Monday, April 22, 2013

Infinite immagini dopo la virgola



Tuk Tuk (Indonesia), 25 marzo 2013

Oggi stavo camminando scalza, concentrando lo sguardo sul terreno per controllare dove mettessi i piedi, quando, senza motivo, ho notato la mia ombra e mi sono trovata a formulare questi pensieri:
1.Sto camminando quasi senza proiettare ombra.
2.Ogni 21 marzo i raggi del sole colpiscono perpendicolarmente l’equatore.
3.Sono a poche centinaia di chilometri a nord dell’equatore e oggi è il 25 marzo.
4.Oggi è il 25 marzo.
5.E’ passato un anno esatto dal giorno della mia partenza.
Un anno, un giro di Terra attorno al sole. Eppure sembra un giorno, una giravolta di Terra su se stessa.
Il giorno della partenza e questo giorno mi sembrano a un primo sguardo vicini come l’1 e il 2. Ma se mi soffermo a pensare a cosa ci sia lí in mezzo, esattamente come tra l’1 e il 2, vedo una distanza virtualmente infinita: infinite immagini dopo la virgola. Mi piacerebbe averne alcune davanti a me, catturate in piccole istantanee, ne farei un grande collage; se fossero immagini “introspettive”, in grado di rappresentare graficamente emozioni o idee, basterebbe guardarle per avere una lettura chiara, profonda e immediata di tutto quel che significano.
Mi ero ripromessa di celebrare questo anniversario fermandomi a pensare per ricavare qualche considerazione da questa esperienza. Ebbene: non ne sono in grado! Ma me ne rendo conto solo ora: serve il famoso passo indietro per contemplare il quadro. Serve la distanza. E magari una bella cornice.
Abbandonata l’idea delle considerazioni intelligenti, ho deciso di concedermi un regalo oggi: una meritatissima lista! (Non posso credere che in un anno sia riuscita a trattenermi dal pubblicare una lista in questo blog…) Dunque:



LISTA DELLE 10 PICCOLE AZIONI A CUI PENSO CON VELATA NOSTALGIA E CHE ORA MI PAIONO NON SEMPLICE COMFORT MA PURA MAGIA ELENCATE SECONDO PRIORITA’

- fare la doccia con acqua calda;
- bere l’acqua del rubinetto;
- buttare la carta igienica nel cesso;
- avere un appuntamento (inteso come dover incontrare taluno alla talora in talposto);
- consultare gli orari di mezzi di trasporto pubblici e (addirittura!) poter riporre un buon 90% della mia fiducia in quel che predicono (ok, 75% per i treni);
- leggere il prezzo della merce sul cartellino e non doverlo discutere con il venditore (questo mi fa venire i brividi solo a pensarci);
- vedere come, on line, ad un mio click del mouse segue un cambiamento quasi istantaneo sullo schermo del computer.
- rispondere al citofono (“Chi é?” “Posta!”)
- inserire vestiti sporchi ed estrarre vestiti puliti dalla lavatrice (avevo davvero abbastanza vestiti da RIEMPIRE una lavatrice?!);
- utilizzare il 100% delle mie capacitá comunicative, il ché implica il non dovermi portare appresso una penna e un foglio per disegnare quel che non so esprimere a parole (ma questo lo lascio all’ultimo posto, perché in realtá mi diverte).

Un'isola su un'isola



Tuk Tuk (Samosir Island, Indonesia), 20 marzo 2013

Sono tornata in Indonesia. Sono su un’isola su un’isola. Meglio ancora: c’é un’isola su cui c’é un lago in cui c’é un’altra isola su cui c’é un altro lago. La prima isola in questione é Sumatra e il lago é il Toba Lake, formatosi a seguito di un’enorme esplosione vulcanica che pare abbia dato origine a quel che oggi é un lago circolare con un isolotto al centro: Samosir Island.
A dire il vero Samosir non é proprio un isolotto, é molto piú grande di quanto mi aspettassi. Ma questo é un problema che ho da quando sono arrivata in Indonesia: qui non ho il senso delle proporzioni; nonostante siano passati ormai quasi tre mesi é come se la mia mente non si fosse ancora rassegnata ad accettare l’Indonesia per quel che é: un Paese enorme, in cui le distanze sono ulteriormente dilatate dal mare per quanto riguarda gli spostamenti tra le varie isole e dalle condizioni delle strade per quanto riguarda quelli terrestri. 


Samosir é moderatamente grande, relativamente montuosa, indubbiamente tranquilla.
Ci sono alcuni villaggi remoti nascosti sulle montagne nella parte centrale dell’isola e paeselli lungo la costa, collegati da una strada circolare che percorre tutto il perimetro di Samosir. Ma, date le condizioni in alcuni punti piú che scadenti della strada, per gli spostamenti lunghi la via d’eccellenza é il lago.
La prima cosa che colpisce di questo posto é la pace. Si respira una strana tranquillitá, silenzio e lentezza. La notte é piacevolmente fresca e all’alba nuvoloni di umiditá si alzano bianchi e pesanti dal verdeacqua del lago e si fermano -a volte per tutto il giorno- oltre le colline, sulle spalle delle montagne che si stagliano di fronte.
Tra il verde dei campi di riso e quello delle montagne spuntano i tetti a barca (o a corna di bue) delle case tradizionali e quelli delle chiese, identici, se non per la croce, simbolo aggiunto ai tanti simboli giá presenti nelle costruzioni tipiche… tutto si mischia e si trasforma, nulla puó imporsi davvero e rimanere invariato e la gente si sposa in chiesa su consenso dello sciamano.
E’ molto interessante dal punto di vista culturale Samosir, isola dei guerrieri cannibali Batak, dei funghi allucinogeni, della magia nera… 


 La sera, al tramonto, mi metto in pareo, prendo secchio saponi e vestiti sporchi e scendo i pochi scalini che portano dalla mia stanza al lago. Insapono i vestiti e li sciacquo in acqua, mi insapono io e mi butto in acqua. Nuotando guardo la riva: la sera il lago é un immenso lavandino collettivo, la gente si fa il bagno; donne lavano piatti, vestiti e bambini; uomini buttano in acqua le reti che andranno ad alzare al mattino… e pensare che un tempo, tanto, tanto lontano, tutta questa cisterna di vita non era altro che lava!

Madeleine malese



Kuala Lumpur (Malesia), 10 marzo 2013

La ragazza in reception mi accoglie professionalmente con un sorriso a comando.
“Certo che abbiamo posto per te! Che tipo di stanza?” “Avete un dormitorio?” “Sí: un sei letti AC” Sei posti letto, Aria Condizionata. Odio l’aria condizionata. Mentre ero ospite in casa loro, Ibu e Ayah mi hanno raccontato di un loro parente morto durante un viaggio in pullman di piú di 12 ore “Un incidente?” ho chiesto “No: l’aria condizionata!” L’hanno coperto con un lenzuolo seduto lí dov’era e hanno continuato il viaggio “Sono andato a prenderlo io al terminal dei pullman, ci sono voluti tre uomini per tirarlo fuori di lí. Sarebbe ancora vivo se il pullman non avesse avuto l’aria condizionata!”
Non sono cosí facilmente suggestionabile da farne una questione di vita o di morte, ma devo ammettere che l’aria condizionata é un lusso che pago in salute in termini di mal di gola e raffreddori, per cui quando posso la evito ben volentieri.
“Non avete un dormitorio senza AC?” controlla il registro e inizia con un “Weeell:”, versione inglese del “Dùn-que:” che precede la coppia notizia buona-notizia cattiva “Dùn-que: ci sarebbe un posto letto nel dormitorio senza aria condizionata, ma…” espressione di dispiacere misto a disgusto “gli altri ospiti sono tutti uomini. Se per te non é un problema…” “Per me non é un problema” “Bene allora, benvenuta!”
Da quando sono qui é sempre la stessa storia (e dire che Martin mi aveva avvertita!): pare che la Malesia sia piena di commercianti e uomini d’affari provenienti dai Paesi limitrofi, uomini che viaggiano soli e che si fermano a breve o medio termine in dormitori sgarrupati senza aria condizionata. Esattamente come me!
Apro la porta del dormitorio e vengo subito assalita dall’odore, che sguizza fuori come fosse stato pressurizzato in quella stanza troppo piccola. E’ l’inconfondibile odore di cinque-uomini-adulti-che-condividono-una-stanza-troppo-piccola-senza-aria-condizionata-in-un-clima-tropicale. Con un aggravante: la presenza a pochi isolati di un quartiere noto come Little India e dei suoi ristoranti a buon prezzo, il ché fa di loro cinque-uomini-adulti-che-mangiano-cibo-speziato-e-condividono-una-stanza-troppo-piccola-senza-aria-condizionata-in-un-clima-tropicale.
E’ un dato di fatto: cibi diversi hanno diversi modi per riproporsi al consumatore; le vie del cibo indiano sono infinite e se assunto con costanza ha la sorprendente capacitá di cambiare la composizione chimica del sudore. Provato sulla mia pelle.


Quel che succede in genere é che mi vengono concessi privilegi e carinerie che un po’ mi fanno tenerezza: ti portiamo qualcosa da mangiare? Decidi tu quando spegnere la luce. Punta pure il ventilatore fisso su di te… devo dire che in realtá mi sono sempre trovata bene e questo é molto piú importante dell’odore.
Solo mi fa ridere il pensiero che questo sará uno dei ricordi piú intensi del mio breve passaggio in Malesia, riportato alla mente con la potenza evocativa dell’olfatto, una strana versione della madelein proustiana.

Wednesday, March 20, 2013

I pirati della Malesia

Kota Kinabalu (Malesia), 7 marzo 2013

Due cose noto arrivata in Malesia. La prima e’ che i pullman vengono fermati ogni poche ore e controllati passeggero per passeggero da poliziotti armati di mitra (o qualunque cosa siano); e questo e’ strano. Per essere qui, almeno. In Congo e’ normale che un qualunque ufficiale si tenga a spalle l’artiglieria pesante anche solo per stare fermo a un semaforo a controllare il traffico, ma qui non ho mai visto nulla del genere. Strano anche il fatto che qualcuno venga quasi sempre risparmiato dal controllo dei documenti e che quel qualcuno sia sempre io. O cercano una persona che non mi somiglia per niente o devo davvero iniziare a considerare l’idea di passare ad attivita’ piu’ redditizie, come il narcotraffico, perche’ non mi controllano davvero mai… va be’…
La seconda cosa che noto andando a fare immersione all’isola di Mabul e’ che una volta arrivate a destinazione, le barche, tutte le barche, issano una bandiera blu. E intanto motoscavi della polizia circolano minacciosamente attorno all’isola come pescicani… strano anche questo, ma non lo trovo sufficientemente allarmante da chiedere informazioni. Mi libero della sensazione che stia succedendo qualcosa dicendomi “Non pensavo che la Malesia fosse cosi’ militarizzata!” e continuo con spensieratezza la mia visita nel Sabah.


A detta di molti, il Sabah e’ la regione piu’ bella della Malesia. Sara’. Ma io continuo ad avere la sensazione di star mangiando qualcosa che non mi va di mangiare giusto per non sprecarlo, perche’ non e’ sufficientemente buono da gustarmelo ne’ sufficientemente cattivo da evitarlo… come le melanzane, appunto. Con questo non voglio dire che il Sabah sia un brutto posto, il problema e’ tutto mio, me ne rendo conto. Qui ce n’e’ per tutti i gusti: dalla foresta pluviale del Borneo (che se si va avanti cosi’ diventera’ il Palmeto del Borneo, vista la quantita’ di palme da olio che vengono piantate, ma questa e’ un’altra questione…) alle spiagge bianche, monti, isolette, oranghi e scimmie varie… ma io ho troppa voglia di tornare in Indonesia per apprezzare davvero il posto in cui sono ora. E dopo due settimane, pianifico un’altra fuga.
Sulawesi e’ un’isola indonesiana a due passi dal luogo in cui mi trovo (relativamente) ed e’ uno dei posti che vorrei visitare. Nulla di piu’ semplice: basta prendere una barca ed e’ fatta. Certo, io la faccio sempre facile! Ma piu’ cerco e ricevo informazioni, piu’ mi rendo conto che facile non e’ e mi si fa luce sui motivi di cotanta polizia e controlli.
Pare che Jamalul Kiram III, Sultano del Sulu, nel sud delle Filippine, abbia deciso di reclamare parte del territorio del Sabah, un tempo appartenente alle Filippine. Soldati filippini hanno iniziato a sbarcare clandestinamente sulle coste malesiane, alcuni sono stati scoperti all’arrivo, altri sono riusciti ad entrare nel Paese e confondersi tra la popolazione, tra l’altro composta da un alto numero di immigrati filippini a cui pare il governo non abbia mai facilitato particolarmente l’integrazione e che si teme possano ora decidere di non facilitare particolarmente il governo e collaborare con “gli invasori”. Pochi giorni fa ci sono stati i primi scontri armati. Nulla che abbia interessato i civili, ma il clima non e’ dei piu’ rilassati.
Prima mi sposto a nord, dove la situazione e’ tranquilla, poi decido di tornare a sud e prendere la nave prima che le cose si mettano male davvero… impacchetto il mio zaino, esco in strada e parto. Faccio duecento metri e torno indietro. I giornali parlano di altri scontri, strade verso sud chiuse al transito, barche ferme per l’alto rischio di attacchi in mare… ok, pare che le cose si siano gia’ messe male davvero. Spreco ore a cercare un’alternativa, un volo, ma non trovo nulla. Ecco, sono bloccata di nuovo! 


Ma dico io, buon Jamalul Kiram, Sua Maesta’, secoli di silenzio e proprio ora dovevi fare tutto sto casino?? Non potevi startene bravino per un paio di settimane ancora e lasciarmi passare? Che io non chiedo altro: passare. E invece no. Un’ora di barca e sarei gia’ salva oltre al confine indonesiano, salirei su una nave indonesiana e me ne andrei in Indonesia senza dar fastidio a nessuno, ma no, non si puo’ fare, quell’ora di barca e’ troppo pericolosa. Mannaggia. Un po’ mi spiace: mi ero fatta una bella idea di Sulawesi, ma in fondo l’Indonesia e’ composta da piu’ di diciassettemila isole, credo di poter trovare un’alternativa, insomma…
Dopo aver abbandonato definitivamente l’idea di raggiungere Sulawesi, vado a cena in uno dei tanti ristornti cinesi che costeggiano le strade di Kota Kinabalu, vicino al porto. Al tavolo di fianco al mio sono seduti quattro poliziotti in divisa. Li osservo per un po’ e improvvisamente mi sento addosso tutto il peso e il dipiacere che questa situazione comporta. Le notizie dicono che nei prossimi giorni si concentreranno ulteriormente le forze a sud della regione, come e’ ovvio che sia. Che peso diverso hanno gli stessi eventi su persone diverse: su di me che me ne vado in giro con la macchina fotografica al collo, su chi sta seduto in Italia e non ne sa nulla, su un sultano nel sud delle Filippine, su questi quattro ragazzi in divisa, su altri ragazzi a poche ore di barca da qui, sui filippini in Malesia che sicuramente avrebbero fatto a meno della diffidenza del resto della popolazione, sulla popolazione che sicuramente avrebbe fatto a meno della paura… che tristezza.

Il Sultano del Brunei


  
Bandar Seri Begawan (Brunei), 23 febbraio 2013

Arrivo in Brunei con un unico obiettivo: andarmene. Correre e lanciarmi oltre la frontiera malesiana come un battitore di baseball sull’ultima base, prima che i miei risparmi risentano eccessivamente degli ultimi errori strategici.
Ci provo. Arrivata in centro citta’ vedo un pullman per una certa Miri. “Dov’e’ Miri?” chiedo all’autista “In Malesia” mi dice, “E’ sulla stessa strada per Kota Kinabalu?” “Si’!” salgo. Dopo alcuni chilometri, prendo un depliant dalla tasca del sedile di fronte a me e lo apro. Toh, guarda: una cartina! Qui c’e’ Kota Kinabalu e Miri rimane esattamente… oh no, no! “Fermate il pullman!!” Scendo.
Me lo sentivo che non sarebbe stato cosi’ facile. Non e’ che stessi andando nella direzione sbagliata in realta’: se avessi continuato su quella rotta per un pezzetto, ad un certo punto sarei arrivata a Kota Kinabalu, passando per l’Africa Centrale, il Sud America, le isole del Pacifico e poi la Malesia di nuovo. Ma credo che il mio primo tentativo di fuga debba comunque considerarsi fallimentare.


Torno in centro a testa bassa, trovo una stanza senza le maniglie d’oro e studio un secondo piano di fuga per domani all’alba.
L’indomani, poco dopo il richiamo dell’Iman alla prima preghiera del mattino, sono in reception con lo zaino in spalla a consegnare la chiave della stanza per andarmene.
“Oggi e’ la nostra Festa Nazionale!” mi dice sorridendo la ragazza seduta dietro al bancone. Ripenso al fatto che l’ufficio informazioni turistiche ieri era chiuso perche’ era un venerdi’, sarebbe stato chiuso il giorno seguente per via della Festa Nazionale e quello successivo ancora in quanto domenica; ripenso alle quattro ore passate ad aspettare un autobus per il centro citta’, la cui circolazione e’ limitata per via della Festa Nazionale; ripenso al fatto che non ho trovato posto nella guest house piu’ economica: tutto riservato per la Festa Nazionale; ripenso alla moschea di cui non ho potuto visitare l’interno perche’ stavano sbrigando i preparativi per la Festa Nazionale… guardo la ragagazza dietro al bancone “Si. Lo so.” le dico solo. “Non vai alla parata? Oggi puoi vedere Sua Maesta’!” …aspetta un attimo… l’hai detto sul serio?! Ho sentito bene? Hai usato le parole Sua Maesta’?? Lo chiamate davvero SUA MAESTA’??
Io credo che se nel 2013 la vita ti da’ la possibilita’ di vedere uno che viene chiamato Sua Maesta’, allora e’ peccato mortale lasciarsi scappare l’occasione! Il mio piano di fuga puo’ attendere qualche ora. Il Sultano del Brunei no. Poso lo zaino e corro in strada.

Tutte le strade del centro, dove ieri sfilavano silenziosi macchinoni lucidi, oggi sono chiuse al traffico e le corsie sono invase da una folla in festa che sventola bandierine gialle. Sono tutti elegati e si spostano di qua e di la’ corricchiando, si ha la sensazione che stia per succedere qualcosa ad ogni angolo. Macchine fotografiche, bandiere, uniformi… c’e’ una bella atmosfera, me la godo proprio. Vengo anche intervistata da una televisione locale.
Dopo qualche ora il corteo prende forma e parte: un interminabile serpente di gente si snoda lungo la strada e inizia a sfilare tra la musica della banda, gli applausi della gente e gli scatti dei fotografi. C’e’ una rappresentanza di tutti i corpi delle forze armate, degli studenti, dei lavoratori, di gruppi che non ho idea di come classificare, ma ci sono; il risultato e’ che sono piu’ le persone in divisa o uniforme che quelle a guardarle sfilare. Non riesco a smettere di immaginare il Sultano che cammina nervosamente dietro a delle tende color porpora, qualcuno gli si avvicina con riverenza e gli dice: “Sua Maesta’, e’ ora, il popolo Vi attende!” e rido, rido perche’ probabilmente e’ successo davvero!

 

La processione termina all’interno di una sorta di stadio dove la gente importante e’ seduta sulle scalinate; il popolo saluta Sua Maesta’, Sua Maesta’ saluta il popolo.
E ci sono anch’io! Divertita e felice per le prime ore, poi stanca e accaldata, alla fine anche un po’ stufa. Il sole e’ ormai alto e spietato, sono in giro dall’alba e non dimentichiamo che devo scappare oltre frontiera… meglio andare.
Caro Brunei, e’ stato un piacere, davvero, ma finisce qui!

Thursday, February 28, 2013

Alle volte le melanzane si mangiano

Scalo all’aeroporto di Kuala Lumpur (Malesia), 21 febbraio 2013

Tempo scaduto. Sebbene non abbia alcuna intenzione di andarmene, il mio visto indonesiano e’ prossimo al termine e questa volta non mi e’ piu’ possibile estenderlo: devo lasciare il Paese.
Poco male. Mi faccio l’idea di volare in Timor Leste, passarci un po’ di tempo e da li’ rientrare in Indonesia. Mi pare un buon piano. Senonche’, al momento di comprare il biglietto scopro che i prezzi sono lievitati andando oltre alle mie possibilita’ e mi vedo costretta a ripiegare sul piano B. Che, neanche a dirlo, non ho.
Chiariamo la mia posizione: non e’ che non mi possa permettere ora di comprare quel biglietto, ma significherebbe dover rinunciare in futuro a un pezzetto di cammino; la dimensione dei miei risparmi in banca e la durata di questo viaggio sono inversamente correlate: ok puntare il dito a caso sul planisfero, ma un minimo di valutazione e’ necessaria. Ci sono Paesi o spostamenti che non mi posso permettere (a meno che non sia proprio il Paese dei miei sogni, ma non e’ questo il caso).


Dunque, causa biglietto aereo, il Timor Leste e’ tagliato fuori.
Piano B: google map, skyscanner, vediamo… in Malesia non ci voglio andare per partito preso; non si mangiano le melanzane e non si va in Malesia, e’ cosi’. Singapore e Australia: al di fuori del mio budget, al di fuori dei miei interessi, al di fuori del piano B. Papaua Nuova Guinea e Filippine: complicazioni per il visto per la prima, biglietto troppo caro per entrambe… maledizione, sono bloccata!
Ma aspetta un attimo… cos’e’ quello? Quel puntino microscopico sopra la Malesia… ingrandisci, ingrandisci… Brunei. Bo. E chi l’ha mai sentito?? Vediamo: visto all’arrivo, volo addirittura in offerta… eccolo il mio piano B! Quattro click e compro il biglietto. Si va in Brunei! Yuppi!!
Brava che sono. Mi si mette di fronte un problema e, clicca qui, clicca li’, in un attimo te lo risolvo. Brava, brava, brava!
Brunei dunque. Eppure il nome mi dice qualcosa. Brunei. Qualcosa tipo… qualcosa tipo IL SULTANO DEL BRUNEI, Nicole??! O qualcosa tipo palazzi d’oro e pozzi di petrolio?? Uno degli stati piu’ piccoli e piu’ ricchi del mondo!! E non potevi permetterti il Timor Leste? Quanto vuoi che costi un albergo in Brunei? Gia’ mi ci vedo: “Non avete per caso una stanza un po’ piu’ economica? Chesso’, una senza le maniglie d’oro magari…” Oh no. Oh no!! Che cosa ho fatto?? Alla faccia del minimo di valutazione. Stupida, stupida, stupida idiota!
Provo a farmi rimborsare il biglietto e quasi mi ridono in faccia.
Passo i due giorni prima della partenza consumata dall’urgenza di dover trovare un’alternativa e dalla completa incapacita’ di prendere una decisione.
Ma a quindici ore dalla partenza del mio volo, quando ancora mi chiedo se salire sull’aereo o meno, mi arriva un messaggio che recita cosi’: “Ciao, come va? Ancora in Indonesia? Io sono a fare immersione nel Sabah” Il Sabah: la regione all’estremo est del Borneo Malesiano, raggiungibile via terra dal Brunei… credo di aver trovato il mio piano C!
Quindici ore dopo, decollo.

Bahasa Indonesia e Marilyn Monroe




Jakarta (Indonesia), 18 febbrio 2013

Giudico la diversita’ linguistica un’immensa ricchezza, ma spero che arrivi presto il giorno in cui tutti possiederanno anche una chiave linguistica comune, che permetta ad ognuno di comunicare globalmente con chiunque altro.
Che si tratti dell’inglese o dell’aramaico a mio avviso fa poca differenza, ma se proprio dovessi scegliere, per dire, se si facesse un referendum per decidere quale debba essere la lingua universale, il mio voto andrebbe all’indonesiano (lo so che in Malesia e Singapore la lingua e’ quasi la stessa, ma in Indonesia ha un suono piu’ dolce).
Voterei l’idonesiano per la sua semplicita’. Sicuramente ci sono differenze che io non conosco tra quello parlato per strada e quello usato nei circoli letterari, ma almeno nel suo livello base si tratta in generale di una lingua piuttosto semplice dal punto di vista grammaticale, lessicale e anche fonetico (sono chiaramente condizionata dall’italiano, soprattutto per quanto riguarda la fonetica).
Mi piace innanzitutto perche’ funziona per campi semantici. Ad esempio: STRADA si dice jalan. STRADA, VIA, SENTIERO, ANDARE, PASSEGGIARE, BUON VIAGGIO, si traducono rispettivamente jalan, jalan, jalan, jalan, jalan-jalan, salamat jalan.
Per quanto riguarda la grammatica, prendiamo la formazione del plurale: a meno che non si sappia il numero esatto o si usino quantificativi tipo tanti, un sacco di, un fottio, ecc.. basta ripetere la parola. FIORE: bunga. FIORI? bunga bunga. PERSONA: orang. GENTE? orang orang.
E i verbi. Uno a caso: DORMIRE. All’infinito diventa tidur. Alla prima, seconda e terza persona singolare e plurale dell’indicativo presente rimane tidur. Congiuntivo imperfetto, trapassato prossimo, futuro anteriore, gerundio presente: tidur.


Posso immaginare che tutto questo porti delle complicazioni se rapportato ad altre lingue, mi chiedo ad esempio come facciano a tradurre Schopenhauer o anche solo una Carmen Consoli, per non andar troppo lontano; ma di per se’ l’indonesiano funziona ne’ meglio ne’ peggio della piu’ complessa delle lingue.
E oltretutto non manca di poesia. Adoro il fatto che si usi la stessa parola per MESE e LUNA: bulan. O che SOLE si traduca matahari, che non e’ altro che un composto di mata, OCCHIO, e hari, GIORNO: l’occhio del giorno. Oppure (questo e’ geniale!) NEO: tailalat; dove lalat significa MOSCA e tai, CACCA.
Non posso impedirmi di pensare a cosa sarebbe accaduto a Marilyn Monroe se ai suoi tempi l’indonesiano fosse gia’ stato la lingua universale (come ben presto sara’). Avrebbe avuto tutto il successo che ha avuto? Sarebbe stata eletta a sex symbol? Avrebbero scelto lei per cantare Happy Birthday Mr President a Kennedy? Con quell’enorme tailalat sulla faccia?? Non credo proprio…

Wednesday, February 27, 2013

Bevi tanti succhi di frutta



Labuan Bajo (Indonesia), 10 febbraio 2013

Una sera mi sono addormentata congratulandomi con il mio sistema immunitario per avermi protetta con incredibile efficienza durante questo viaggio. Sono una fortezza inespugnabile! Bravi i miei soldatini bianchi! Bravi davvero, che se dopo tutto questo tempo posso lamentarmi di soli due giorni di disordini gastro-intestinali disabilitanti, allora e’ proprio il caso di farseli due complimenti!
Credo che il mio subconscio ne sapesse gia’ piu’ di quanto ne sapessi io, se mi ha indirizzata verso questi inusuali (quanto insulsi) pensieri. Fattosta’ che il mattino seguente mi sono svegliata con la febbre.
Oggi, al quinto ma-si’-domani-mi-passa inatteso, ho ritenuto opportuno porre fine alla suspence del toto-febbre (sara’ malaria, dengue o febbre gialla??) e trascinarmi in ospedale per una diagnosi. E, possibilmente, una cura.


Il bello di avere una madre africana e’ che davvero poche cose riescono a metterla in allarme (e in ventisei anni ancora non mi sono fatta un’idea di quali, ma qualcuna ci sara’).
“Halo?”
“Ciao mamma!”
“Oh, ciao! Come stai?”
“Ho il tifo”
“Bevi tanti succhi di frutta. Puoi richiamarmi piu’ tardi…?”
Mi rassicura sapere che qualunque problema la vita mi mettera’ di fronte, lei non lo aggravera’ del peso di dover gestire la sua ansia a riguardo. Dico sul serio.
Dunque, nonostante la vaccinazione antitifoidea, pare che abbia questo nuovo indesiderabile compagno di viaggio. Nulla di esilarante a dire il vero: ho proprio solo la febbre. Devo ammettere che, in questo clima in cui gia’ normalmente il corpo si dispera cercando in ogni modo di perdere calore, avere la febbre non e’ spassosissimo. Ma non mi limita nelle mie attivita’ quotidiane –tipo usare il filo interdentale- e non –tipo finire un corso di immersione-.


Proprio cosi’: immersione. E, voglio dire, se non qui, dove??
Qui si incontrano le acque del Pacifico e dell’Indiano, le cui correnti portano a mischiarsi acque di temperature e caratteristiche differenti, che creano un ecosistema ideale per specie dalle esigenze diverse. Il che’ significa ampia biodiversita’: tanti microrganismi, quindi tanti pesci piccoli, quindi tanti pesci grossi… c’e’ cibo per tutti.
I fondali sono straordinariamente ricchi e di una bellezza sorprendente, almeno per me, che a piu’ di tre metri di profondita’ non ci avevo mai messo il naso. E comunque i tre metri erano in piscina.
Ogni immersione mi meraviglia con la maestosita’ delle mante, l’eleganza degli squali, l’assurda faccia dei pesci palla e i colori, i colori dappertutto… poi esco dall’acqua, devo togliere tutta l’attrezzatura, e’ tutto bagnato, ho freddo, mi scappa la pipi’, ho il tifo (scusa se e’ poco), e mi chiedo se ne valga la pena… poi mi rituffo, colori, colori dappertutto e li’ si’, li’ ne vale indubbiamente la pena.


Puro pensiero





Ruteng (Indonesia), 4 febbraio 2013

Diciamolo, Flores e’ proprio bella. Di una bellezza autentica data dal fatto di non essere stata completamente soggiogata dall’uomo. Non ancora, perlomeno.
Certo, ci sono delle infrastrutture che fanno si’ che sia un’isola abitabile secondo gli standard del nostro secolo; ma la natura ha ancora la meglio e l’atteggiamento piu’ diffuso (fanno eccezione le poche citta’) e’ quello di adattarsi alle sue regole piuttosto che imporre la proprie. Sulla costa si vive in case di bamboo perche’ se proprio deve arriare uno tzunami, e’ meglio non avere del cemento che ti cada addosso; in alte zone le abitazioni sono costruite secondo la logica, basta che tenga fino alla prossima eruzione;



 le strade non sono piu’ larghe del minimo indispensabile e la foresta se le ingloba ogni giorno di piu’, fino a divorarne un pezzetto franandoci sopra o scavando dal basso… tutto e’ matenuto a un livello piuttosto basico perche’ tutto va comunque continuamente ricostruito partento quasi da zero.
Le citta’ (la maggior parte delle quali considerabili paesi) in cui l’uomo e’ riuscito ad affermare il proprio spazio spttraendolo ad una natura incontenibile, si possono davvero contare sulle dita della mano destra: Maumere, Ende, Labuan Bajo, Larantuka, Ruteng, Bajawa… be’, un piccolo prestito dalla sinitra.
Durante gli spostamenti in bus o in bemo, su questi saliscendi di strade soffocate dal verde, guardo fuori dal finestrino per non perdere i momenti in cui il fogliame si apre e si vedono i profili delle colline come le pieghe di una coperta su un letto disfatto, volendo prendere in prestito un’immagine di Krakauer, che si allungano fino a tuffarsi nel mare. Guardo fuori dal finestrino e penso.


Se fossi puro pensiero, partirei dal centro del cratere dell’Egon Volcano, che ribolle in attesa del prossimo via, mi lancerei verso il cielo tra i fumi come una bomba vulcanica e poi giu’ in picchiata come un rapace; attraverserei cosi’ la foresta, dove tronchi altissimi spingono rami a cercare la luce oltre il fitto fogliame piu’ basso; sfreccerei tra la caotica geometria delle foreste di bamboo e sempre piu’ giu’, tra le foglie di lama dei palmeti e poi, di colpo, luce. Un bagliore di sabbia bianca e tenue azzurro. Ma proprio solo un attimo. Poi solo blu intenso. Fino alla fine.


Un'economia in fumo



Maumere (Indonesia), 1 febbraio 2013

Fumano. I maschi fumano tutti. Fumano in faccia ai bambini e ai neonati. Alcuni mentre inalano l’ultimo tiro allungano la mano sul pacchetto per prendere la sigaretta successiva. In vita mia non ho mai visto nessuno fumare cosi’ tanto e non ho mai visto cosi’ tante persone fumare. Per questo, e lo dico col cuore in mano, in alcuni momenti sprofondo in una tristezza soffocante che mi arriva a vampate proprio come il fumo che respiro.
Non credo di essere mai stata paranoica rispetto al fumo, chi mi conosce giudichi da se’, ma questo e’ diverso. Questa non e’ piu’ la scelta consapevole del singolo: qui si sta consumando un crimine.