Friday, January 18, 2013

Ibu e Ayah



Yogjakarta (Indonesia), 4 gennaio 2013

Devo fare pena quando arrivo alla guest house che avevo premurosamente prenotato online e accolgo con un “non importa” la notizia che la mia stanza e’ stata data a qualcun altro. E va be’, posso mica chiedere che sbattano fuori un’altra persona. Ma devo fare davvero pena perche’ Ibu e Ayah decidono di aprirmi la porta di casa loro. “Nostra figlia sara’ felice” decidono.
Ibu e Ayah vivono in una casetta isolata, la porta d’ingresso si affaccia sulla strada, quella sul retro sui campi di riso che riflettono il cielo. C’e’ un che di fiabesco, la casa e’ piccina, sospesa tra le nubi, immersa in un gracchiare di ranocchie. E’ adorabile.
Ibu mi fa trovare in bagno una bacinella d’acqua calda con cui lavarmi. Il bagno e’ una cabina esterna in cemento nudo; c’e’ una vasca cubica in muratura piena d’acqua e un secchiellino con cui versarsela addosso; c’e’ un cestino di plastica vedre inchiodato alla parete con dentro tre spazzolini, un sapone e delle bustine monodose di shampoo. 



Non vedendo altra alternativa, faccio pipi’ per terra, il piu’ vicino possibile al buco di scolo, e verso abbondanti scodellate d’acqua per sciacquare. Mi chiedo come facciano per “quella grossa”. Solo a danno compiuto mi rendo conto che c’e’ una turca, perfettamente nascosta sotto la bacinella d’acqua calda e mi sento terribilmente in colpa. Brava Nicole! Questi ti ospitano in casa loro e tu cosa fai? Gli pisci nella doccia!! Complimenti!
Quando esco dalla doccia Ibu mi ha preparato la cena e Retno, la figlia ventitreenne, ha chiamato la sua amica con l’inglese migliore per intrattenermi. Sono stanca, ma cerco di non darlo a vedere perche’ pare che ognuno stia facendo del proprio meglio per… be’, per me. Cosi’ accetto anche quando Ayah si offre di accompagnarmi al tempio di Borobudur svegliandoci alle quattro del mattino per esser li’ all’alba.


Non e’ la mia sveglia a darmi il buongiorno, ma il canto dell’Imam piu’ triste del mondo che chiama alla preghiera nella moschea vicina. Salgo sul motorino che e’ ancora buio, il giorno si sveglia pian piano e l’umidita’ della notte si alza lenta dai campi velando il paesaggio di bianco. Che meraviglia. Nessun tempio potra’ mai eguagliare la bellezza di quest’alba. Vedo la mia faccia riflessa deformemente sul casco di Ayah. Che orrore. Ho gli occhi gonfi, il destro piu’ del sinistro, e uno sguardo vuoto, sono uno sfacelo… ma sono felice. Per l’alba, per il tempio, per essere stata accolta con questo calore da persone di cui non conosco neppure il nome. Ibu e Ayah sinificano Mamma e Papa’. Cosi’ si sono fatti chiamare, cosi’ li ho chiamati.
…e io, ingrata, gli ho pisciato nella doccia… mannaggia, mannaggia a me…

Monday, January 7, 2013

Il pacco postale



Bandung (Indonesia), 2 gennaio 2012

Sono arrivata a Bandung, famosa per l’outlet e per la presenza di crateri vulcanici non molto distanti dalla citta’. Tutte le persone con cui ho parlato in precedenza mi han detto che non ci sono mezzi pubblici per raggiungere i vulcani e che e’ necessario affittare un’auto. Bugia. I mezzi pubblici ci sono, basta cercarli. Mi avevano consigliato di scegliere una guest house che si occupi di organizzare servizi turistici in modo che possa aiutarmi ad affitare una macchina. La mia guest house si limita ad organizzare il cambio delle lenzuola e la pulizia dei bagni, per cui non ha problemi a darmi informazioni corrette e disinteressate. Al mattino porgo in reception un foglietto con scritto il nome del posto in cui voglio arrivare e me lo restituiscono con i nomi delle fermate in cui devo cambiare autobus. Poi esco in strada e gioco al pacco postale. 


Gli autobus non sono proprio autobus, ma minivan colorati e le fermate non sono proprio fermate ma alle volte stazioni degli autobus (dei minivan) oppure qualunque posto in cui uno faccia cenno all’autista di fermarsi. Ovviamente i colori dei minivan hanno un significato che io non conosco. Il primo che fermo e’ sempre giallo. 


Porgo all’autista il mio foglietto e via, pacco imbucato. Da li’ vengo sballottata di qua e di la’ senza che ci capisca in realta’ granche’; mi fan cenno di salire, di aspettare, di scendere, mi fan capire che e’ il minivan sbagliato, fermano per me quello giusto… guardo quanto pagano gli altri e pago di conseguenza, se tutti scendono scendo anch’io e vedo cosa succede, perche’ siamo scesi? Pare che il minivan sia rotto. Ne arriva un altro gia’ pieno oltre al massimo possibile e la gente ci si infila dentro davanti ai miei occhi increduli… come fanno a starci?? Sembra quello sketch in cui continuano ad uscire persone dalla portiera aperta di un’auto piccolissima. Solo che l’auto e’ inquadrata solo a meta’. Qua no. Nessuno esce dall’altra parte, si stanno davvero ammassando buttandosi gli uni sugli altri, persone e bagagli… io aspetto il prossimo. Che non ho mica fretta.

Jakarta



Jakarta (Indonesia), 30 dicembre 2012

E’ ancora Franck a farmi da quida, ma questa volta per le vie recondite di Jakarta.
In questo quartiere chiamato Gang, le case sono ammassate lungo i canali che drenano l’acqua nera fuori dalla citta’. Si e’ alzato il vento, qualche oretta ancora e poi piovera’; la gente sta seduta davanti alle case a godersi il vento fresco che precede il diluvio. 


Gli adulti ci fermano per chiacchierare, chi mangia ci offre il cibo dal proprio piatto. I bambini giocano con aquiloni, si rincorrono nei vicoli; ne incontro uno che tiene in braccio uno Slow Loris a cui manca un occhio e me ne innamoro. E’ diventato il mio animale preferito, con quegli occhietti (quell’occhietto) terrorizzati e le manine che ti si appendono dapperutto. E poi, che nome buffo!


Se c’e’ una cosa che ho capito e’ che gli indonesiani, in generale, adorano essere fotografati. Cammino con la macchina fotografica al collo e anche qui, come a Ciampea, la gente mi chiede di essere fotografata. Io non e’ che sia proprio la regina dello scatto spigliato, per cui qui e’ una pacchia! Tengo la macchina ben in vista e quando vedo soggetti interessanti inizio ad accarezzarla e a guardarli con occhi maliziosi. Andiamo, so a cosa stai pensando, non fare il timido, chiedimelo su’, lo so che lo vuoi… “Miss! Photo!! Photo!!” …eeh sse proprio deeevo…

La sera vado a perdermi di nuovo, questa volta da sola. A dieci minuti a piedi dal quartiere in cui sono stata con Franck, ci sono grattacieli futuristici che si riflettono gli uni sugli altri. Gente ben vestita esce da taxi o macchinoni lustri e si infila incentri commerciali dai prezzi per me proibitivi. Del temporale del pomeriggio non restano che nuvoloni arrabbiati che diventano sfumature di grigio e blu sugli specchi dei grattacieli. Scatto qualche foto e all’improvviso qualcuno in lontananza batte la mani e chiama per attirare la mia attenzione. Ecco, mi han beccata, sta a vedere che sto fotografando gli uffici del ministero di chissachecosa e non si puo’ e ora mi sgridano e mi fanno la multa e… “Hey! Hey Miss!!” alzo lo sguardo. E’ un operaio a chiamarmi “Miss! Photo! Photo!!” …se proprio devo…

Come in Congo


Ciampea (Indonesia), 29 dicembre 2012

Passo il weekend a Ciampea, il villaggio natale di Jeni. Villaggio fino a qualche anno fa, ora si e’ trasformato in un paese neanche tanto piccolo, dove nuove abitazioni crescon come funghi. “Questa e’ nuova. Quella pure. Quella fino all’anno scorso non c’era” mi spiega Franck, mentre mi guida in una passeggiata lungo la stradina che attraversa il paese. Lo ascolto attenta, lo seguo nei sentieri che si perdono tra i campi, la sua voce pacata mi racconta i raccolti degli anni passati, la rotazione delle piantagioni “Qui l’anno scorso era riso, quello prima tapioca”.


E’ stagione delle piogge, il cielo e’ sempre sull’orlo del pianto, ma riesce quasi sempre a trattenersi fino al pomeriggio; nell’aria si percepisce quell’energia concentrata da bassa pressione e la terra e’ un’esplosione incontenibile di verde. Mi ritrovo a ripensare a mio zio Manos, a quella volta che per spiegare quanto e’ ricco il Congo non ha parlato dei diamanti, dell’oro o del coltan, ma ha detto soltanto: “In Congo, se ti cade un seme, cresce una pianta”.
La casa ha due stanze, ma Jeni mi invita con una certa insistanza a dormire con loro. Non ne vedo il motivo, ma non mi oppongo. Poi da quel che dice credo di capire che non vuol che dorma da sola per via dei fantasmi. Cosi’ dormiamo tutti assieme in una sola stanza, su materassi posati a terra, nella notte afosa popolata di zanzare, animali notturni e spiriti. Proprio come in Congo.

La mia Lonelyplanet

Jakarta (Indonesia), 25 dicembre 2012

 Se hai tempo e liberta’ di movimento, la cartina dell’Indonesia ti manda fuori di testa. Isole, isolette e puntini di terra sparpagliati qua e la’ come briciole di cracker su una tovaglia azzurra. Come si fa a non desiderare di vederle tutte? Di saltare dall’una all’altra con eleganti balzi da ballerina? Adesso, subito, andare dappertutto… No Nicole, resisti, che dappertutto non si puo’, non basta una vita. Non partire a caso, non far cazzate: aspetta che si sviluppi un’idea. Ok, temporeggio. Ed ecco che tutto succede.
Prima conosco Tony che, entusiasta di mostrare la propria citta’, mi carica sul suo motorino e mi presenta Jakarta, arricchisce le didascalie al museo nazionale, dove la gente va a godersi il fresco sedendosi e sdraiandosi a terra, mangiando e chiacchierando, e quasi ci si dimentica di essere in uno stanzone sotterraneo e ci si sente come ad un grande picnic su un prato il lunedi’ di Pasquetta.
Poi succede che mi fermo a chiacchierare per strada con un gruppo di persone e in mezzora Franck e Jeni, una coppia franco-indonesiana, mi invitano al villaggio natale di lei; Pamela, una ragazza newyorkese trasferitasi in Indonesia da diversi anni, riesce ad inculcalmi con un’abilita’ tipo Inception il desiderio di raggiungere un’isola in particolare; e Jhorgi, un ragazzo della mia eta’ meravigliosamente tamarro decide che deve scarrozzarmi in giro con la sua macchina nuova per farmi vedere Jakarta by night, cosi’ mi ritrovo a girare tra in grattacieli illuminati in un’auto con i lampeggianti blu, le casse nel bagagliaio che vibrano come tamburi e un piccolo schermo sul cruscotto su cui ragazze in bikini sculettano sulle note di Whistle dei Flo Rida. Jhorgi mi chiede mille volte se ho sete e se dico di si’, in un attimo mi ficca in mano una bottiglietta d’acqua. E se dico di no, in un attimo mi ficca in mano una bottiglietta d’acqua. Perche’ bere fa bene, mi dice. E le proteine fanno bene, e mi compra un sacchettino di piccole uova di uccello sode. E devi provare il cibo indonesiano, e compra e mi rifila qualunque cosa. “Indonesian good people!” mi dice “Are you glad?” “Well… yes… I suppose” “If you are glad, I am glad!” Grattacieli, lampeggianti blu, whistle baby, whistle baby.


Ma il mio preferito, il migliore di tutti, e’ Bobby. Artista e musicista per passione, Bobby fa il turno di notte nella guest house in cui sono ospite (non quella delle bestiole, l’ho cambiata!). Ho mandato all’aria il mio ritmo circadiano pur di rimanere qualche ora a disegnare con lui la notte e quando gli ho detto che vorrei andare a Flores, l’isola di cui e’ originario, gli si sono illuminati gli occhi e si e’ inciampato in una serie di “Davvero?? Davvero vuoi andarci? Oh, Flores e’… e’ cosi’… e poi la natura… e… no, devi vederla, devi vederla assolutamente!” mi ha offerto ospitalita’ da sua madre “Vive in una casa di bamboo, e’ semplice, ma se per te non e’ un problema puoi starci quanto vuoi”. Non ne abbiamo piu’ parlato, fino a pochi minuti prima che partissi: “Non mi sono dimenticato!” ha preso un pezzo di carta, ci ha scritto al centro un nome e una localita’ “Questo e’ il nome di mio fratello, se arrivi in paese chiedi di lui, lo conoscono tutti” poi, sull’angolo in alto a destra ha scritto “Questa e’ Nicole, viene dall’Italia. Se la incontri, servila” e ha firmato. E… non e’ bellissimo?? Saro’ scema io, ma lo trovo meraviglioso.



Thursday, January 3, 2013

Le bestiole nella testa (come iniziare bene)

Jakarata (Indonesia), 24 dicembre 2012

Quando atterro all’aeroporto di Jakarta, la mia preparazione non va oltre all’avere una vaga idea di dove si trovi Jakarta sulla cartina dell’Indonesia. Ma questo non e’ un problema: ho a disposizione abbondanti ore di luce per raccapezzarmi. Arrivo con un debito di sonno e di riposo considerevole. E anche questo non e’ un problema: basta trovare una sistemazione alla veloce, buttarcisi dentro e spegnersi fino ad avvenuta ricarica. L’unico vero problema sono i Queen. Perche’ se hai passato senza soluzione di continuita’ ventiquattr’ore in un treno indiano, poi trenta (record!) nella sala d’attesa dell’areoporto di Mumbay, poi non so bene quante di volo con un vicino logorroico che non ti ha permesso di chiudere occhio, allora e’ importante che ci sia una comunicazione lucida tra il corpo -che ha bisogno di riposo- e la mente -che deve affrettarsi a metterlo nella condizione di poter riposare-. Con i Queen questa lucidita’ si perde.
Arrivo in centro citta’, scendo dal pullman e anziche’ chiedere informazioni mi metto a camminare in una direzione a caso sotto il sole tropicale delle 13, lungo uno stradone chilometrico, con lo zaino pesante, perche’ sto ascoltando “Don’t stop me now”; ci sono le palme, ci sono i grattacieli, c’e’ Freddy, sono felice e commetto l’errore di sentirmi carica di un’energia che in realta’ non ho. Qundo me ne accorgo ed, esausta, mi decido a smettere di vagare a caso, sono troppo lontana da zone di interesse turistico per cui nessuno sa darmi indicazioni in inglese o capire cosa diavolo stia chiedendo. Questo mi rallenta di precchio, ma alla fine riesco a trovare una camera; e’ l’ultima rimasta (gia’ che e’ Natale!), e’ minuscola ma pur sempre una stanza, accetto, pago e mi ritiro con gioia “nei miei appartamenti”.
La solitudine amplifica tutto. Paura, tristezza, commozione… e’ piu’ facile prender tutto un po’ troppo sul serio quando si e’ da soli. Quando mi chiudo la porta alle spalle resto sola con i miei pensieri e subito mi convinco di una cosa.
Ci sono un sacco di leggende metropolitane che spopolano tra i viaggiatori, alcuni ne parlano, tutti ne hanno sentito parlare da gente che racconta in prima persona o in terza o anche in quarta e quinta alle volte. Una leggenda (che possa esser verita’ non e’ da dubitare; ma proprio in questo consistono le leggende metropolitane) e’ quella dei bagagli rubati dal bagagliaio del pullman durante un viaggio notturno; un’altra e’ quella di esser stati drogati a propria insaputa con qualche pastiglia sciolta nel bicchiere da cui si stava bevendo; un’altra ancora e’ quella delle cimici dei letti.
Sono sola in una stanza microscopica, ci sono un letto singolo, uno scaffalino, un ventilatore e basta, niente finestre, null’altro: di fatto solo io e il letto. Lo guardo. E ho la certezza: ci sono le bestiole. Non ho prove, ma me lo sento: ci sono le bestiole nel letto. Inizia una sorta di dialogo tra la mia razionalita’ e me, cerco di dirmi che “non c’e’ ragione per credere che ci siano le bestiole” “Ma potrebbero esserci!” “Avrebbero potuto esserci in qualunque materasso su cui hai dormito fin ora, ma non ci sono mai state” “Eh, ma questa volta ci sono!” “Cosa te lo fa credere?” “Eh, me lo sento!” “Perche’ te lo senti?” “Eh, no, non e’ che me lo sento: e’ che ci sono!” la mia razionalita’ riesce a convincermi a rimandare il problema e andare a mangiare… forse basta distrarsi un attimo per vedre le cose piu’ lucidamente.
Mangio, mi lavo, chiacchiero, uso internet, torno in stanza quasi convinta che non ci sia alcun problema; chiudo la porta, guardo il letto e… “Ci sono le bestiole” Turna?! Combattere contro le proprie convinzioni e’ dura, e’ come amputarsi un arto da soli, e’ troppo, non ne ho la forza ora. Cosi’ assecondo i miei deliri e la prima giornata in Indonesia si chiude con una stanza microscopica, un letto singolo intatto e una misera me buttata a dormire sui propri vestiti distesi a terra. 


Fa un caldo porco, ma punto il ventilatore verso il letto vuoto in modo da creare un flusso di corrente che impedisca alle bestiole di saltarmi addosso (si’ perche’ nel frattempo sono diventate dei mostri assassini pronti all’agguato) e come ulteriore misura preventiva copro ogni centimetro di pelle. Perche’ se c’e’ una qualita’, anzi, un superpotere di cui la natura mi ha generosamente dotata e’ quello di patire il freddo anche con quaranta gradi. Ed ecco che finalmente posso trarne vantaggio.

Un cattivo amante





 Cherai (India), 20 dicembre 2012 

Nonostante lo scarso tempo a disposizione, decidiamo di spostarci ulteriormente a sud per raggiungere Kate, la ragazza russa che assieme a Martin e ad Aritz ha fatto parte della mia “famiglia itinerante” per un pezzetto di strada.
Durante il viaggio in treno, ad un certo punto lascio il mio posto per andare in bagno, ne esco e lungo il corridoio trovo Martin in piedi di fronte alla porta aperta che fuma una sigaretta guardando fuori. “It’s beautiful here!” mi dice; io mi avvicino per guardare, lui si sporge per farmi spazio ma un piede gli scivola, perde l’equilibrio e vola fuori. Con un gesto atletico anche piuttosto elegante riesce ad aggrapparsi alla maniglia del treno, rimane a penzoloni qualche secondo, poi fa forza con le braccia, si tira su’ ed e’ di nuovo in piedi di fronte a me. Pallido. Io lo guardo e riesco a dire solo “Martin!!” con un blando tono di rimprovero, poi mi giro e torno a sedermi. Rimango un attimo in stato catatonico e rivedo tutta la scena e quando lui viene a sedersi di fronte a me ci guardiamo e scoppiamo a ridere. Rido fino alle lacrime. Uno dei momenti piu’ surreali della mia vita. Una scena tratta da un film d’avanguardia in cui dialoghi, azioni e reazioni non c’entrano nulla gli uni con gli altri. Uno fa un tiro di sigaretta, “bello qui!” e… hop! si lancia giu’ da un treno in corsa, senza urlare, senza sguardi di terrore, nulla; e la reazione dell’altra e’… di fatto nessuna, l’altra rimane assolutamente immobile, inespressiva, esterrefatta, non sussulta, non allunga una mano, nulla. E dopo che lui ha rischiato di morire, lei rompe il silenzio “Martin!” con lo stesso tono che userebbe con un bambino che abbia, chesso’, ruttato al ristorante, poi se ne va come se nulla fosse successo. E fortuna che non e’ successo nulla! Va be, andiamo dalla russa… 



Bello ritrovare qui Kate dopo averla salutata in Cambogia, fa sembrare il mondo un po’ piu’ piccolo. Veniamo ospitati nella casa che divide con due ragazzi russi, Ivan e Vladimir e per qualche giorno riscopro il piacere delle faccende di domestiche. Come cucinare, passare la scopa, fare la spesa… puo’ sembrare assurdo, ma mi mancava. Non che non sia mai entrata in un negozio a comprar qualcosa, ma mi mancava comprare il sale grosso, l’olio, il detersivo dei piatti… quelle piccolezze che fanno tanto casa. Non solo Martin ed io passiamo momenti interminabili a prometterci di cucinarci i nostri piatti forti con un entusiasmo quasi infantile, ma addirittura arriviamo a scattarci le foto al supermercato, mettendoci in posa davanti agli scaffali col carrello… momenti intensi!



Qui, nello stato di Kerala, consumiamo gli ultimi giorni in India alternano casa, spiaggia e compagnia di amici di amici. Dunque, e’ finita l’India. E forse posso azzardarmi a dire che e’ finita bene, tutto sommato. Ripenso ai primi giorni in questo Paese, cerco di mettere sui piatti della bilancia l’amore e l’odio… ma e’ come se fosse tutto amalgamato, fastidio intensissimo e ugualmente intensa ammirazione. Alla fine devo dar ragione a Paul, come sempre. Quando all’inizio mi lamentavo di quanta energia ti toglie questo Paese e mi chiedevo se ci sarei mai tornata, Paul mi ha detto “Hai ragione, l’India toglie tanto. Ma da anche tanto in cambio. Vedrai che alla fine deciderai di tornarci, perche’ l’India e’ come un cattivo amante: per quanto ti maltratti, ogni volta ti ritrovi a desiderare di rivederlo”.
E allora saluto il mio cattivo amante con la promessa di un addio che non sapro’ mantenere, Kate con un arrivederci, Martin con un “promettimi di non buttarti giu’ dai teni in corsa”. E continuo da sola. 

Tuesday, December 25, 2012

Sud



Hampi (India), 14 dicembre 2012

L’unico difetto della guest house in cui ho passato una settimana di soggiorno forzato a Delhi era che aveva le pareti molto sottili, per cui avere la propria camera o essere in uno stanzone unico con gli altri ospiti, i proprietari, i vicini e i passanti sarebbe stato grossomodo la stassa cosa. A livello acustico intendo.
La sveglia arrivava dalla strada, con il suo cescendo di traffico: prima un solista, poi qualche quartetto, in fine un’intera orchestra si clacson ti invitava ad abbandonare il sonno.  
Il buongiorno arrivava dai vicini che ti rendevano partecipe delle loro abluzioni quotidiane; la mia preferita, non che la piu’ potente: un risucchio agghiacciante, come se si stesse cercando di aspirarsi in bocca il cervello facendolo passare dalle coane, seguito da un sonorosissimo e liberatorio sputo.
Al ristorante della colazione, scelto per il rapporto qualita’-prezzo-distanza, alcuni topolini bianchi scorrazzavano tra i piedi dei clienti, ma bellini, piccoli come criceti; la clientela del ristorante della colazione non era certo del tipo che chiama l’ufficio d’igiene, anzi, chiamava i topi per nome. 


Lungo a strada tra guest house e ristorante, ristorante e guest house, tutta una serie di personaggi: sullo sfondo, il coro greco di negozianti senza nome che ogni pochi passi ti interrompevano discorsi e camminata per invitarti a parlare/guardare/comprare all’interno del proprio negozio. Poi sempre le stesse quattro facce degli incorreggibili ottimisti che ti si avvicinavano sussurrando per venderti qualsivoglia tipo di sostanza stupefacente; ottimisti perche’ nonostante si fossero sentiti dire di no quelle cinque volte al giorno per una settimana, continuavano a proporre, hai visto mai che uno improvvisamente cambi idea “Ma sai cosa? Oggi si’. Oggi un po’ di crack te lo compro!”. E poi c’erano personaggi piu’ delineati, come il ragazzo dei biscotti che ogni sera sbucava in strada con il suo carretto e da cui compravo la mia dose giornaliera di simil paste di meliga cotte sul momento in un forno a brace ricavato da un secchio di latta. 


O la Signora dello Sri Lanka, che girava ben vestita e truccata con un foglio di carta e una penna a raccogliere firme e offerte “per lo Sri Lanka” (?) e che ogni volta che le dicevo di no (cioe’ ogni volta) mi faceva una pernacchia alle spalle; le ho fatto il verso, lei l’ha trovato divertente e da li’ ogni incontro si e’ trasformato in uno spernacchiamento generale e grasse risate (sue); ben strana la Signora dello Sri Lanka.
Poi c’era il Signore Buono delle Patate, che tutte le sere montava il suo fornello e friggeva patate tagliate a cubetti da mangiare in uno scodellino di alluminio con salse e spezie a piacere; o con un pizzico di sale e basta, come piacciono a me; il Signore Buono delle Patate era buono perche’ aveva un faccione pacioso e perche’ ogni volta che passava una mucca lui le allungava una patata e lei si avvicinava, la mangiava al volo e proseguiva la sua passeggiata come fosse un gesto abituale, un appuntamento fisso con un vecchio amico. Il Signore Buono delle Patate era il mio preferito.
Certo Delhi e’ molto di piu’, nel bene e nel male. Questa e’ stata solo la mia Delhi. La mia Delhi per una settimana. E non e’ che me la sia propria goduta… come il resto del mese passato, se proprio dobbiamo dirla tutta… e allora via! Cambiare! Duemila chilometri con un treno diretto verso orizzonti sicuramente piu’ caldi, auspicabilmente migliori: il sud. 


Qui devo aprire una parentesi perche’ Martin dice che se lui avesse un blog, scriverebbe che ha rischiato di perdere il treno e rimanere piantato a Delhi per il resto del soggiorno in India perche’ la sua compagna di viaggio doveva comprare degli assorbenti. Che e’ vero. Ma alla sua compagna di viaggio non pareva una cattiva idea, dato che stava per chiudersi in un treno per le successive trentasei ore e, forse, se lui fosse stato piu’ esplicito, la sua compagna di viaggio avrebbe colto i suoi timidi tentativi di metterle fretta mentre temporeggiava tra gli scaffali assolutamente ignara dell’ora e non si sarebbero ritrovati in un rickshaw a dieci minuti dalla partenza del treno e dieci-quindici minuti di distanza dalla stazione a maledire chi il proprio utero, chi la propria compagna di viaggio… insomma, chi e’ il colpevole? Chi la vittima? Io ho qualche riserva a riguardo… ma chiudo parentesi.


Dopo treni e rickshaw, eccoci a sudovest, dove vengo subito accolta da uno strano senso di smarrimento: dov’e’ l’immondizia? Dove la puzza di piscio? E soprattutto, dov’e’ la folla, che fine ha fatto la ressa?? Cammino per strada senza urtare o essere urtata, nessuno mi ferma, gli uomini non mi fissano… ci sono palme e carretti di frutta tropicale, chilometri di ampia spiaggia deserta, aria palpabile ma non di smog: e’ salsedine da respirare a pieni polmoni… e’ un altro pianeta!
E ora che sono arrivata ad Hampi vorrei rimanerci per mesi. Tra le rovine dei templi con storie di mille Dei scolpite nella roccia e queste buffe formazioni rocciose che danno l‘idea che le pietre siano piovute dal mondo degli Dei accatastandosi le une sulle altre;


tra i campi in cui i contadini seminano, tagliano, raccolgono e interrompono il lavoro per salutarti da lontano con la mano, mentre sfili con un vecchio motorino scassato sulle stradine costeggiate da palme; su questi promontori su cui arrampicarsi di fretta col fiatone perche’, come al solito, si e’ in ritardo per un apputamento importante: il tramonto. E ogni sera, mentre il sole si spegne e il paesaggio si accende di rosa tra il cielo e il suo riflesso sui campi di riso, sentirmi dire “Giuro che non viaggero’ mai piu’ con una femmina. Se penso che avrei potuto perdermi questo per colpa dei tuoi assorbenti…”. Ma, come ho gia’ detto, io ho le mie riserve…

Friday, December 7, 2012

Dita lunghe e potere divino



Rishikesh (India), 29 novembre 2012

Rishikes e’ una cittadina nel nord dell’India, nello stato di Uttarakhand. Incastrata sul fondo di una valle scavata dal Gange, circondata da montagne e colline alla periferia dell’Himalaya e costantemente battuta dal vento. Qui in questo periodo l’aria e’ fresca, si prepara l’inveno, di giorno il sole scalda abbastanza da poter stare sbracciati e cercar rifugio all’ombra, ma la sera si tira fuori la giacca e la notte si apprezza il peso delle coperte. Il posto in se’ non e’ di una bellezza eccezionale: vicoli e stradine nella parte bassa e orrendi hotel in forma di mostri architettonici di cemento che si arrampicano piu’ in alto, lungo i fianchi delle montagne. Anche qui i clacson ululano felici e in paese tira aria di sovraffollamento, ma il tutto e’ sufficientemente contenuto e nel complesso l’atmosfera e’ relativamente tranquilla; tra i profili delle montagne alberate e lo scorrere pacato delle acque sacre ha trovato terra fertile una fprte spiritualita’ e, tra centri di yoga e di meditazione, oggi Rishikesh e’ proclamata -o si autoproclama- capitale mondiale dello yoga. Ma dove sboccia il fiore della spiritualita’ potra’ mica appassire quello della sua commercializzazione: a Rishikesh il sacro convive pacificamente con un profano che sfiora la blafemmia; puoi fare rafting sul Gange con l’agenzia Holy Adventures!, puoi ottenere sconti comitiva per esser guidato in esperienze mistiche come la regressione alla vita precedente… vuoi imparare ad annullare il tuo io nel silenzio della meditazione? Puoi farlo. Vuoi invocare la benevolenza degli Dei o purificarti l’anima dedicandoti a spettacolari riti religiosi? Puoi farlo. Vuoi comprare un’anima pulita? Vuoi comprare un’anima sporca e poi pulirla? Puoi farlo. Vale tutto. E nulla toglie autenticita’ a cio’ che di autentico c’e’ e che non e’ certo poco. 


Non so come sia nata la cosa, ma in questo misticismo generale ho iniziato a scherzare con Martin sul fatto che avremmo dovuto farci leggere la mano e, capitando di fronte al centro di un astrologo, piu’ per divertimento che per altro, ci siamo detti, perche’ no? e siamo entrati. “Namaste!” “Namaste! Posso esservi utile?” “…vorremmo farci leggere la mano… forse lei…” “Si’, e’ possibile. Se sapete la data e l’ora di nascita posso associare alla semplice lettura del palmo un confronto con l’oroscopo e investigare tramite l’energia astrale… bla bla bla… per indovinare quale sia la vostra pietra protettrice affinche’ sia favorita l’apertura dei sette chakra… bla bla… dunque se siete interessati possiamo iniziare la seduta anche subito. Di dove siete?” “Lui californiano, io italiana” “Ah, Italia! Vicino all’Argentina!” ecco, iniziamo malissimo “…magari proprio subito no… le faremo sapere…” “Come preferite, vi lascio il mio biglietto da visita” “Grazie… grazie… nel caso la chiamiamo…” morta li’ la questione. Ma il giorno successivo, mentre camminavamo sulle sponde del fiume per andare ad assistere al Ganga Puja, la questione e’ tornata improvvisamente in vita e abbiamo chiesto impulsivamente al primo negoziante capitato a tiro se conoscesse un astrologo. “Seguitemi!” ha attraversato la strada, siamo entrati in un cortile interno, saliti al primo piano di un edificio dalle mura in cemento nudo, arrivati su una balconata su cui si affaccia una fila di porte numerate che suggeriscono si tratti di una sorta di albergo. “Stanza numero otto, entrate pure, vado a chiamarlo”. 



Sulla porta numero otto un adesivo rosso scolorito dal tempo e appiccicato senza troppa cura porta la scritta Mr TalDeiTali, astrologo; la apriamo e siamo in una stanza completamente spoglia. Non ci sono finestre, non c’e’ alcun oggetto che suggerisca sia abitata da qualcuno, ci sono solo un letto matrimoniale contro una parete unta e una sedia. Ci sediamo e aspettiamo scambiandoci sguardi di perplessita’. Ma dove diavolo siamo?? L’astrologo arriva dopo diversi minuti con una valigia nera; ha una parlantina piacevole, ci spiega che era a fare delle commissioni, ci chiede cosa vogliamo, tira fuori dalla valigia un’enorme lente d’ingrandimento e con quella inizia ad analizzarci il palmo della mano in silenzio, piegando dita, schiacciando polpastrelli e soprattutto facendo delle faccine che lasciano trapelare stupore o dubbio o interesse ma che inevitabilmente vengono interpretate come preoccupazione e in testa prende forma l’idea che stia per chiederti “sicura che non vuoi usare il mio telefono per chiamar tua madre e dirle che le vuoi bene prima che sia troppo tardi?” o come nelle barzellette “Ti restano all’incirca cinque… quattro, tre, due, uno…”. E invece no, nessuna prognosi infausta. Per quanto mi riguarda le cose piu’ rilevanti sono che a ventott’anni saro’ famosa nella mia citta’ per qualcosa di artistico, che dovrei meditare con la luna piena e, soprattutto, che ho le dita lunghe. Ah, ho anche un potere divino.


Usciamo dalla stanza dell’astrologo giusto in tempo per correre alla statua di Shiva ed assistere al Ganaga Puja: al crepuscolo piccoli cestini galleggianti di fiori colorati con al centro una candela accesa, vengono posati sulle acque del fiume in omaggio al Gange e tra i canti di preghiera decine di piccole luci si allontanano da riva e scivolano lungo la corrente. C’e’ una piacevole atmostera di festa che trasmette un senso di accoglienza: non ci si sente scomodi, non vengono dubbi su cosa fare o non fare, se avvicinarsi o meno, se si e’ vestiti in modo opportuno… e’ un rito aperto, libero e bello e si e’ semplicemente i benvenuti a partecipare. 


Quando la folla inizia a disperdersi la luna e’ gia’ visibile, la guardo e mi rendo conto che sara’ piena a breve. Luna piena, meditazione… perche’ no? E il giorno dopo eccoci a varcare le porte di un Ashram per seguire il consiglio dell’astrologo.
Entriamo nel cortile, non c’e’ nessuno. Saliamo la scalinata e varchiamo la porta d’ingresso, nessuno. Imbocchiamo il corridoio prendendolo da sinistra, senza parlare, scambiandoci gli stessi sguadi perplessi di ieri: ma dove diavolo siamo, di nuovo?? Si tratta di un ampio corridoio circolare, non ci sono finestre, e’ tutto freddo e buio e silenzioso e in marmo bianco, c’e’ qualcosa di lugubre in tutto cio’; sulla parete di sinistra ci sono delle porte numerate, presumibilmente delle stanze; su quella di destra (che pare circondare una stanza tonda) ci sono delle porte sospese a circa due metri da terra, senza alcun tipo di accesso, non una scala, non una fune, nulla. Finiamo il corridoio e ci ritroviamo al punto di partenza piu’ incuriositi che mai ma senza aver incontrato anima viva. Usciamo e nel giardino ecco che compare un uomo vestito di bianco che ci sorride “Namaste!” “Namaste! Come posso aiutarvi?” “…volevamo provare una seduta di meditazione…” 

detto fatto, poco dopo siamo seduti a terra in una stanza fredda, l’omino vestito di bianco ci fa chiudere gli occhi e concentrare sulla percezione del nostro corpo “Come si chiama questo corpo? Ogni sua parte, anche la piu’ piccola ha un nome, sentitelo, osservatelo, ogni sua parte ha un nome e una forma… ma chi e’ che lo sta osservando, chi lo sta sentendo? Come si chiama? Non c’e’ nome. Non c’e’ forma…” Lavoriamo su tre punti preliminari alla meditazione: imparare a sedersi, imparare a respirare e imparare a rilassarsi. Che detto cosi’ sembra facile. Be’, non lo e’. L’Omino Bianco ci guida con la voce nel cambiare posizione, nel percepire, ascoltare e controllare il ritmo e la meccanica del respiro, nell’assumere coscienza di ogni muscolo, dalla testa ai piedi, e rilassarlo, dai piedi alla testa, e rilassarlo, dalla testa ai piedi… parla lentamente, trascina le vocali, ripete ancora e ancora e ancora… ci lascia tempo, ci lascia silenzio… e’ una cosa che faccio quando non riesco ad addormentarmi, quella di cercare di rilassare sistematicamente ogni muscolo e ogni volta mi stupisco di quante parti del nostro corpo sono in tensione senza che noi ce ne accorgiamo e di quanto sia difficile rilasciarle consapevolmente; questo non e’ un esercizio nuovo per me, la differenza e’ che questa volta la mente non accenna a seguire il corpo nella direzione del sonno. Eppure piu’ di un’ora scivola via in un attimo e quando usciamo dall’Ashram ho la sensazione di aver dormito un sonno profondo e ristoratore per almeno sei ore. E sto profondamente bene. E’ una sensazione estremamente piacevole.


Tornati a “casa” raccontiamo l’esperienza a uno dei ragazzi che gestiscono la guest house e accenniamo al fatto che l’Omino Bianco ci ha consigliato di fare dello yoga… “Io faccio yoga, se volete potete farlo con me ogni mattina e sera sul tetto!” salta fuori lui. Perche’ no? Proviamo anche questo! E di nuovo, mentre questo ragazzino con un buffissimo inglese cerca di annodarci sul tetto della guest house di cui siamo gli unici ospiti, tra le smorfie di dolore ecco il solito scambio di sguardi: ma dove diavolo siamo, per l’ennesima volta?? “Don’t falling down! Don’t falling down!” ci ripete il ragazzo, mentre pretende che ci incastriamo un piede dietro la nuca mantenendo la schiena dritta e senza perdere l’equilibrio.
Passano i giorni a Rishikesh e la perplessita’ svanisce, soffocata dal graduale abituarsi a questa nuova routine di esercizi lenti e silenziosi capitataci addosso un po’ per caso. Non credo che andro’ dicendo di aver imparato in India a mangiare quando ho fame e dormire quando ho sonno come raccontava il buon James, incontrato in Laos, ma ora lo capisco meglio e spero di riuscire a far tesoro di quanto imparato in questi giorni. 

Sunday, December 2, 2012

L'umanita' mi sta stretta



Jaiselmer (India), 15 novembre 2012

Centro, destra, centro, sinistra… ma perche’ la muove cosi’? Alla prossima a destra vado… centro, destra… ora! Scatto, ma qualcosa si muove a borda strada, la mucca si spaventa, si sposta verso destra, la coda incrostata di cacca perde il ritmo delle oscillazioni e io vedo sfumare i miei piani di superarla senza farmi toccare, ma non mi arrendo, balzo istintivamente verso centro strada dove un rikshaw mi arriva alle spalle suonando il clacson, mi ributto a sinistra superando la mucca, accelero per assicurami distanza dall’animale, un uomo fa capolino dall’interno di un negozio e inchiodo giusto in tempo per evitare il suo sputo, ma qualcuno mi urta da dietro e mi spinge a sinistra e… sciaf! Il piede affonda in una gigantesca busa. A pile of shit per dirla all’inglese, che mi piace perche’ suona proprio come “una pila di merda” e rende bene l’idea. 

A Dehli ho ritrovato Martin e assieme ci siamo mossi verso ovest. Gli spostamenti in treno sono stati estenuanti per la simultanea presenza di troppe anime in uno spazio troppo piccolo. Abbiamo provato l’alternativa del pullman, mezzo piu’ costoso ma, ci siamo detti, sicuramente meno affollato. Illusi. Anche quello si e’ riempito di gente, in piedi, sdraiata lungo il corridoio, seduta sui braccioli dei sedili, con i piedi sulla testiera dei sedili di fronte, con la testa fuori dal finestrino a vomitare, con la testa nel corridoio a vomitare, allora tutti ad aprire i finestrini per sopravvivere alla puzza, poi tutti a chiuderli per sopravvivere al freddo, poi aprirli di nuovo per la puzza… il viaggio notturno peggiore della mia vita, credo. Ad ogni modo, tra una disavventura e l’altra siamo giunti qui, nell’arido Rajasthan.



Ora ogni mattina mi lancio in questa corsa ad ostacoli in cui mucche e cani, motorini e rikshaw, passanti e mendicanti si contendono la strada stretta sottraendosi vicendevolmente lo scarso spazio vitale. A terra c’e’ immondizia, shifezze non meglio identificate, scatarrate, pile di merda, ci sono intere pareti usate come pisciatoi pubblici, c’e’ polvere, c’e’ vociare di gente e un assordante e continuo e insopportabile suonare il clacson. Ci sono quelli che lo tengono premuto costantemente, li senti avvicinarsi, peeeeeeeeeeeeEEEEEEEEEEEEEEEEEeeeeeeeeeeeeeeeee…. e allontanarsi. E ogni volta mi faccio violenza per trattenermi dal girarmi di scatto nel momento in cui mi passano a fianco e sferrare un calcio volante al conducente del motorino per vederlo volare a metri di distanza come nei migliori film d’azione. E’ dura anche resistere dal sollevare da terra alcuni autisti di rikshaw prendendoli per il colletto e urlar loro “Ti pare il caso??? Adesso lo cancelli!!! Immediatamente!!” perche’ la scritta che alcuni hanno dipinta a mano sul retro del veicolo e’ “Perfavore, suonare il clacson” Suonare il clacson???? Ma ti suonassero la faccia!!! E tutto questo non e’ nulla, tutto questo e’ solo lo sfondo; in questa processione l’azione vera e’ data dall’interazione con i negozianti, i truffatori e i veditori ambulanti.


La dinamica indiana della compravendita e’ un rito interessante. Supponiamo di dover comprare un oggetto X il cui prezzo, si sa per certo, e’ cinque generici soldi. In genere in Laos mi capitava cosi’: “Quanto costa X?” “Sei soldi” “…mmm… facciamo cinque?” “Ok”. In Thailandia e Cambogia si andava un po’ piu’ per le lunghe: “Quanto costa X?” “Otto soldi” “No, troppo” “Sette e mezzo” “Al massimo quattro” “No quattro no, sei e’ l’ultimo prezzo” “Quattro” “Vienimi in contro, possiamo fare cinque e mezzo” “Quattro e mezzo” “Cinque” “Ok, lo compro”. Nel nord del vietnam molti erano piu’ sbrigativi: “Quanto costa X?” “Ottantacinque soldi” “Cosa???” “Ottantacinque” “Ma se costa cinque dappertutto!” “Ottantacinque” chiusa la questione. E allora tanti saluti.

  

In India e’ tutto piu’ colorato, tutto piu’ speziato, spesso si parte con un baccagliamento spietato: “Hello madame! You look like indian! Which country? Oh! Italy! Ciao, nesun poblema, Milano, Roma, Sonia Gandhi… I speak italian, yo parla italiano poco poco. I have friends in Italy! What’s your good name? Nicole?? My favourite name!! And you have beautiful voice, so sweet…” poi si cerca di creare il setting adeguato “How much for X?” “X? Well, I also have different colour… come, have a look inside, come! Maybe you want some chai?” (il chai e’ un te speziato) “I’m ok, thank you… just tell me the price” e poi finalmente si arriva ad una fantasiosissima trattativa: “Ten” “Ten?? No, it’s too much…” “Ok, nine fifty” “Too much” “Ok, how much you want to give me?” “Five” “Five??” e scoppia a ridere “My friend, five not possible: this is good quality, rajasthani quality, best quality! Last price: eight” “Five” “Madame (e ride), eight is very best price! Ok, ok, let’s say seven, I give you Diwali price” Diwali e’ il capodanno indiano, il mio quarto capodanno dell’anno. Per l’occasione tutto e’ venduto a finti prezzi di favore “Let’s say five” “Madame, five is evening price, now we are morning: seven is morning price!” “What…? What are you talking about??? (e rido) I’m sorry, I can’t spend more than five. Sorry. Bye” ci si allontana di qualche passo… “Ok, Ok, come! Six: indian price” “No, five” “Ok, ok, ok” “Ok what? Five?” “Five fifty” “Five” “Ok madame, five! But only for you ‘cause you are first costumer. First costumer price for you!” Il mio nome e’ sempre il preferito di tutti, la mia voce e’ melodiosa e io sono di una bellezza accecante quando devo comprare qualcosa, ma soprattutto, sono sempre il primo cliente. Anche di sera. 


Cosi’, ogni mattina si parte con Hello madame! Buy something madame? What are you looking for madame? The ticket office is closed today, madame, but I can find you a ticket if you follow me to my agency, madame… e ogni tanto qualcuno ti si aggrappa al polso chiedendo qualcosa… non mi toccare, non mi toccare!!… I can give you Indian price, Diwali price, first costumer price… beautiful name, beautiful voice, you are beautiful… uno dietro l’altro, una mitragliata, tiro dritto distribuendo no a destra e a manca, cercando di schivare i troppi corpi che mi vengono contro, sempre piu’ irritata da tutto quel che mi circonda e che mi ruba piu’ attenzioni di quante io ne voglia dare. Sempre piu’ nervosa e tesa e pronta ad esplodere… trovo rifugio ogni mattina sul tetto-terrazza del ristorante in cui vego a fare colazione, dove di fronte ad un bicchiere di te alla menta posso godere di un po’ di tranquillita’ guardando Jaiselmer dall’alto.


Jaiselmer e’ una cittadina alle porte del deserto, case gialle dai tetti piatti con panni colorati stesi ad asciugare; cosi’ come Jodhpur, e’ chiaramente una citta’ su due livelli: quello della strada, fatto di vicoli sovraffollati e sporchi dove il flusso delle cose e’ tumultuoso e claustrofobico; e poi quello dei tetti, fatto di silenzio e tranquillita’, dove si ritrova un’intimita’ esposta al cielo eppure protetta dal resto del mondo: su una casa una madre lava il figlio in un catino, su un’altra un uomo vestito di bianco fa yoga, due donne stendono chiacchierando, un cameriere sistema i tavoli di un ristorante… il forte troneggia sulla citta’ i cui confini sfumano nell’aria opaca di polvere e inquinamento. Non e’ che non ci sia nessuno quassu’, non e’ che non arrivi alcun rumore dalla strada o che l’aria sia piu’ pulita… ma sicuramente e’ meglio che star di sotto. Che poi anche di sotto e’ cosi’ tanto il bello…
In Rajhastan abbiamo visitato bellissimi forti e palazzi da Mille e una Notte curati nei minimi dettagli, sospirato guardando dall’alto Jodhpur -la citta’ blu-, condiviso posti treno con donne dai sahari variopinti e uomini dal turbante colorato, ci siamo spostati in moto per raggiungere il deserto… 


Il bello e’ molto, ma dopo gli spazi immensi, il vuoto, il silenzio e la pace della Mongolia e dell’Himalaya, patisco enormemente la presenza di tutte queste persone ovunque. L’umanita’ mi sta stretta. Se dopo le prime ventiquattro ore l’India aveva risucchiato tutte le mie energie, dopo sole due settimane mi ha portata ad auspicare che l’estinzione della specie umana avvenga presto e in modo rapido. Mi ha portata a provare intensissimo fastidio, insofferenza, rabbia profonda… a allo tesso tempo ammirazione, affetto, divertimento e meraviglia.
In questo momento il briciolo d’India che ho visto e’ per me come un paziente confuso, iperattivo e in isolamento da contatto, ma il turno dura ventiquattr’ore e non arrivera’ mai nessuno a darti il cambio. E’ un paziente che richiede un’attenzione continua, che ti risucchia tutte le energie, anche quelle che pensavi di non avere, che ti fa arrabbiare, che ti fa provare frustazione perche’ devi rifare le stesse cose
innumerevoli volte solo per vedergliele disfare pochi minuti dopo, che ti fa sentire sporco perche’ tutto e’ contaminato, ma poi, quando senti di essere sull’orlo dell’esasperazione, spara l’ennesima assurdita’, quella piu’ grossa delle altre che pero’ va a toccare il tasto giusto e invece di farti esplodere ti fa arrendere e ti viene da ridere, ti rendi conto che in una situazione che non ha alcun senso, la cosa piu’ irragionevole e’ il tuo spazientirti.
Cosi’, nonostante tutto, quando riesco a guardarmi dall’esterno (quando un autista di rikshaw trova una scusa ridicola per cambiare il prezzo a destinazione raggiunta e io incrocio le braccia e gli dico che non scendero’ fino a quando non mi avra’ dato il mio resto, che non ho problemi a seguirlo tutto il giorno e lui ride e inizia a darmi una monetina alla volta sperando che ceda prima di lui… quando i proprietari della guest house ti sbattono fuori perche’ non hai comprato il loro camel safari, il tour organizzato nel deserto, e ti ritrovi improvvisamente per strada senza aver davvero capito come diavolo ci sei finito a vagare con lo zaino in spalle senza una sistemazione…) quando mi vedo dall’esterno, dicevo, mi viene da mettermi la mani nei capelli e ridere sconsolata di tutto; scopro di starmi affezionando a tutto cio’, so che ricordero’ col sorriso ogni viaggio in treno, compatiro’ la mia rabbia, forse addirittura trovero’ noioso qualunque altro posto e mi manchera’ questo affascinante disastro.
Ultimamente mi capita spesso di sognare a cartoni animati, che non so cosa voglia dire ma sicuramente qualcosa di significativo.