ho le mie riserve…

Friday, December 7, 2012

Dita lunghe e potere divino



Rishikesh (India), 29 novembre 2012

Rishikes e’ una cittadina nel nord dell’India, nello stato di Uttarakhand. Incastrata sul fondo di una valle scavata dal Gange, circondata da montagne e colline alla periferia dell’Himalaya e costantemente battuta dal vento. Qui in questo periodo l’aria e’ fresca, si prepara l’inveno, di giorno il sole scalda abbastanza da poter stare sbracciati e cercar rifugio all’ombra, ma la sera si tira fuori la giacca e la notte si apprezza il peso delle coperte. Il posto in se’ non e’ di una bellezza eccezionale: vicoli e stradine nella parte bassa e orrendi hotel in forma di mostri architettonici di cemento che si arrampicano piu’ in alto, lungo i fianchi delle montagne. Anche qui i clacson ululano felici e in paese tira aria di sovraffollamento, ma il tutto e’ sufficientemente contenuto e nel complesso l’atmosfera e’ relativamente tranquilla; tra i profili delle montagne alberate e lo scorrere pacato delle acque sacre ha trovato terra fertile una fprte spiritualita’ e, tra centri di yoga e di meditazione, oggi Rishikesh e’ proclamata -o si autoproclama- capitale mondiale dello yoga. Ma dove sboccia il fiore della spiritualita’ potra’ mica appassire quello della sua commercializzazione: a Rishikesh il sacro convive pacificamente con un profano che sfiora la blafemmia; puoi fare rafting sul Gange con l’agenzia Holy Adventures!, puoi ottenere sconti comitiva per esser guidato in esperienze mistiche come la regressione alla vita precedente… vuoi imparare ad annullare il tuo io nel silenzio della meditazione? Puoi farlo. Vuoi invocare la benevolenza degli Dei o purificarti l’anima dedicandoti a spettacolari riti religiosi? Puoi farlo. Vuoi comprare un’anima pulita? Vuoi comprare un’anima sporca e poi pulirla? Puoi farlo. Vale tutto. E nulla toglie autenticita’ a cio’ che di autentico c’e’ e che non e’ certo poco. 


Non so come sia nata la cosa, ma in questo misticismo generale ho iniziato a scherzare con Martin sul fatto che avremmo dovuto farci leggere la mano e, capitando di fronte al centro di un astrologo, piu’ per divertimento che per altro, ci siamo detti, perche’ no? e siamo entrati. “Namaste!” “Namaste! Posso esservi utile?” “…vorremmo farci leggere la mano… forse lei…” “Si’, e’ possibile. Se sapete la data e l’ora di nascita posso associare alla semplice lettura del palmo un confronto con l’oroscopo e investigare tramite l’energia astrale… bla bla bla… per indovinare quale sia la vostra pietra protettrice affinche’ sia favorita l’apertura dei sette chakra… bla bla… dunque se siete interessati possiamo iniziare la seduta anche subito. Di dove siete?” “Lui californiano, io italiana” “Ah, Italia! Vicino all’Argentina!” ecco, iniziamo malissimo “…magari proprio subito no… le faremo sapere…” “Come preferite, vi lascio il mio biglietto da visita” “Grazie… grazie… nel caso la chiamiamo…” morta li’ la questione. Ma il giorno successivo, mentre camminavamo sulle sponde del fiume per andare ad assistere al Ganga Puja, la questione e’ tornata improvvisamente in vita e abbiamo chiesto impulsivamente al primo negoziante capitato a tiro se conoscesse un astrologo. “Seguitemi!” ha attraversato la strada, siamo entrati in un cortile interno, saliti al primo piano di un edificio dalle mura in cemento nudo, arrivati su una balconata su cui si affaccia una fila di porte numerate che suggeriscono si tratti di una sorta di albergo. “Stanza numero otto, entrate pure, vado a chiamarlo”. 



Sulla porta numero otto un adesivo rosso scolorito dal tempo e appiccicato senza troppa cura porta la scritta Mr TalDeiTali, astrologo; la apriamo e siamo in una stanza completamente spoglia. Non ci sono finestre, non c’e’ alcun oggetto che suggerisca sia abitata da qualcuno, ci sono solo un letto matrimoniale contro una parete unta e una sedia. Ci sediamo e aspettiamo scambiandoci sguardi di perplessita’. Ma dove diavolo siamo?? L’astrologo arriva dopo diversi minuti con una valigia nera; ha una parlantina piacevole, ci spiega che era a fare delle commissioni, ci chiede cosa vogliamo, tira fuori dalla valigia un’enorme lente d’ingrandimento e con quella inizia ad analizzarci il palmo della mano in silenzio, piegando dita, schiacciando polpastrelli e soprattutto facendo delle faccine che lasciano trapelare stupore o dubbio o interesse ma che inevitabilmente vengono interpretate come preoccupazione e in testa prende forma l’idea che stia per chiederti “sicura che non vuoi usare il mio telefono per chiamar tua madre e dirle che le vuoi bene prima che sia troppo tardi?” o come nelle barzellette “Ti restano all’incirca cinque… quattro, tre, due, uno…”. E invece no, nessuna prognosi infausta. Per quanto mi riguarda le cose piu’ rilevanti sono che a ventott’anni saro’ famosa nella mia citta’ per qualcosa di artistico, che dovrei meditare con la luna piena e, soprattutto, che ho le dita lunghe. Ah, ho anche un potere divino.


Usciamo dalla stanza dell’astrologo giusto in tempo per correre alla statua di Shiva ed assistere al Ganaga Puja: al crepuscolo piccoli cestini galleggianti di fiori colorati con al centro una candela accesa, vengono posati sulle acque del fiume in omaggio al Gange e tra i canti di preghiera decine di piccole luci si allontanano da riva e scivolano lungo la corrente. C’e’ una piacevole atmostera di festa che trasmette un senso di accoglienza: non ci si sente scomodi, non vengono dubbi su cosa fare o non fare, se avvicinarsi o meno, se si e’ vestiti in modo opportuno… e’ un rito aperto, libero e bello e si e’ semplicemente i benvenuti a partecipare. 


Quando la folla inizia a disperdersi la luna e’ gia’ visibile, la guardo e mi rendo conto che sara’ piena a breve. Luna piena, meditazione… perche’ no? E il giorno dopo eccoci a varcare le porte di un Ashram per seguire il consiglio dell’astrologo.
Entriamo nel cortile, non c’e’ nessuno. Saliamo la scalinata e varchiamo la porta d’ingresso, nessuno. Imbocchiamo il corridoio prendendolo da sinistra, senza parlare, scambiandoci gli stessi sguadi perplessi di ieri: ma dove diavolo siamo, di nuovo?? Si tratta di un ampio corridoio circolare, non ci sono finestre, e’ tutto freddo e buio e silenzioso e in marmo bianco, c’e’ qualcosa di lugubre in tutto cio’; sulla parete di sinistra ci sono delle porte numerate, presumibilmente delle stanze; su quella di destra (che pare circondare una stanza tonda) ci sono delle porte sospese a circa due metri da terra, senza alcun tipo di accesso, non una scala, non una fune, nulla. Finiamo il corridoio e ci ritroviamo al punto di partenza piu’ incuriositi che mai ma senza aver incontrato anima viva. Usciamo e nel giardino ecco che compare un uomo vestito di bianco che ci sorride “Namaste!” “Namaste! Come posso aiutarvi?” “…volevamo provare una seduta di meditazione…” 

detto fatto, poco dopo siamo seduti a terra in una stanza fredda, l’omino vestito di bianco ci fa chiudere gli occhi e concentrare sulla percezione del nostro corpo “Come si chiama questo corpo? Ogni sua parte, anche la piu’ piccola ha un nome, sentitelo, osservatelo, ogni sua parte ha un nome e una forma… ma chi e’ che lo sta osservando, chi lo sta sentendo? Come si chiama? Non c’e’ nome. Non c’e’ forma…” Lavoriamo su tre punti preliminari alla meditazione: imparare a sedersi, imparare a respirare e imparare a rilassarsi. Che detto cosi’ sembra facile. Be’, non lo e’. L’Omino Bianco ci guida con la voce nel cambiare posizione, nel percepire, ascoltare e controllare il ritmo e la meccanica del respiro, nell’assumere coscienza di ogni muscolo, dalla testa ai piedi, e rilassarlo, dai piedi alla testa, e rilassarlo, dalla testa ai piedi… parla lentamente, trascina le vocali, ripete ancora e ancora e ancora… ci lascia tempo, ci lascia silenzio… e’ una cosa che faccio quando non riesco ad addormentarmi, quella di cercare di rilassare sistematicamente ogni muscolo e ogni volta mi stupisco di quante parti del nostro corpo sono in tensione senza che noi ce ne accorgiamo e di quanto sia difficile rilasciarle consapevolmente; questo non e’ un esercizio nuovo per me, la differenza e’ che questa volta la mente non accenna a seguire il corpo nella direzione del sonno. Eppure piu’ di un’ora scivola via in un attimo e quando usciamo dall’Ashram ho la sensazione di aver dormito un sonno profondo e ristoratore per almeno sei ore. E sto profondamente bene. E’ una sensazione estremamente piacevole.


Tornati a “casa” raccontiamo l’esperienza a uno dei ragazzi che gestiscono la guest house e accenniamo al fatto che l’Omino Bianco ci ha consigliato di fare dello yoga… “Io faccio yoga, se volete potete farlo con me ogni mattina e sera sul tetto!” salta fuori lui. Perche’ no? Proviamo anche questo! E di nuovo, mentre questo ragazzino con un buffissimo inglese cerca di annodarci sul tetto della guest house di cui siamo gli unici ospiti, tra le smorfie di dolore ecco il solito scambio di sguardi: ma dove diavolo siamo, per l’ennesima volta?? “Don’t falling down! Don’t falling down!” ci ripete il ragazzo, mentre pretende che ci incastriamo un piede dietro la nuca mantenendo la schiena dritta e senza perdere l’equilibrio.
Passano i giorni a Rishikesh e la perplessita’ svanisce, soffocata dal graduale abituarsi a questa nuova routine di esercizi lenti e silenziosi capitataci addosso un po’ per caso. Non credo che andro’ dicendo di aver imparato in India a mangiare quando ho fame e dormire quando ho sonno come raccontava il buon James, incontrato in Laos, ma ora lo capisco meglio e spero di riuscire a far tesoro di quanto imparato in questi giorni. 

Sunday, December 2, 2012

L'umanita' mi sta stretta



Jaiselmer (India), 15 novembre 2012

Centro, destra, centro, sinistra… ma perche’ la muove cosi’? Alla prossima a destra vado… centro, destra… ora! Scatto, ma qualcosa si muove a borda strada, la mucca si spaventa, si sposta verso destra, la coda incrostata di cacca perde il ritmo delle oscillazioni e io vedo sfumare i miei piani di superarla senza farmi toccare, ma non mi arrendo, balzo istintivamente verso centro strada dove un rikshaw mi arriva alle spalle suonando il clacson, mi ributto a sinistra superando la mucca, accelero per assicurami distanza dall’animale, un uomo fa capolino dall’interno di un negozio e inchiodo giusto in tempo per evitare il suo sputo, ma qualcuno mi urta da dietro e mi spinge a sinistra e… sciaf! Il piede affonda in una gigantesca busa. A pile of shit per dirla all’inglese, che mi piace perche’ suona proprio come “una pila di merda” e rende bene l’idea. 

A Dehli ho ritrovato Martin e assieme ci siamo mossi verso ovest. Gli spostamenti in treno sono stati estenuanti per la simultanea presenza di troppe anime in uno spazio troppo piccolo. Abbiamo provato l’alternativa del pullman, mezzo piu’ costoso ma, ci siamo detti, sicuramente meno affollato. Illusi. Anche quello si e’ riempito di gente, in piedi, sdraiata lungo il corridoio, seduta sui braccioli dei sedili, con i piedi sulla testiera dei sedili di fronte, con la testa fuori dal finestrino a vomitare, con la testa nel corridoio a vomitare, allora tutti ad aprire i finestrini per sopravvivere alla puzza, poi tutti a chiuderli per sopravvivere al freddo, poi aprirli di nuovo per la puzza… il viaggio notturno peggiore della mia vita, credo. Ad ogni modo, tra una disavventura e l’altra siamo giunti qui, nell’arido Rajasthan.



Ora ogni mattina mi lancio in questa corsa ad ostacoli in cui mucche e cani, motorini e rikshaw, passanti e mendicanti si contendono la strada stretta sottraendosi vicendevolmente lo scarso spazio vitale. A terra c’e’ immondizia, shifezze non meglio identificate, scatarrate, pile di merda, ci sono intere pareti usate come pisciatoi pubblici, c’e’ polvere, c’e’ vociare di gente e un assordante e continuo e insopportabile suonare il clacson. Ci sono quelli che lo tengono premuto costantemente, li senti avvicinarsi, peeeeeeeeeeeeEEEEEEEEEEEEEEEEEeeeeeeeeeeeeeeeee…. e allontanarsi. E ogni volta mi faccio violenza per trattenermi dal girarmi di scatto nel momento in cui mi passano a fianco e sferrare un calcio volante al conducente del motorino per vederlo volare a metri di distanza come nei migliori film d’azione. E’ dura anche resistere dal sollevare da terra alcuni autisti di rikshaw prendendoli per il colletto e urlar loro “Ti pare il caso??? Adesso lo cancelli!!! Immediatamente!!” perche’ la scritta che alcuni hanno dipinta a mano sul retro del veicolo e’ “Perfavore, suonare il clacson” Suonare il clacson???? Ma ti suonassero la faccia!!! E tutto questo non e’ nulla, tutto questo e’ solo lo sfondo; in questa processione l’azione vera e’ data dall’interazione con i negozianti, i truffatori e i veditori ambulanti.


La dinamica indiana della compravendita e’ un rito interessante. Supponiamo di dover comprare un oggetto X il cui prezzo, si sa per certo, e’ cinque generici soldi. In genere in Laos mi capitava cosi’: “Quanto costa X?” “Sei soldi” “…mmm… facciamo cinque?” “Ok”. In Thailandia e Cambogia si andava un po’ piu’ per le lunghe: “Quanto costa X?” “Otto soldi” “No, troppo” “Sette e mezzo” “Al massimo quattro” “No quattro no, sei e’ l’ultimo prezzo” “Quattro” “Vienimi in contro, possiamo fare cinque e mezzo” “Quattro e mezzo” “Cinque” “Ok, lo compro”. Nel nord del vietnam molti erano piu’ sbrigativi: “Quanto costa X?” “Ottantacinque soldi” “Cosa???” “Ottantacinque” “Ma se costa cinque dappertutto!” “Ottantacinque” chiusa la questione. E allora tanti saluti.

  

In India e’ tutto piu’ colorato, tutto piu’ speziato, spesso si parte con un baccagliamento spietato: “Hello madame! You look like indian! Which country? Oh! Italy! Ciao, nesun poblema, Milano, Roma, Sonia Gandhi… I speak italian, yo parla italiano poco poco. I have friends in Italy! What’s your good name? Nicole?? My favourite name!! And you have beautiful voice, so sweet…” poi si cerca di creare il setting adeguato “How much for X?” “X? Well, I also have different colour… come, have a look inside, come! Maybe you want some chai?” (il chai e’ un te speziato) “I’m ok, thank you… just tell me the price” e poi finalmente si arriva ad una fantasiosissima trattativa: “Ten” “Ten?? No, it’s too much…” “Ok, nine fifty” “Too much” “Ok, how much you want to give me?” “Five” “Five??” e scoppia a ridere “My friend, five not possible: this is good quality, rajasthani quality, best quality! Last price: eight” “Five” “Madame (e ride), eight is very best price! Ok, ok, let’s say seven, I give you Diwali price” Diwali e’ il capodanno indiano, il mio quarto capodanno dell’anno. Per l’occasione tutto e’ venduto a finti prezzi di favore “Let’s say five” “Madame, five is evening price, now we are morning: seven is morning price!” “What…? What are you talking about??? (e rido) I’m sorry, I can’t spend more than five. Sorry. Bye” ci si allontana di qualche passo… “Ok, Ok, come! Six: indian price” “No, five” “Ok, ok, ok” “Ok what? Five?” “Five fifty” “Five” “Ok madame, five! But only for you ‘cause you are first costumer. First costumer price for you!” Il mio nome e’ sempre il preferito di tutti, la mia voce e’ melodiosa e io sono di una bellezza accecante quando devo comprare qualcosa, ma soprattutto, sono sempre il primo cliente. Anche di sera. 


Cosi’, ogni mattina si parte con Hello madame! Buy something madame? What are you looking for madame? The ticket office is closed today, madame, but I can find you a ticket if you follow me to my agency, madame… e ogni tanto qualcuno ti si aggrappa al polso chiedendo qualcosa… non mi toccare, non mi toccare!!… I can give you Indian price, Diwali price, first costumer price… beautiful name, beautiful voice, you are beautiful… uno dietro l’altro, una mitragliata, tiro dritto distribuendo no a destra e a manca, cercando di schivare i troppi corpi che mi vengono contro, sempre piu’ irritata da tutto quel che mi circonda e che mi ruba piu’ attenzioni di quante io ne voglia dare. Sempre piu’ nervosa e tesa e pronta ad esplodere… trovo rifugio ogni mattina sul tetto-terrazza del ristorante in cui vego a fare colazione, dove di fronte ad un bicchiere di te alla menta posso godere di un po’ di tranquillita’ guardando Jaiselmer dall’alto.


Jaiselmer e’ una cittadina alle porte del deserto, case gialle dai tetti piatti con panni colorati stesi ad asciugare; cosi’ come Jodhpur, e’ chiaramente una citta’ su due livelli: quello della strada, fatto di vicoli sovraffollati e sporchi dove il flusso delle cose e’ tumultuoso e claustrofobico; e poi quello dei tetti, fatto di silenzio e tranquillita’, dove si ritrova un’intimita’ esposta al cielo eppure protetta dal resto del mondo: su una casa una madre lava il figlio in un catino, su un’altra un uomo vestito di bianco fa yoga, due donne stendono chiacchierando, un cameriere sistema i tavoli di un ristorante… il forte troneggia sulla citta’ i cui confini sfumano nell’aria opaca di polvere e inquinamento. Non e’ che non ci sia nessuno quassu’, non e’ che non arrivi alcun rumore dalla strada o che l’aria sia piu’ pulita… ma sicuramente e’ meglio che star di sotto. Che poi anche di sotto e’ cosi’ tanto il bello…
In Rajhastan abbiamo visitato bellissimi forti e palazzi da Mille e una Notte curati nei minimi dettagli, sospirato guardando dall’alto Jodhpur -la citta’ blu-, condiviso posti treno con donne dai sahari variopinti e uomini dal turbante colorato, ci siamo spostati in moto per raggiungere il deserto… 


Il bello e’ molto, ma dopo gli spazi immensi, il vuoto, il silenzio e la pace della Mongolia e dell’Himalaya, patisco enormemente la presenza di tutte queste persone ovunque. L’umanita’ mi sta stretta. Se dopo le prime ventiquattro ore l’India aveva risucchiato tutte le mie energie, dopo sole due settimane mi ha portata ad auspicare che l’estinzione della specie umana avvenga presto e in modo rapido. Mi ha portata a provare intensissimo fastidio, insofferenza, rabbia profonda… a allo tesso tempo ammirazione, affetto, divertimento e meraviglia.
In questo momento il briciolo d’India che ho visto e’ per me come un paziente confuso, iperattivo e in isolamento da contatto, ma il turno dura ventiquattr’ore e non arrivera’ mai nessuno a darti il cambio. E’ un paziente che richiede un’attenzione continua, che ti risucchia tutte le energie, anche quelle che pensavi di non avere, che ti fa arrabbiare, che ti fa provare frustazione perche’ devi rifare le stesse cose
innumerevoli volte solo per vedergliele disfare pochi minuti dopo, che ti fa sentire sporco perche’ tutto e’ contaminato, ma poi, quando senti di essere sull’orlo dell’esasperazione, spara l’ennesima assurdita’, quella piu’ grossa delle altre che pero’ va a toccare il tasto giusto e invece di farti esplodere ti fa arrendere e ti viene da ridere, ti rendi conto che in una situazione che non ha alcun senso, la cosa piu’ irragionevole e’ il tuo spazientirti.
Cosi’, nonostante tutto, quando riesco a guardarmi dall’esterno (quando un autista di rikshaw trova una scusa ridicola per cambiare il prezzo a destinazione raggiunta e io incrocio le braccia e gli dico che non scendero’ fino a quando non mi avra’ dato il mio resto, che non ho problemi a seguirlo tutto il giorno e lui ride e inizia a darmi una monetina alla volta sperando che ceda prima di lui… quando i proprietari della guest house ti sbattono fuori perche’ non hai comprato il loro camel safari, il tour organizzato nel deserto, e ti ritrovi improvvisamente per strada senza aver davvero capito come diavolo ci sei finito a vagare con lo zaino in spalle senza una sistemazione…) quando mi vedo dall’esterno, dicevo, mi viene da mettermi la mani nei capelli e ridere sconsolata di tutto; scopro di starmi affezionando a tutto cio’, so che ricordero’ col sorriso ogni viaggio in treno, compatiro’ la mia rabbia, forse addirittura trovero’ noioso qualunque altro posto e mi manchera’ questo affascinante disastro.
Ultimamente mi capita spesso di sognare a cartoni animati, che non so cosa voglia dire ma sicuramente qualcosa di significativo.

Monday, November 19, 2012

General Compartment



Verso Delhi (India), 3 novembre 2012

Avendo deciso all’ultimo momento di fare bungee jumping, ho dovuto posticipare di un giorno la partenza dal Nepal; che tradotto in termini pratici significa rinunciare ad un viaggio di trentasei ore con un pullman diretto (uno potra’ pensare “qualunque sia il cambiamento la situazione non potra’ esser peggiorata!”) e intraprenderne invece uno di dieci ore di pullman, piu’ tre di jeep, piu’ quindici di treno, piu’ tempi di ricerca e attesa dei suddetti mezzi, piu’ l’ansia di dover passare la frontiera con un visto scaduto (visto, che non c’e’ limite al peggio?).
Scesa dal primo pullman, come sempre, mille persone addosso “Rickshaw?” “Acqua?” “Portatore per le borse?” “Hotel?” “Marjuana?” “Taxi?” “No, no, no, no, grazie ma no” “Rickshaw madame? Rickshaw per la frontiera?” “No, grazie, vado a piedi” “A piedi?? Con lo zaino? Sono due chilometri!” “Ma no che non sono due chilometri… non e’ quel palazzo giallo? Saranno duecento metri!” “Due chilometri, madame!” “Ma se la vedo, e’ li’!” “Due chilometri: solo settanta rupie! E’ lontano, e’ pericoloso!” “Si’, certo. Vado a piedi lo stesso, grazie” dopo venti metri, un altro “Rickshaw madame? Rickshaw per la frontiera? Un chilometro!” ah pero’, come volano! “No, grazie, vado a piedi” duecento metri dopo, palazzo giallo, ecco la frontiera. E sono in India.
Quella di Sanauli e’ la frontiera piu’ caotica che abbia mai visto. E’ un bazar. L’uffico immigrazione indiano e’ incastonato in un susseguirsi di negozietti da cui si distingue solo per il fatto che non ha i pacchetti colorati di patatine e i sacchettini monodose di shampoo appesi all’ingresso. C’e’ un cartello a segnalarlo, ma nel casino di insegne e gente che passa e cose che succedono e’ cosi’ poco visibile che ho dovuto passarci davanti due volte prima di notarlo, e non e’ che qualcuno mi abbia detto o chiesto qualcosa quando l’ho superato la prima volta… avrei potuto confondermi nel via vai e tirare dritto senza alcun problema. Ad ogni modo, una volta sbrigata la burocrazia, nel casino generale ho trovato una jeep con cui arrivare alla citta’ da cui prendere il treno per Delhi e dopo tre ore di viaggio, eccomi alla stazione di Gorakhpur.
Sono quasi le undici di sera. La stazione e’ grande e piena di gente. Gente che cammina, gente che corre ai binari, gente ferma di fronte ai tabelloni delle partenze, ma soprattutto, gente a terra. Ci sono tantissime persone che dormono sdraiate per terra su pezzi di stoffa o direttamente sul pavimento, alcuni (quasi tutte le donne) coperti con lenzuoli colorati da cui spuntano solo piedi immobili. Sembrano salme in attesa del riconoscimento dopo una catastrofe naturale. Sono tantissimi. Sono tantissimi anche i topi, corrono lungo le pareti, attraversano le sale passando tra i corpi distesi, difficilmente passano quindici secondi senza che ne veda uno.

 

La biglietteria e’ uno stanzone molto ampio, per andare a mettermi in coda allo sportello lo attraverso scavalcando la gente che dorme e che occupa gran parte del pavimento, non voglio calpestare nessuno, ma non voglio passare vicino alle pareti: tutto il sudicio e’ accumulato li’, gli angoli puzzano di piscio, in alcuni punti ci sono delle colate rosse contro il muro e un ammasso di poltiglia informe per terra, io non so cosa sia, magari e’ una qualche tintura usata in un qualche rito religioso, non lo so, so solo che sembra che qualcuno abbia partorito contro il muro, il che e’ chiaramente impossibile, ma non riesco a scacciare l’immagine. Dopo qualche tribolazione riesco a chiedere un biglietto per Delhi “Non ci sono posti” come non ci sono posti? L’idea di prendere un treno notturno qui e’ tutt’altro che allettante, ma l’alternativa e’ ritrovarmi a vagare di notte in una citta’ che non conosco per cercare una sistemazione e dover poi ripetere la stessa cosa domani in un’altra citta’ che non conosco; per cui voglio assolutamente prendere questo treno ora “Neanche un posto??” “Non in classe turistica” “E le altre?” “Vediamo…” un barlume di speranza “…neanche in sleeper class” “Nulla nulla?” “Posso darti un biglietto per il general compartment” “Qualunque cosa, voglio solo arrivare a Delhi domani in giornata” “Ok, un biglietto per Delhi, general compartment, treno delle undici e cinquanta. In treno fa attenzione alla borsa…”
Ho difficolta’ a trovare il mio vagone. Porgo il biglietto a un paio di persone che lo ispezionano “Vediamo… general compartment: a fondo treno” e tutti, ma proprio tutti, aggiungono “mi raccomando,  occhio alle tue borse” uno aggiunge anche “Venti rupie” “Venti rupie per cosa?” “Spese di aiuto” “Spese di aiuto??? Per indicarmi il vagone? Non scherziamo, non ti do un soldo!” spese di aiuto, questa mi mancava! Percorrendo tutto il treno per arrivare al mio vagone, capisco che esistono tre classi: la turistic class, una sorta di prima classe con aria condizionata, con posti letto decenti, tutto esaurito; la sleeper class, una sorta di seconda classe senza aria condizionata, con posti letto, tutto esaurito; e poi il general compartment, altrimenti detto “animal class”, senza aria condizionata, senza posti letto, senza limiti di disponibilita’ perche’ quando non ci si puo’ piu’ sedere ci si puo’ ammassare in piedi e per terra come sardine. Viste le condizioni della stazione, non mi stupisce piu’ di tanto che il treno, soprattutto in “animal class”, sia un maledetto porcaio. C’e’ immondizia ovunque, gli angoli sono tutti incrostati di nero, vedo due topi anche qui, dai bagni esce un fetore insopportabile… lungo il corridoio incrocio un signore con un bambino in mano che cerca invano e disperatamente di aprire la porta del bagno; il bambino avra’ otto mesi e con noncuranza gocciola cacca dai pantaloni gia’ completamente intrisi; provo ad aprirgli la porta, ma non ce la faccio, pare incastrata, allora mi offro di tenere il bambino; e cosi’ mi ritrovo con un bambinetto in mano, che mi guarda e gocciola cacca. Non mi piacciono i bambini indiani. I bambini devo essere pacioccosi e stupidi, quelli indiani sono troppo intelligenti, si vede da come si muovono, da come guardano, sembrano adulti in miniatura. Cos’hai da guadare, piccolo genio, eh? Non mi giudicare, sai? Perche’ fino a prova contraria non sono io quella che se l’e’ fatta nei pantaloni, toglimi quegli occhietti maligni di dosso. Il signore rinuncia pure lui, la porta e’ rotta, gli ripasso il bambino e si allontanano verso il bagno successivo. Buona fortuna piccolo genio, spero ci sia sempre qualcuno che si preoccupi di non lasciartici sguazzare dentro.
Quando arrivo al mio posto, mi siedo e mi guardo attorno. I miei compagni di scompartimento sono tutti uomini e tutti mi fissano. Qui gli uomini ti fissano come se fossi una preda. Odio che si sentano in diritto di farlo, senza alcun pudore. Di fronte a me ci sono un vecchio con con la faccia loschissima e un ragazzo con i lineamenti dolci, sull’altro lato c’e’ un signore che dorme appoggiato alla finestra con la testa completametne avvolta in una sciarpa; una scorreggia potentissima rompe il silenzio prorompendo dall’alto, come se arrivasse dal cielo; alzo lo sguardo e mi rendo conto che i miei compagni di viaggio non sono finiti: ci sono due posti letto, due brandine appese a mezzaria dove a me verrebbe da mettere le borse, da una un signore si sporge per fissarmi e sull’altra un altro uomo dorme emettendo sonorosissime flatulenze che ci accompagneranno tutta la notte. Bene. Tre cose mi dico: se hai sonno, te lo tieni; se ti scappa la pipi’, te la tieni; se hai freddo ti tieni pure quello, che per aggiungere uno strato di vestiario dovrei prima togliere il pile che indosso rimanendo un attimo in canottiera e non ho nessuna intenzione di scoprirmi per nessun motivo. Sara’ un viaggio lungo, apro il libro e mi metto a leggere con l’intenzione ben precisa di tirare avanti fino al mattino… resisto a dir tanto mezzora. Nelle ultime quarantotto ore ne ho dormite due: non c’e’ verso che rimanga sveglia se non faccio qualcosa, per cui decido di attaccar bottone con i due uomini seduti di fronte a me; inizio a parlare con quello con i lineamenti dolci, un militare nepalese in servizio in India, poi cerco di coinvolgere anche il vecchio per non dare troppa esclusivita’ al ragazzo che gia’ mi sembra si stia allargando troppo.



Le domande di rito sono sempre le stesse: come ti chiami (what is your good name)? di dove sei? sei sposata? che lavoro fai? come si chiama il tuo Dio? Il mio buon nome e’ Nicole, in genere sono italiana ma posso essere qualunque cosa mi convenga al momento, a volte sono sposata, altre volte il matrimonio e’ imminente, sono sempre un’infermiera e il mio Dio di solito si chiama Cristo, visto che c’e’ proprio bisogno di dare una risposta e che sia semplice. A dirla tutta, i due sono amichevoli con me, ma da quando ho passato la frontiera sento di dovermi proteggere da tutto cio’che mi circonda, sono estremamente sulle difensive, vorrei poter non toccare niente, vorrei che non mi guardasse nessuno, vorrei essere in una boccia di vetro impenetrabile allo sporco, al rumore, alla puzza, alla gente… questo per dire che non mi sento particolarmente predisposta a fidarmi di loro o di chiunque altro; rifiuto con fermezza il te che mi offrono perche’ non mi sento di introdurre nulla nel mio corpo e perche’ voglio ritardare il piu’ possibile la necessita’ di usare il bagno; rifiuto di andare in bagno per non lasciare a loro la custodia dei bagagli; rifiuto di sdraiarmi sul sedile perche’ voglio rimanere appoggiata alla borsa; addirittura nego contro ogni evidenza di avere sonno e freddo. Poi pero’ non ce la faccio, quando si spengono le luci mi infilo nel sacco a pelo (perche’ non mi e’ venuto in mente prima?), rannicchio le gambe sul sedile e mi addormento con il corpo buttato sulle borse. Mi sveglio quando sento che qualcosa mi sta toccando un piede. Per la precisione, si tratta della mano del ragazzo, che si e’ spostato accanto a me per lasciare spazio al vecchio (si’ lo so, lo so… ma mi piace pensare che la sua prima intenzione fosse quella). Gliela scalcio via e lui la lascia scivolare. Gli ho gia’ detto in maniera inequivocabile che non mi deve toccare quando, mentre parlavamo, si era dimostrato gia’ troppo smanaccione. Dopo un attimo la sua mano si ritrova di nuovo accidentalmente sulla mia caviglia. Questa volta gliela prendo e gliela sbatto via. Passa un po’ di tempo e di nuovo sento la sua mano su un polpaccio. No, deve proprio finirla qui. Mi tiro su’ e gli vado contro “Ok, adesso la smetti!! Adesso basta. Non mi devi toccare, hai capito?” lui rimane immobile con lo sguardo basso fisso sul cellulare da cui sta ascoltando la musica; tiro il filo di un auricolare e glielo strappo dall’orecchio “Mi hai sentito?? La devi finire!” “Ok, ok” “No, me l’hai gia’ detto prima ok, ora basta davvero, hai capito?? E guardami! Guardami in faccia perche’ questa e’ l’ultima volta che te lo dico!” “Ok…” ma non mi guarda in faccia, rimane chiuso su se stesso; gli butto addosso l’auricolare,  mi riappoggio sulle mie borse e mi chiedo cosa possa pensare che faccia dopo “l’ultima volta che te lo dico”. Il vecchio, che nel frattempo si e’ disteso sul sedile di fronte, mi guarda e mi sorride. Cos’hai da ridere tu, poi? Realizzo che l’ultima persona che ho sgridato cosi’ probabilmente e’ stata mio fratello, una vita fa, e mi riaddormento pensando nostalgicamente a lui. Mi riaddormento, ma non e’ che proprio dorma davvero: ogni volta che qualcuno passa, che l’uomo sopra di me butta giu’ le ciabatte e scende per andare in bagno, che l’altro scorreggia, che il vecchio cambia posizione, ogni volta mi sveglio e guardo cosa succede, butto un occhio alle borse e alle mie scarpe, controllo il ragazzo per vedere cosa combina (fortunatamente o dorme o si scaccola), poi scivolo di nuovo nel sonno.
Ogni volta che riapro gli occhi la luce si fa piu’ intensa. Poi li apro di nuovo e tutti sono seduti e svegli, il vecchio mi da’ il buongiorno, ricambio tirandomi su’, saluto anche il ragazzo, che prova di nuovo ad offrirmi un te. Questa volta accetto, per riconciliare. Scambiamo qualche parola, il treno rallenta, si ferma, loro salutano e scendono. Rimango sola nello scompartimento. E finalmente corro a fare pipi’. Sono le prime ore del giorno e il mondo fuori dal finestrino e’ un acquerello di campi gialli e arbusti secchi; il sole e’ un cerchietto di luce che buca l’aria densa, c’e’ come una nebbiolina che vela ogni cosa, che riflette e propaga la luce calda; e’ bella, e’ avvolgente. E’ smog. Ma questo lo scopriro’ solo dopo. Incrociamo dei paesini di case diroccate, poi una fila di persone accovacciate a pochi metri dai binari che fanno la cacca sulla ghiaia guardando passare il treno. Il treno ogni tanto rallenta, si ferma, riparte.  Salgono persone a fiumi e in un attimo siamo in millemila, tutti schiacciati gli uni contro gli altri; uno si addormenta contro la mia spalla, il sahari di una donna mi sventola in faccia, mi penzolano sulla testa i piedi di quello seduto di sopra, uno urla “Ciai! Ciai! Ciai! Ciai!!” e si fa strada lungo il corridoio vendendo te, uno mi si sdraia addosso per sporgersi dal finestrino a comprare del cibo da un ragazzino, un altro  passa con vassoi di zuppette e riso, qualcuno lo spinge e lui versa quasi tutto per terra e si mette a urlare, qualcuno passa mendicando, c’e’ chi si scaccola, chi sputa fuori dal finestrino, chi mi offre del cibo, c’e’ odore di curry e di umanita’. 
Il treno riparte, rallenta, si ferma. Tutti sia alzano, spingono, si passano bagagli, qualcuno urla “Chalon! Chalon!!”, tutti parlano, mani entrano dal finestrino porgendo bottiglie d’acqua, patatine, vaschette di cibo, sacchetti di arachidi, qualcuno –in genere un anziano- si innervosisce per qualcosa e inizia a urlare dando spettacolo, la mia generazione se la ride di gusto, la mezza eta’ resta del tutto indifferente, i bambini dormono.  Il treno riparte. Sono di nuovo quasi sola. Rallenta, si ferma. Sale altra gente ed e’ ancora caos. Va avanti cosi’ fino al pomeriggio, la mia stazione e’ l’ultima e sembra non arrivare mai. Sono in questo Paese da meno di ventiquattro ore e gia’ sento che mi ha risucchiato tutte le energie, sono esausta fisicamente e mentalmente. Sopravvissuta al battesimo del fuoco della notte in treno, mi concedo la debolezza di immaginare come sarebbe bello se ci fosse qualcuno ad aspettarmi in stazione. Ma lo so che non succedera’. Pazienza. Mi consolo pensando che a Delhi dovrei rincontrare Martin, uno dei ragazzi con cui ho viaggiato in Cambogia e Vietnam; sono felice all’idea di ritrovare un volto conosciuto.




Sunday, November 18, 2012

Centosessanta metri






Kathmandu (Nepal), 1 novembre 2012

Siamo a cena, di fronte a un piatto di chicken curry e chapati. Clair, una ragazza australiana, racconta un aneddoto a riguardo, Lisa, una ragazza tedesca, segue con un secondo aneddoto e senza rendercene conto stiamo affrontando l’argomento.
“Prima ero eccitata all’idea di farlo, poi una volta li’ mi e’ preso il panico, ho avuto una specie di crisi isterica…”
“Io mi sono proprio bloccata! Ho voluto filmare tutto e nel video si vede che e’ il tipo a spingermi!”
“Anch’io ho il video e nel mio si vede che fa finta di prendermi a calci da dietro!!”
“Io non l’ho mai fatto…”
“Mai??”
“Mai!”
“Devi farlo assolutamente!”
“Facciamolo assieme!!”
“Non so, e’ che costa tanto…”
“Be’, qui ne vale la pena! E rispetto agli altri non costa niente!”
“Ma quando? Non ho piu’ tempo: devo partire perche’ mi scade il visto, ho gia’ il biglietto…”
“Facciamolo domani!”
“State parlando sul serio??”
“In effetti forse non me la sento di rifarlo…”
“Dai!! Sara’ divertentissimo!! Tu devi provare assolutamente se non l’hai mai fatto!”
“…ossignore, state parlando sul serio! …mmm… e va bene, lo faccio!”
“Davvero??”
“Perche’ no? Si’, dai, lo faccio!”
“E il biglietto del pullman?”
“…il biglietto lo cambio!”
“Allora lo rifaccio anch’io!”
“Perfetto!!!”
Cinque minuti per prendere la decisione e meno di trentasei ore dopo, sono li’. Un uomo alle mie spalle mi accompagna aiutandomi ad avanzare; poi mi sussurra “Ricorda: cammina come un pinguino… e vola come un’aquila!” mi spingo (ci provo) e sono nel vuoto.




Sunday, October 28, 2012

Everest Base Camp

Sagarmatha National Park (Nepal), 6-19 ottobre 2012
Dopo dodici giorni di marcia e altrettanti di riposo, dopo aver festeggiato il primo genetliaco e il terzo capodanno di quest’anno (quello ebraico), dopo aver salutato gli israeliani e conosciuto un inglese, dopo aver aspettato che gli aerei riprendessero a volare, sono arrivata a Lukla, uno dei punti di partenza del trekking per il Campo Base dell’Everest. Quel che segue e’ un “diario di bordo” aggiornato quotidianamente. A differenza di quanto avvenuto in Mongolia, dove tempo e luoghi hanno perso significato, qui ogni giorno ha preso il nome di un paese, ogni distanza, ogni dislivello, ogni tempo di percorrenza e’ stato programmato e tenuto sotto controllo. O almeno, ci si e’ provato. Poi la realta’ ha stravolto i piani, come sempre, comunque e’ stato uno dei momenti piu’ belli: mettersi di fronte alla cartina, segnare le tappe, organizzare, pregustare e poi, finalmente, partire.




Primo giorno: da Kathmandu a Phakding (con volo a Lukla).

Sono qui. Ma non l’ho ancora ben realizzato. Questa attesa interminabile deve avermi fatto perdere la speranza al punto che neppure adesso mi sembra di essere partita. Abbiamo aspettato per cinque giorni che decollasse un aereo per Lukla. Tutti i voli cancellati causa maltempo. Proviamo domani, riproviamo domani, magari domani ancora… davvero non ci credevo piu’. E invece il giorno e’ arrivato, il cielo su Lukla si e’ aperto per qualche ora, gli aerei sono ripartiti e noi siamo arrivati all’inizio del trekking. Due ore di nepali flat per iniziare con calma e il primo giorno puo’ gia’ essere depennato.
Il mio compagno di viaggio questa volta e’ Jason, un ragazzo inglese dalla parlantina sciolta conosciuto a Kathmandu; ha passato una giornata intera a fare il “verso dei pirati”: il classico “ARRR!!” con il pugno chiuso fatto oscillare nel vuoto, con tanto di relative battute sui pirati che ne giustificassero l’uso: “Why do pirates visit the Cappella Sistina? ‘cause they like the ARRRchitecture!” “Wich is pirates’ favorite football team? ARRRsenal!” “Why are pirates called pirates? ‘cause they ARRRR!” questo sarebbe potuto bastare a dissuadermi dall’intraprendere un percorso di quasi due settimane con lui, durante le quali saremo in contatto ventiquattr’ore al giorno… e invece eccoci qui!
In questo primo tratto, lungo il sentiero si incontrano diverse ruote della preghiera. Le ho fatte girare quasi tutte, perche’ sono di buon auspicio e perche’ sono colorate e questo e’ motivo sufficiente per doverci mettere le mani. Su una c’era la scritta “Please turn to purify your soul” e mi suonava un po’ come “Per favore, togliersi le scarpe prima di entrare”; quella l’ho fatta girare un po’ piu’ forte, non tanto per me, che nel zozzume della mia anima, ahime’, ci sguazzo paciosa come un maiale, ma per rispetto. Mi sono tolta il cappello, mi sono pulita le scarpe sullo zerbino e ora sono pronta per varcare la soglia nel rispetto di cio’ che mi circonda.


 

Secondo giorno: da Phakding a Namche Bazaar.

Si inizia a salire. Nulla di troppo faticoso ancora, ma si inizia a salire. Il paesaggio comincia ad aprire scorci su quel che ci attende piu’ in alto e in alcuni tratti spuntano monti innevati che si stagliano nel cielo. Abbiamo dei marshmallow con noi, vogliamo aprirli una volta arrivatin in cima. Quando ho detto a Jason che mi sentivo in colpa a spendere cosi’ tanto per dei dolciumi, lui mi ha risposto “Non stiamo comprando marshmallow: stiamo comprando la motivazione!” li’ per li’ mi era parsa una buona argomentazione. Ora la promessa di quelle cime innevate mi pare motivazione migliore.



Terzo giorno: Namche Bazaar.

“Scusi, sa dirmi come si chiama quella montagna?” Mi sono alzata alle sei e sono uscita con la macchina fotografica, il cielo e’ limpido e la luce morbida di inizio giornata illumina una cima spolverata di neve che sovrasta la vallata ancora in ombra “Quale montagna?” “Quella!” Fa scorrere lo sguardo davanti a se’ come se dovesse cercarla. E’ un enorme blocco di roccia con un riflettore puntato contro, cosa deve cercare?? “Questa qui davanti! Quella grossa!” “Ah! Ma quello e’ un picco! Sopra i 7000 sono montagne, quella e’ solo 6000: e’ solo un picco!” E’ proprio tutto relativo a questo mondo…

"solo un picco"

Oggi giornata di acclimatazione a Namche Bazaar, che significa fermarsi e dare al proprio corpo il tempo di abituarsi all’altitudine. Namche Bazaar e’ una Kathmandu in miniatura: pur trattandosi di poche case colorate nascoste in un angolino di Himalaya che non spicca per accessibilita’ rispetto agli altri, qui e’ possibile trovare quasi tutto cio’ che la capitale ha da offrire agli escursionisti. Ma Namche Bazaar per me non e’ solo un paese piu’ grosso degli altri: e’ una stretta al cuore; e non per via dell’Irish Pub, delle farmacie, del Reggae Bar o degli internet point, ma perche’ ci sono case, non casette: case di pietra e di cemento; perche’ ci sono frigoriferi, congelatori, svariati computer, forni da pasticceria, piatti di ceramica, tavoli di compensato e scalinate di pietra. Ok, per il forno da pasticceria hanno usato l’elicottero, ma per tutto il resto, per ogni insignificante oggetto, ci sono loro: gli sherpa. Uomini che si caricano sulla schiena pesi che io faticherei a trascinare, travi di legno, bombole del gas, sacche di cemento… e si arrampicano fin quassu’. Sono carichi gli uomini, sono cariche le donne e i ragazzi, sono carichi gli yak e i muli, agghindati con campanellini, pennacchi e paraocchi colorati. E’ di fronte a questo sforzo estremo, a questa corrente antigravitazionale di cartilagini che si consumano in silenzio che mi si stringe il cuore.


Acclimatazione significa anche che sarebbe buona norma salire di qualche centinaio di metri e poi tornare indietro a dormire. Lo trovo psicologicamente masochistico, la tentazione di evitarsi la sfacchinata e’ forte, ma non ho ceduto: meglio pagare in fatica oggi che in malessere domani. Cosi’ ho imboccato anch’io il sentiero che sale sul versante su cui e’ incastonata Namche Bazaar. Inizialmente la montagna, ops, perdon, il picco che domina il versante opposto e’ l’unico protagonista; poi, man mano che il paese si fa piu’ piccino, iniziano a sbucare altre cime, alcune rocciose, altre innevate, alcune piu’ vicine e incoronate da nubi, altre piu’ lontane e spigolose come lame di sega. Namche Bazaar si fa sempre piu’ lontana, fino a scomparire del tutto quando si scollina. E li’ e’ come se si aprisse un sipario: a 360 gradi si e’ circondati da montagne, peccato per la presenza di un hotel-ristorante che un po’ rovina ma comunque non limita eccessivamente la visuale. Verso sudest si apre una vallata arginata da un susseguirsi di sagome di monti che nel controluce del mattino sfumano fino a scoparire, dando l’impressione che non finiscano mai. Solo oggi, solo li’ credo di aver realizzato dove sono. Ed e’ stato emozionante, pensare di star guardando un pezzetto della catena montuosa piu’ alta del mondo, pensare di esserci sopra, avere di fronte alcune delle cime dai nomi gia’ sentiti e vederle ora con i miei occhi. Ma non e’ solo questo, non e’ solo questione di numeri e nomi. E’ che la montagna, con tutto cio’ che significa –l’ascesa, la solitudine, la meta, la bellezza, la maestosita’ e qualunque altra cosa significhi per ognuno- la montagna, con il suo semplice stare li’, smuove qualcosa di profondo. E questo mi emoziona.



Quarto giorno: da Namche Bazaar a Deboche.

Odio scendere. Perche’ significa che prima o poi bisognera’ risalire, che sia poco dopo o al ritorno o entrambe le cose, come in questo caso.
E’ alta stagione, c’e’ una bella corrente di persone che grossomodo segue lo stesso percorso; si parte come un flusso di perfetti sconosciuti e strada facendo si formano grumi di amicizie che probabilmente non dureranno piu’ a lungo di questo trekking, ma che contribuiscono a rendere ancor piu’ interessante il cammino. Il nostro e’ un bel gruppo; oltre al mio amico inglese ci sono: una taiwanese appena laureata in infermieristica che vorrebbe lavorare in terapia intensiva, un australiano che parla come Steve Irwin, un irlandese archeologo e fotografo e un italiano con cui per vie piuttosto traverse ho una conoscenza in comune; poi c’e’ una coppia franco-marocchina che pero’ e giustamente mi pare faccia piu’ vita di coppia che di gruppo. Saliamo disordinatamente, ma cerchiamo di fermarci a dormire nello stesso posto per godere della compagnia degli altri durante il pomeriggio e la serata. Non siamo altro che noi stessi, ma ognuno ha attorno un alone di cio’ che e’ casa, cosicche’ ognuno per gli altri e’ un viaggio nel viaggio.


Quinto giorno: da Deboche a Dingboche.

Sono grata al mio corpo di non patire l’altitudine per ora. Oggi il sentiero non era assolutamente difficile, ma Jason, dietro di me, ansimava anche camminando in piano. Abbiamo sbagliato strada e anche di questo sono grata. Perche’ in questo modo seguiamo lo stesso percorso dei nostri compagni di serate, ma soprattutto perche’ l’ultimo tratto di sentiero prima di arrivare a Dingboche, dove non saremmo dovuti passare, e’ davvero spettacolare. 


Durante tutto il giorno l’Ama Dablam dai suoi quasi 7000 metri ci ha indicato il cammino (non e’ che l’abbia fatto proprio bene se siamo riusciti a perderci, ma va be’…); l’abbiamo aggirato fino a raggiungere la vallata in cui sorge il paese. E’ stata una splendida giornata di sole e aria pungente. Una serata scaldata dal lusso di una doccia, dalla zuppa al pomodoro, dalle partite a carte e dalla stufa a legna. E poi la notte. La notte di montagna e’ fredda e silenziosa, qui non c’e’ neppure il Lys. Il mondo per me si esaurirebbe sotto il peso e il tepore delle coperte, se non fosse per Jason. Dal suo letto mi arriva il suono del suo respiro accelerato. E mi toglie il sonno. Non riesco ad ignorarlo, lo paragono al mio come se stessi ascoltando due voci in una stessa canzone, che pero’ non vanno a tempo. Un mio atto respiaratorio ne contiene due e un pezzo dei suoi. Mi alzo e lo sveglio. Risponde, sta bene. Si riaddormenta e dopo poco riparte con lo stesso ritmo. Sono davvero in pena per lui.


 
Sesto giorno: Dingboche.

Altra giornata di acclimatazione, altra passeggiata fino a un punto panoramico. Questa volta tutto attorno era cosi’ bello, ma cosi’ bello, che salendo ad un certo punto mi sono fermata e ho pianto. Per quattro montagne cacate?? Si’, per quattro montagne cacate e lo dico senza vergogna: mi sono emozionata e ho pianto per la bellezza del paesaggio. Gia’, senza vergogna, comunque fortuna che ero da sola… 


Per fare diligentemente i compiti di acclimatazione, sarebbe stato sufficiente arrivare alla bandiera bianca che segnala i 4700 metri e invece no, come i miei amichetti prima di me, ho voluto proseguire e raggiungere la cima, pensando “se mi viene da piangere qui, vuoi mettere che vista da lassu’?” Quasi mille metri di dislivello patiti uno per uno mettendo letteralmente un piede davanti all’altro nel punto piu’ ripido, solo la speranza di un panorama mozzafiato come ricompensa; una salita interminabile interrotta ogni pochi piedi per riprendere fiato (davvero, mentirei se li chiamassi passi)… 


Ho cercato di accelerare vedendo che le nuvole iniziavano a salire veloci da fondo valle, ma non ce l’ho fatta, sono state piu’ veloci di me e quando sono arrivata in cima il paesaggio attorno era un A4 bianco. E che cavolo! Ma pazienza: mi sono seduta sulla roccia fedda, ho cercato di catturare il volo di alcuni uccellacci neri, ho accettato senza far domande di essere fotografata da un gruppo di americani (mi chiedo se cercheranno di spacciarmi per una sherpa una volta tornati a casa), sono scesa con il vento pungente sulla faccia e le nubi che mi venivano in contro velocissime e arrivata in paese ho recuperato Giacomo, il ragazzo italiano, e siamo andati assieme alla bakery perche’ Helen mi ha detto che non si dovrebbe essere soli quando si ha qualcosa da celebrare. Oggi, undici ottobre, con una fetta di torta al cioccolato molliccia e l’allegra compagnia dell’accento toscano di Giacomo, celebro il felice, anzi, il glorioso superamento dei miei primi 5000 metri.



Settimo giorno: da Dingboche a Thukla.

Abbiamo costeggiato il fiume e attraversato per lungo la vallata che ieri, vista dall’alto, mi ha fatto piangere. Oggettivamente, ad ora, e’ stata in assoluto la giornata piu’ facile: e’ una passeggiata di due orette che avrebbe dovuto terminare con un unico tratto di salita, ma che si e’ conclusa prematuramente perche’ Jason non era in condizione di affrontarlo. 


Jason ora non e’ neanche in condizione di fermarsi a questa altitudine e farebbe meglio a scendere, secondo me. Jason ha preso questo trekking come un sfida personale e scendere sarebbe una sconfitta inaccettabile, secondo Jason. E io mi chiedo: l’ego maschile preme cosi’ tanto sul cervello da comprometterne il funzionamento? Bisogna aspettare di esser portati giu’ in elicottero prima di accettare il fatto che forse non si riesce a respirare bene e che, sempre forse, questo potrebbe in qualche modo costituire un problema? Non e’ un gioco. E io mi rifiuto di essere sua complice: non ci sono ma, domani scendiamo.
Per concludere la passeggiata di due orette, noi ne abbiamo impiegate cinque. Cinque ore in cui ho pregato che lui non andasse in edema polmonare nel bel mezzo di quel meraviglioso nulla. Soggettivamente, ad ora, e’ stata in assoluto la giornata piu’ difficile.



Ottavo giorno: da Thukla a Pheriche.

Scesi. Di poche centinaia di metri, ma e’ gia’ tutta un’altra musica. Attraversando in direzione opposta la stessa vallata di ieri, ho pensato addirittura due cose. La prima e’ che questo cambio di programma, il dover posticipare il volo di ritorno a data da definirsi, il dover riprogrammare tutto in base a condizioni di salute impossibili da prevedere e, perche’ no, il fatto di star scendendo pur non essendo “di ritorno”, mi ha liberata dalla sensazione di dover arrivare da qualche parte in un tempo prestabilito. Mi sento letteralmente a spasso sull’Himalaya. E mi piace! Voi andate al Campo Base? Bravi. Anche noi. Ma prima o poi, con calma, come ci viene. Tanto chi ci corre dietro? Chi lo sposta il Campo Base?


La seconda cosa che ho pensato e’ che qui l’inverno dev’essere davvero incredibile. Mi sono immaginata questa valle coperta di neve, il silenzio attutito, l’odore di freddo. Mi sono immaginata la vita di chi rimane qui, dei portatori che riforniscono i lodge per gli escursionisti piu’ intrepidi. Mi sono immaginata a ciaspolare con la macchina fotografica al collo immersa in un tutone integrale di piumino rosso. C’e’ una clinica a Pheriche dove un medico inglese si occupa principalmente di riassemblare chi scende fin qui per il mal di montagna e di informare chi passa di qui salendo per evitare di vederselo tornare indietro barcollando. E’ un signore simpatico e gentile, quando ha finito di visitare Jason gli ho chiesto informazioni su attivita’ di volontariato in qualche centro sanitario di questi paesini. Chissa’ che non faccia la pazzia.

 
Nono giorno: da Pheriche a Lobuche.

Abbiamo passato la giornata di ieri e parte di oggi in un lodge consigliatoci dal medico gentile: a detta sua un ottimo posto per il recupero perche’ la stufa nella sala da pranzo rimane quasi sempre accesa. O forse perche’ in realta’ il proprietario e’ suo cugino, chissa’, ma poco importa: e’ stata effettivamente una permanenza piacevole. Durante il giorno il sole batte contro i vetri delle finestre sui tre lati e sul soffitto di una saletta comune riempiendola di luce e creando un gradevolissimo effetto serra; i corridoi sono ricoperti di una moquette spessa e morbida, cosi’ non si e’ mai disturbati dal passaggio degli altri ospiti, tutti rigorosamente scarponati; il servizio e’ in generale molto curato, sembra proprio un posto in cui la gente va a coccolarsi un po’. La sera i pazienti del Dottor Gentile si ritrovano attorno alla stufa e possono scambiarsi racconti di malattia: “a me mancava solo in fiato, e’ bastato un antibiotico”, “io ho anche vomitato”, “lui l’han trovato a terra sul sentiero quasi incosciente”, “uno ieri e’ morto”.
Oggi, in seguito a rivalutazione e a parere favorevole di medico e paziente, abbiamo ripreso l’ascesa. Lentamente. Mooolto lentamente. E se a questo ritmo apprezzo il fatto di non provar fatica, disprezzo quello di non riuscire a scaldarmi piu’ di tanto. 


Siamo entrati nella zona fredda e da qui la situazione peggiorera’ ulteriormente. Sotto il nevischio e spinti da un vento favorevole per quanto riguarda la direzione, ma assolutamente sfavorevole per quanto riguarda la temperatura, siamo arrivati in una vallata glaciale. E’ tutto grigio, tutto roccia, tutto immobile e silenzioso e freddo. Ma incredibilmente suggestivo, per me. Poco prima dell’inizio della valle, alcune pietre commemorative espongono i nomi di chi e’ passato di qui per raggiungerne la cima, ma non e’ mai tornato indietro. Lontano, oltre la valle, si nasconde l’Everest. La pietra commemorativa piu’ alta che il mondo possa offrire. 



Decimo giorno: Lobuche.

Riposo. Domani dovremmo arrivare al Campo Base. Mi sento un po’ come prima di un esame e non so perche’. Ho paura di patire il freddo.



Undicesimo giorno: da Lobuche a Gorak Shep, con passaggio al Campo Base.

Credo di essermi lasciata stupidamente condizionare da persone abituate a climi tropicali. E’ vero, fa freddo, soprattutto se si inizia a camminare alle sei del mattino, quando tutto e’ ancora in ombra e le pietre rilasciano il gelo accumulato nella notte serena. Fa freddo, ma non e’ nulla che non abbia gia’ provato. 


L’aspetto di cio’ che mi circonda e’ invece per me una novita’ assoluta. Gorak Shep non e’ altro che quattro o cinque rifugi (anche se qui li chiamano hotel o lodge) circondati da terreno sabbioso e pietre. Sembra una base spaziale su un pianeta disabitato.


Un sentiero serpeggia verso nord, e’ pietra su pietra, sabbia bianca e ghiaccio qua e la’. Il ghiaccio mi pare qui protagonista assoluto, ha spostato e spaccato la roccia a creare vallate e morene, e’ rimasto incastrato in laghetti solidi, colora di azzurro la base delle montagne sul lato nord, che poi continuano bianche e maestose verso il cielo.


E in mezzo a questa pietraia ad un certo punto il sentiero si perde e nel grigio risaltano i colori delle bandiere di preghiera e la scritta: Everest Base Camp 2012. Siamo arrivati! E’ fatta!! Odio prendere foto con i cartelli, ma questa era doverosa perche’, Luca, te l’ho promessa. 

Con il pareo regalatomi da Luca

A fondo valle, sotto il ghiacciaio, ci sono le tende di una spedizione che a breve tentera’ la scalata dell’Everest. Non possiamo avvicinarci per evitare di contaminarli con i nostri germi, ma il pensiero corre inevitabilmente in quella direzione e, anzi, li anticipa nell’ascesa. Chissa’ essere li’.


Dodicesimo giorno: da Gorak Shep a Pheriche, con passaggio al Kala Pattar.

Il Kala Pattar e’ il passo piu’ alto di questo percorso, nonche’ il punto da cui e’ possibile apprezzare meglio l’Everest. E’ una salita abbastanza faticosa per via dell’altitudine a cui ci si trova, l’abbiamo conquistata pian pianino, quasi a rate viste le numerose soste per riprendere fiato; Jason dice di stimarmi per la mia pazienza, si e’ attribuito la colpa della nostra lentezza e crede che senza di lui l’avrei fatta di corsa. Piu’ che lusingarmi mi preoccupa la sua delirante visione dei fatti data probabilmente dall’ipossia: credo fosse evidente che con lui, senza di lui o con Messner al mio fianco sarei stata lenta uguale. Io lo stimo per la sua forza di volota’, perche’ se per me e’ stata dura, per lui e’ stata peggio, eppure e’ arrivato in cima. 


Da quei 5550 metri, ho pensato che nel mio piccolo non sono mai stata cosi’ vicina al cielo pur rimanendo con i piedi a terra. E grazie a Matteo, Andrea e soprattutto a Cinzia, in questi quasi sette mesi non mi sono mai sentita cosi’ vicina a casa, pur essendo lontanissima.


Tredicesimo giorno: da Pheriche a Namche Bazaar.

Abbiamo iniziato a scendere quasi freneticamente, si potrebbe dire che abbiamo urgenza di tornare alla comodita’ della vita urbana. Per quanto mi riguarda e’ piu’ desiderio di tornare ad un’ossigenazione normale, a temperature superiori e, ultimo ma non meno importante, di ripristinare un livello di igiene personale socialmente accettabile.



La discesa e’ continuamente interrotta o rallentata da un traffico di yak carichi di chili e chili di borse, guidati dalle urla, dalle pietre e dalle frustate dei proprietari. Alle volte i sentieri sono congestionati dal passaggio di bestie e superarli e’ tutt’altro che semplice. Yak jam!


Quattordicesimo giorno: da Namche Bazaar a Lukla.

Ultimo tratto di discesa ed e’ finita. Se questo trekking fosse un film, la scena conclusiva sarebbe questa: una protagonista sgraziatamente spalmata sulla poltroncina di una bakery a leggere una rivista nepalese per teenagers, troppo stanca per abbandonare questa esaltante attivita’ e iniziarne una qualunque altra, fosse anche il semplice far nulla. Se questo diario fosse un romanzo di formazione, la considerazione finale, quella in cui si tirano le somme sui limiti superati e gli sviluppi raggiunti, sarebbe questa: nella mia vita ho sottoposto il mio corpo a dure, durissime prove; inter rail, allenameti di atletica, capoeira, acrobatica, turni di dodici ore in divise sintetiche… ma un fetore simile, giuro, non l’ho mai emanato.